Magazine / Fogliettone

Faccio cose

di Vincenzo Latronico
artwork di Michael Johansson
IL 71 22.05.2015

I maker si sentono dei ribelli in lotta contro le multinazionali. In realtà, l’autocostruzione è un modello per ricchi che possono permettersi oggetti più belli senza badare al prezzo e al consumo energetico

Ho da poco cambiato casa; chi mi viene a trovare mi regala piante o tazzine da caffé ed è costretto a subire una visita guidata, per fortuna breve visto che vivo in cinquanta metri quadri. È ancora tutto molto teorico – «lì ci andrà una cassapanca», «appena ho i soldi cambio il divano» – ma c’è una cosa che suscita immancabilmente degli «wow» di meraviglia. Non è la vista bellissima sul Monviso, né il grande scaffale di poesia pateticamente mandata a memoria al liceo, né il fatto che alcuni libri, nascosti in uno scaffale in basso, hanno il mio nome in copertina. Ciò che suscita l’invidia e l’ammirazione dei miei visitatori è la piccola scrivania geometrica di legno che ho intenzione di costruirmi.

Gli mostro il progetto open-source, cioè un pdf che ho preso da internet; i pezzi saranno tagliati da una fresa CNC, cioè da una macchina di cui pago l’affitto orario. «Ma allora sei un maker!», mi dicono a volte. Che io ricordi, nessuno mi ha mai detto «laureato in filosofia» con quel tono lì. Felicemente, annuisco. Il movimento maker è un fenomeno che dalla California sta guadagnando un seguito sempre maggiore in tutto il mondo. L’idea di base è che tecnologie come la stampa 3D e il taglio laser hanno reso accessibili a chiunque tecniche produttive prima molto costose. Invece di comprare passivamente prodotti industriali, è ormai facile costruirseli da sé, condividendone i progetti o facendone la base di una start-up. Con queste possibilità, il fai-da-te si trasforma da hobby in atto di consapevolezza e di riappropriazione di potere. Grazie alla condivisione e all’open-source, da attività individuale diventa, su scala collettiva, la base della «terza rivoluzione industriale», come l’ha definita Chris Anderson, storico direttore di Wired, nell’omonimo manifesto. In Italia, ne parla spesso in questi termini Riccardo Luna.

I maker non sono solo i programmatori che si autocostruiscono una stampante 3D con cui produrre robot progettati da loro stessi. Nelle parole di Anderson e di molti altri teorici del movimento, chiunque crei qualcosa lo è. Droni, scaffalature, bici, radar o marmellate, quello che importa è l’atto pratico del costruire: che a livello personale porta soddisfazione e autonomia, e politicamente conduce alla «democratizzazione dei mezzi di produzione». Un secolo fa, invece, si credeva che per ottenere entrambi questi effetti fosse necessario leggere Marx.

L’idea che il sapere pratico porti realizzazione personale e consapevolezza politica non è nuova. L’ha elaborata oltre un secolo fa il movimento Arts & Crafts, e quasi tutto il fenomeno novecentesco del bricolage è partito da lì: dalla convinzione che costruire le cose da sé sia appagante e bello. Con intenti meno arcadici, Enzo Mari pubblicava quarant’anni fa la sua Autoprogettazione? per diffondere una conoscenza della “ragione strutturale” degli oggetti che ci circondano e rendere i suoi lettori consapevoli dei processi di produzione. (Oggi, la riedizione è in vendita in tutti i bookshop di arte contemporanea, e qualcosa vorrà pur dire. Ma divago).

Se l’idea non è nuova, la scala lo è. Gli Arts & Crafts avevano un seguito sparuto e raffinato negli strati più elevati della popolazione; il progetto di Mari è noto più che altro agli studenti universitari e agli hipster – la mia libreria l’ho copiata da lì. Il manifesto di Anderson, d’altro canto, è stato un best-seller internazionale; milioni di persone seguono la rivista Make e le Maker Faire, fiere del fai-da-te 2.0 di tutto il mondo (quella di Roma, l’autunno scorso, ha attratto 100mila visitatori, uno dei quali ero io). È naturale che quel movimento abbia tanto successo: la sua promessa è allettante, politica ma al contempo dolcemente post-ideologica. I maker si rendono autonomi dalle corporation e costruiscono da sé anziché comprare, si riappropriano dei mezzi di produzione: sono creativi con un afflato rivoluzionario. Eppure, allo stesso tempo, sono imprenditori e aspiranti capitalisti. Le decine di libri, le TED Talk, le migliaia di siti sui maker abbondano di esempi di progetti della domenica divenuti prodotti commerciali di successo, e parte del loro appeal per i governi e i ministeri viene da lì. Il fai-da-te 2.0 è quello che si può produrre in scala: e cioè si può vendere. Spesso si vende, e bene.

Leggendo le storie di maker si trovano esempi stupefacenti e felici, il diciannovenne che ha progettato una protesi robotica a basso costo, la disoccupata che si è salvata dallo sfratto vendendo le sue creazioni online. Il microcontrollore open-source Arduino, al cuore di molti di questi progetti, è un’eccellenza italiana e l’ultimo baluardo del boccheggiante impero Olivetti. Alla Maker Faire si vedono ragazzi o anziani o hobbysti che hanno faticosamente creato giocattoli inutili o droni all’avanguardia, strumenti musicali di legno o sistemi per autocostruirsi le capsule dentali: per passione, per curiosità, perché perché no.

In questo contesto, è naturale che si stia sviluppando una cultura in cui il “fare cose” ha un primato sempre più schiacciante sulle attività di altro tipo. L’impatto più evidente è stato con i saperi umanistici. Sì, sono sempre stati considerati inutili, in larga misura perché lo sono; ma questo senso di “utilità” era considerato ristretto o se non altro non l’unico. Se la filosofia non ti faceva guadagnare soldi, si pensava però che conducesse all’arricchimento interiore e alla libertà. L’esercizio del pensiero permetteva di mettere in discussione i valori ricevuti; la decisione di sottrarsi alla macchina economica aveva a che fare con l’autonomia e l’indipendenza e quindi con la liberazione personale. Oggi, autonomia e indipendenza e liberazione personale sono altrettanto desiderabili. Eppure abbiamo scoperto che non si ottengono leggendo Tocqueville, bensì lavorando il legno, impastando il pane o costruendo cose con una stampante 3D.

La retorica anti-intellettuale non è nuova (e, come sempre, è in parte fondata). Ciò che è nuovo è che ritorca contro il sapere umanistico gli stessi argomenti tradizionalmente usati in sua difesa, legati alla realizzazione personale e alla presa di coscienza politica. Se, oltre a divertirsi, crescere interiormente ed eventualmente guadagnare un sacco di soldi, un maker allo stesso tempo si sta anche «impegnando per cambiare il mondo» (come dice Anderson, come dice Obama), il pensatore davvero non serve più a niente. Non è detto che sia così, però. Spesso l’ideologia più smaccata è proprio quella che si presenta come post-ideologica: l’unica cosa che accomuna marxismo e neoliberismo è il fatto che offrono una morale presentandola come scienza pura e oggettiva. Ad esempio, gli oggetti autocostruiti sono inevitabilmente più costosi di quelli industriali, se si contano i materiali, gli strumenti, il tempo di lavorazione e la necessità di acquisire le competenze per farli. Non è un caso che si sottolinei la soddisfazione che portano: è perché dal punto di vista economico spesso non convengono.

In larga misura, quindi, l’autocostruzione resta un modo per ottenere oggetti più appaganti e belli pagando un sovrapprezzo in termini di soldi e di energia: la mia scrivania open-source costerà molto più di un tavolo Ikea. I maker, da questo punto di vista, fanno una cosa simile a quella di cui il primo sindacalismo accusava il movimento Arts & Crafts: prendono un problema dei poveri (l’alienazione e la standardizzazione delle fabbriche) e propongono una soluzione per ricchi (la dedizione all’artigianato). Anche la retorica anti-corporation, a ben vedere, è in parte superficiale. La mia libreria non ha portato soldi all’Ikea, ma a Bosch e a Bricocenter sì; chi è in grado di autocostruirsi il cellulare con Arduino (il progetto è online) non paga la Samsung o la Apple, però compra una scheda con un processore Intel. E poi c’è il giro d’affari delle riviste di settore e delle fiere; ci sono i manuali pubblicati dalla O’Reilly che in pochi anni, un maker alla volta, è diventata uno dei più grandi editori tecnici al mondo; ci sono i laboratori in cui si affittano gli strumenti – Mark Hatch, che nel vendutissimo Maker Movement Manifesto ha parlato di «democratizzazione dei mezzi di produzione», è anche il proprietario della grande catena dei TechShop, dove l’iscrizione costa più di mille euro l’anno.

Poche settimane fa, un comunicato stampa di Arduino Srl annunciava l’intenzione di triplicare il fatturato e quotarsi in borsa il prima possibile. E cioè: pare che la rivoluzione dei maker non sia contro le corporation, ma piuttosto contro alcune corporation a favore di altre: di quelle che – come ha scritto Evgeny Morozov sul New Yorker – riescono a «convincere i consumatori di essere dei ribelli». Questa è un’ottima strategia di marketing, e con Marx e Tocqueville c’entra molto poco. Più in generale, per essere rivoluzionario, il movimento maker è sorprendentemente materialista. La critica che muovono alla società attuale non è il ruolo che vi svolgono le cose, ma il modo in cui vengono concepite e prodotte. L’idea resta comunque che anche per cambiare il mondo è necessario produrre sempre più roba. La questione ha un risvolto ambientale, perché stampare in 3D è meno sostenibile che produrre industrialmente: ma è solo parte del problema. Non è affatto scontato che il veicolo della crescita economica, della liberazione individuale e della trasformazione sociale debbano essere gli oggetti e chi li produce. Quando Anderson scrive che tutti possono essere maker e cambiare il mondo, sta implicitamente accusando chiunque non lo sia: e perché voi no? L’alternativa al fare cose non è non fare niente.

Gli insegnanti e gli infermieri e i traduttori e gli assistenti amministrativi e gli uffici stampa e gli addetti alle pulizie non creano: lavorano con le persone, facilitano, aiutano, rendono possibile. Il loro apporto è necessario perché il creatore possa creare, eppure – nella retorica del manifesto maker – sono professioni meno appaganti e meno liberatorie e quindi meno cool. Quelli sono anche mestieri tradizionalmente femminili, mentre la creazione fisica di oggetti è ancora in larga parte una roba da maschi, non soltanto a livello di immaginario. Basta fare un giro fra gli espositori della Maker Faire di Roma per rendersene conto: per ora, dire che i maker cambieranno il mondo significa dire che lo faranno gli uomini. Magari sarebbe più rivoluzionario e utile valorizzare il lavoro di relazione e di riflessione e di cura, anziché sottolineare per l’ennesima volta quanto sia secondario e sfigato. La mitografia della tecnologia californiana racconta spesso che negli anni Settanta, mentre a Berkeley gli studenti occupavano l’università e fumavano le canne e sognavano di cambiare il mondo, a poche decine di chilometri da lì si riunivano quelli che l’avrebbero cambiato davvero. Il riferimento è agli studenti di Stanford e ai primi hacker dell’Homebrew Computer Club, il circolo di appassionati di elettronica (sì: di maker) dove si sono conosciuti i fondatori di Apple. Ciò che questo mito tende a mettere in ombra è che le due realtà avevano molte sovrapposizioni.

Molti dei primi membri del club erano veterani dei movimenti del ‘68, e la loro ricerca tecnologica era allo stesso tempo ispirata dagli ideali politici di Berkeley. Sì, anche quei primi maker, come quelli di oggi, avevano fatto dell’access to tools – accesso agli strumenti – il loro motto. Ma quegli strumenti erano usati per fondare comunità autosufficienti più che per costruire lampadari, gioielli, droni giocattolo o biciclette – beni di consumo. L’esigenza che si manifestava in quegli anni era di un rinnovamento totale: e voleva dire inventare nuove forme progettuali e nuovi mobili e nuovi mezzi di trasporto, ma anche nuove relazioni sociali, nuovi modelli di vita in comune. Poi le comunità hanno chiuso, le relazioni sociali sono tornate quelle di un tempo e gli hacker hanno fondato grandi aziende di successo. Chi prima voleva fare oggetti nuovi per un mondo nuovo si è ritrovato – con delusione o con sollievo, a seconda dei casi – a fare oggetti nuovi, e basta.

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