Yolo / Arte

Painted in the Usa

IL 77 18.12.2015

I sette più geniali artisti americani sono tutti pittori, hanno meno di quarantacinque anni e cinque di loro sono immigrati negli Stati Uniti da ragazzi. Eccoli

Joe Bradley

(1975)

Fuma le Natural American Spirit gialle, si ostina ad accenderle con i fiammiferi; traccia grosse linee e dense campiture su tele sudicie. Tra il dipinto cui Bradley sta lavorando e la sua camicia spanta d’olio e di chiazze di sudore non c’è alcuna differenza.

Mother (2011), Joe Bradley

Courtesy of Gavin Brown, New York

John McAllister

(1973)

È il Matisse della Louisiana. In ogni suo quadro si aprono finestre prospettiche su altri quadri che mantengono un’allucinata monocromia amaranto, fucsia e melanzana. Lo spettatore, sentendosi dapprima giunto al colmo della raffinatezza, percepirà in seguito un certo sentore di nonna Julia che cuce merletti negli afosi pomeriggi a Sud di Monroe, per poi tornare a concentrarsi sulla graziosa perfezione del dipinto.

Bee Went Singing By (2014), John McAllister

Courtesy of James Fuentes, New York

Jane Corrigan

(1980)

Arriva a New York dal Canada, dipinge giovani ginnaste, androgine agricoltrici in pinocchietti e shorts slabbrati, buffi uomini di Neanderthal alle prese con la dura quotidianità dell’evoluzione. Jane se ne frega un po’ di tutto: ai pittoroni che starnazzano contro il narrative nella pittura, contro i personaggi e le loro storie ree di sbalzare dal trono gesto e superficie, contrappone una stravagante società neolitica di carote piantate a metà e ginocchia sbucciate. Una grande satira, quella di Corrigan, appresa alla scuola di Honoré Daumier.

Gatherer (2015), Jane Corrigan

Courtesy of Jane Corrigan and FEUER/MESLER, New York

Tomer Aluf

(1977)

La cromia s’insanguina per il “new yorker” israeliano. Ematico è lo stesso spessore delle sue superfici: campiture fluide in verde e rosso stravolte da piccoli coaguli di colore. Bucrani, stivali, rozzi scettri da giullare, bicchieri da cocktail si mischiano a vorticosi splash da espressionismo astratto; le sabbie del Negev nel bunker di Pollock. Quando non lavora su tela, Aluf raccoglie per le strade logori tappeti persiani e con lo spray vi tratteggia sopra scie di seni cadenti.

Phagwara (2015), Tomer Aluf

Courtesy of Tomer Aluf

Tala Madani

(1981)

La losangelina si diverte a prendere in giro il sessismo dell’art world internazionale e quello del suo Paese d’origine, l’Iran. Con pennellate da vero macho tratteggia arabi di mezza età calvi e panciuti che pisciano gli uni addosso agli altri, gonfiano bubble-gum per usarli come condom, strappano gramigna dalle proprie mutande, si pittano il corpo come un branco di hooligans. A uno si crepa l’ombelico.

The Dance (2015), Tala Madani

Courtesy of David Kordansky Gallery, Los Angeles and Pilar Corrias, London

Dasha Shishkin

(1977)

Pallidissima, la cortina di frangia calata fino al naso,la moscovita trapiantata nell’East Coast dipinge un tripudio di uomini-larva e Veneri dal naso oblungo, fianchi stretti e ingiustificate masse di cellulite; le dipinge mentre assediano bar e cabaret eccessivamente variopinti: centrifugati culturali della tradizione grafica e pubblicitaria di ogni città europea, russa, coreana, americana, cinese e giapponese che capiti sotto gli occhi dell’artista. Tra un naso che sembra un pene e un pene che picchia un naso, le textures di Shishkin calcano la mano sul potere politico della pittura decorativa.

All Prayer All The Time (2011), Dasha Shishkin

Courtesy of Zach Feuer Gallery

Sanya Kantarovsky

(1982)

È il più squisito erede dei pittori di silhouette. Lungo i suoi dipinti si avventurano smilzi intellettuali, fradici direttori d’orchestra, poeti con il naso all’insù; volano fogli, foglie, piume e pioggia. Per usare l’espressione di un grande italiano esperto di grazia e levità, Kantarovsky compie «esercizi superficiali» trattando profondità, pasta e gravezza come tante allegre fanfaluche. «Volete che mi tagli un orecchio? – sembra chiedere ai critici il giovane Sanya – Non me lo taglierò mai!».

Accents (2015), Sanya Kantarovsky

Courtesy of Sanya Kantarovsky and Tanya Leighton, Berlin

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