Yolo / Serie TV

Radical cheers!

25.02.2016

Perché “Horace and Pete” di Louis C.K. è la serie da guardare? Perché la comicità diventata jazz a volte sublima ritornando a sit-com. E comunque se non ti diverte sei un cretino (c'è Steve Buscemi)

È una serie tv che circola da qualche settimana: parla di una coppia di baristi e del mondo che gli gira intorno, come fosse una vecchia sit-com. Il modello principale è il classico anni Ottanta Cin Cin (Cheers). I protagonisti – gli Horace & Pete del titolo e dell’insegna del bar – sono Steve Buscemi e Louis CK. Quest’ultimo è l’autore e il regista, ma non solo: la serie si compra solamente sul suo sito personale, ogni episodio a una cifra diversa (cinque dollari o meno). Louis CK è un indefesso sperimentatore di formati tv e metodi di distribuzione.
Horace and Pete sono due fratelli e amministrano il bar di famiglia, tramandato in rigida forma patrilineare da sole coppie di parenti battezzati Horace e Pete. Horace-Louis C.K è un divorziato che cerca di mantenere uno straccio di rapporto con sua figlia. Pete-Steve Buscemi è fresco di ospedale psichiatrico e sotto psicofarmaci. Dietro al bancone con loro c’è lo zio ottuagenario e burbero, interpretato da Alan Alda, un concentrato di irascibilità, intolleranza e amarezza che sembra avere un briciolo di gentilezza soltanto per Marsha, l’ultima compagna del defunto padre dei due protagonisti. Attorno a loro una corte di personaggi, tra parenti, ex-mogli e vari avventori del locale, il tutto raccontato in una forma molto austera di teatro filmato, come se Louis C.K. volesse ricreare un dramma di Cechov dentro un dive bar di Brooklyn.
 

Musica da camera

Durante il suo monologo di apertura della cerimonia degli ultimi Emmy Awards, il comico Andy Samberg ha accennato alle varie categorie dei diversi programmi televisivi in gara: «Ci sono alcuni cambiamenti nel modo in cui certi show sono stati classificati quest’anno», ha detto Samberg. «Per esempio Orange Is The New Black adesso tecnicamente è diventata una serie drammatica, mentre Louie adesso tecnicamente è jazz». Louie è l’opera di auto-fiction di Louis C.K. che intorno alla vita del comico, divorziato con due figlie piccole, ha creato un mélange insestricabile di comicità e malinconia, verità e finzione, con momenti genuinamente drammatici; appunto quella libertà narrativa e formale che Samberg ha definito affettuosamente jazz.
Se l’eclettismo di Louie fa pensare a una continua jam session, allora Horace and Pete è musica da camera. Girato soltanto in due ambienti, il bar e l’appartamento di Horace al piano di sopra, Horace and Pete è fatto di lunghe conversazioni, il passo è deliberatamente lento e l’impostazione teatrale molto marcata: a volte si sente persino il fruscio dei microfoni nascosti sotto gli abiti degli attori, i dialoghi si svolgono in un silenzio assoluto, privo di commento musicale o rumori d’ambiente, al punto che in molte scene si intuisce il lieve brusio elettrico della sonorizzazione del teatro di posa; quando l’attenzione si sposta su dei personaggi in particolare, gli altri attori presenti nella scena diventano poco più che delle sagome di cartone, restando seduti al tavolo o al bancone senza neanche far finta di conversare, come se fossero delle immagini fisse.

Parole parole parole

Molti dei temi trattati nei primissimi episodi usciti sinora risuonano con le vicende raccontate in Louie: si parla molto di amore, divorzi, del diventare vecchi, della malattia, ritorna un’analoga riflessione sulla felicità nell’età adulta vista come un miraggio impossibile, lo stesso sguardo tanto affettuoso quanto addolorato su questi uomini e donne sulla cinquantina la cui vita fa acqua da tutte le parti, il conflitto generazionale con chi è venuto dopo, la difficoltà a accettare il cambiamento. Ma mentre in Louie tutte queste istanze si confondevano tra di loro e lo sconforto più profondo poteva facilmente trasformarsi in barlumi di gioia irresponsabile, in Horace and Pete la rigidità della narrazione riflette un certo senso di inesorabilità dei destini dei vari personaggi. In Louie la città di New York è sorgente di una vitalità confusa ma fortissima, qui rimane chiusa fuori dal bar, non viene mai mostrata salvo che per qualche hipster che entra (mal tollerato) nel bar, oppure per le liti in famiglia tra chi vuole vendere il locale perché il valore immobiliare è salito alle stelle, e chi vuole continuare a mandarlo avanti così com’è, uguale da sempre, nonostante sia in perdita.
 

Sono così indie

Una delle particolarità della serie sta nel fatto che è stata prodotta in modo del tutto indipendente dal suo autore. Ha debuttato senza alcuna forma di promozione: soltanto un’e-mail agli iscritti alla newsletter del suo sito personale, da cui Louis C.K. ultimamente vende tutto il suo materiale, senza dare alcuna informazione sui contenuti – solo: cinque dollari per la prima puntata.
Dopo il debutto qualche elemento in più, sempre via e-mail: «Questa serie non è una commedia. Non so cosa sia, può essere divertente, ma anche no», ha scritto l’autore. «Penso che “divertente” funzioni meglio nel suo habitat naturale, lì nella giungla assieme a “orribile”, “triste”, “sconcertante” oppure “niente”». Anche Louie era un prodotto realizzato con carta bianca da parte del network FX, al quale Louis C.K. consegnava gli episodi senza rivelare nulla sul contenuto prima di averli completati; adesso l’autarchia del creativo si compie definitivamente, riducendo la catena commerciale al rapporto diretto con il proprio pubblico, anche se magari la cosa richiede un po’ di lavoro di persuasione per far accettare al pubblico di pagare per il singolo episodio. «Ogni secondo che le telecamere girano, i soldi mi escono dal culo come fossero la peggiore scarica di diarrea capitata a vostra madre», ha riassunto l’autore, come se stesse eseguendo un suo tipico pezzo di stand-up comedy dissacrante, la sua faccia più familiare che paradossalmente è così assente da questo suo nuovo, dolente esperimento di indagine sulla commedia umana.
Gli episodi escono il sabato, annunciati da un’e-mail di una riga il giorno stesso, senza un calendario di programmazione, senza neanche comunicare quanti saranno in totale; persino le durate variano, una volta più di un’ora, un’altra neanche 45 minuti, come i prezzi degli episodi: cinque dollari per il primo, due per il secondo e tre dal terzo in poi. Anche lo stile appare come un work in progress: momenti corali si alternano con monologhi lunghissimi, con la telecamera fissa sul primo piano di un attore anche per dieci minuti; gli episodi vengono girati settimana dopo settimana subito prima di essere messi on line, permettendo di citare eventi del giorno prima come un dibattito tra i candidati alle primarie o la finale del Super Bowl; si passa bruscamente dal pubblico al privato, tra conversazioni sulla società americana in generale e tormenti privatissimi su infedeltà coniugali, o paure e debolezze varie.

Quindi?

Per quanto la fattura ancora appaia acerba a momenti, per quanto l’alternarsi dei vari temi e situazioni a volte accada in modo fin troppo netto, creando delle cesure nei passaggi di tono, è comunque affascinante assistere a una creazione che si sta ancora rifinendo di fronte ai suoi stessi spettatori. Oltre all’innovazione portata nelle modalità di produzione e distribuzione, quello che ha colpito molta critica è proprio la difficoltà a etichettare Horace and Pete: sperimentale per certi aspetti, tradizionalissimo per altri, forse la migliore definizione data sulla stampa americana è stata che si tratta di una serie aggressively classical, «prepotentemente classica». Se la traiettoria della narrazione di Louie attraverso le sue cinque stagioni è stata la progressiva commistione di commedia e dramma intimista, e la conseguente volatilizzazione della sua forma televisiva verso appunto uno spirito jazz, Horace and Pete allora rappresenta il ritorno allo stato solido di tutte quelle emozioni, che ora ci vengono mostrate molto più ruvide, aspre, nude e crude.

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