Ci vorrebbe un nuovo lessico per l'arte contemporanea. I professionisti del settore dovrebbero imparare da scrittori come Tiziano Scarpa e Enrique Vila-Matas

Correva l’anno 1912 e Walter Sickert – tenebroso pittore, sfrenato critico d’arte, nonché da qualche decennio sospettato di essere Jack lo Squartatore – lanciava una profezia. Profetizzava l’avvento di una società di risi-bisi e bisi-risi. Mi spiego meglio: laddove Platone aveva auspicato un governo di filosofi, Sickert immagina un governo di pittori-scrittori. Al pittore-scrittore il compito di alternare la pittura alla scrittura come i veneziani da secoli alternano gli ingredienti della zuppa di riso e piselli: a volte c’è più riso (risi-bisi) a volte più piselli (bisi-risi). Non solo: per il solforoso Sickert in questa società ideale gli unici chiamati a esporre le proprie opere avrebbero dovuto essere… i giornalisti!

Sebbene l’editoria italiana paia non essersene accorta, negli anni si è creato un consistente nucleo di pittori-scrittori che hanno realizzato tale profezia regalandoci le pagine più belle della critica e della storia dell’arte del Novecento: Sickert stesso, il suo antagonista Roger Fry, l’etereo carnale Philip Guston, la puntigliosa Bridget Riley, l’amoroso insofferente Ronald Brooks Kitaj e molti, molti altri. Profetico Walter Sickert, la sua lungimiranza non si ferma qui. Oltre al pittore-scrittore, Sickert predisse un altro oblungo animale: lo scrittore-pittore, il bisi-risi della frittata rivoltata. Uno scrittore che impugni il pennello, capisca cosa significa soffrire come un pittore, amare come un pittore, grattuggiare colla di coniglio e pigmento come un pittore: solo dopo questo apprendimento potrà scrivere di pittura e di arte.

Si celebrano geniali bisi-risi nella storia della letteratura, da William Blake a William Burroughs, ma attendendosi strettamente al contemporaneo, ahimè, l’esistenza del bisi-risi è minacciata. La società è liquida e anche i pisellini sono costretti a navigare in una brodaglia di amido con qualche chicco di riso sparso qua e là; a questo punto è necessario ridefinire il concetto di bisi-risi. Se non più il pennello, il bisi-risi, vale a dire lo scrittore capace di narrare l’arte, deve almeno saper tenere in mano una matita. Chi sono oggi i bisi-risi? I critici? Morti. I curatori iper tecnologici seguaci di Hans Ulrich Obrist? Quella è zuppa di miso. I curatori delle politiche sociali in stile Okwui Enwezor, che abbiamo assaggiato all’ultima Biennale? Decisamente gazpacho.

Un'opera dell'artista francese Pierre Huyghe a dOCUMENTA (13)

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Scultura del tedesco Stephan Balkenhol, campanile della chiesa di St. Elisabeth a Kassel

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Di romanzieri che trascinano l’arte nella narrativa ne ho conosciuti due. Di Tiziano Scarpa sono amica, con l’altro, Enrique Vila-Matas, ho scambiato tre parole in croce, tre fondamentali parole in croce. Il 29 giugno 2012 mangiavo una cotoletta di pollo su un’altana che gareggiava con i campanili di Venezia, quando la mia coinquilina Pam con fare accigliato sbucò dalla botola. Deposi sul piatto il boccone che mi stavo ficcando in gola. «Che c’è?» le chiesi. «È semplicemente assurdo che tu non voglia venire a Kassel!» [Kassel: cittadina tedesca che ogni cinque anni ospita la rassegna d’arte Documenta e si popola di curatori].

Sei mesi prima Pam aveva annunciato a sua madre che nella vita avrebbe fatto la curatrice, quell’anno Kassel era governata da Carolyn Christov-Bakargiev che aveva chiamato a lavorare con sé altri tremila curatori e dire a Pam che no, non ci volevo andare a Kurakassel, era come sputarle un pezzo di cotoletta nell’occhio. «No, non ci vengo a Kassel. Non ci vengo perché sono saperefobica»; questo era vero, non ci andavo perché sono anche culturofobica e bibliotecofobica e quell’anno il catalogo di Documenta era diviso in centinaia di piccoli opuscoli che guizzavano da tutte le parti, scritti da persone con teoresi fittissime; inoltre le opere erano interattive e bisognava interagire più del solito; a me la parola interazione fa venire la colite e l’idea di fondo di dOCUMENTA (13) era che l’intera mostra dovesse consistere in una rete, un network: conoscere, nutrirsi di sapere e d’idee. Un vespaio di conoscenza. «Mandami belle foto da Kassel». Pam mi mandò foto per tutta l’estate. Era entrata in un collettivo di artisti norvegesi, mangiava ceci, discuteva di neocolonialismo e land grabbing con ragazzi bellissimi e comunistissimi, viveva in uno stanzone bianco privo di mobili e piantava piantine. Si fotografava in compagnia di persone con la bocca aperta, perché a Kassel si parlava tutto il giorno. Nelle foto c’era sempre lei che sorrideva accanto a tanti tizi con la bocca aperta.

Io continuavo a prendere il sole sull’altana fino a che, sul finire di agosto, Philip mi spedì un messaggio: «Sei a Kassel?». Ero a Kassel? No. «Sì». «Ci vediamo?». «Sì». Due giorni dopo ero a Kassel. Avevo una meta, Philip, che mi avrebbe salvato dall’enciclopedia vivente che la città era diventata. L’arte sarebbe stata un contorno al mio appuntamento romantico e forse, in questa veste puramente decorativa, quel tutto pieno di teoresi e interazione e performance e “seivivo!vivi!” sarebbe diventato meno angosciante, addirittura godibile. Con Philip andò malissimo, non voleva baciarmi, voleva plagiare le mie teorie sul land grabbing. In compenso, incontrai Enrique Vila-Matas. Era seduto al bar. Mi presentai, gli dissi una di quelle cose veloci e prive di senso che mi riescono benissimo: «È buono il suo panino?». Lui mi rispose con una frase che è anche il succo teorico di questo articolo: «Sono sfinito, non mi sento troppo bene».

Visitatori di dOCUMENTA (13) posano davanti a un'opera dell'artista tailandese Apichatpong Weerasethakul come parte del progetto "All for Ai Weiwei"

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L’arte brulicava in ogni Straße, gli scienziati la scienziatizzavano nelle chemische Toiletten, i filosofi la postulavano nei Bio-Garten circondati da tante Karotten, gli artisti si lanciavano dai tetti, nuotavano nelle cloache… eppure per me dOCUMENTA (13) finì per coincidere con Vila-Matas seduto al bar e con la consapevolezza che Kassel sfinisce i romanzieri. Kassel non invita alla logica (Feltrinelli, traduzione di Elena Liverani) è il libro dove Enrique Vila-Matas racconta la propria esperienza di romanziere-opera, romanziere-readymade, romanziere-intervento, romanziere-curatoriale a Documenta. Era stato invitato dal divino team della Christov-Bakargiev a trascorrere tutte le mattine di fine estate 2012 in un ristorante cinese alla periferia di Kassel, il Dschingis Khan. Doveva starsene lì e scrivere. Se un curioso, un turista dell’arte, un avventore del ristorante gli avesse parlato, lui avrebbe semplicemente dovuto rispondere, aderendo in questo modo alla filosofia di dOCUMENTA (13): l’ interconnessione. Il progetto di Vila-Matas al cinese fu un flop, ma vagando per la mostra, entrando in contatto con gli artisti, lo scrittore ne ricavò un libro tanto simpatico quanto, a certi occhi, démodé. Che scandalo! Parla addirittura di “avanguardia”, una parola così spettrale da spaventare qualsiasi über-performer in stile Tino Sehgal, da incanutire qualsiasi androide partorito dalla mente di Pierre Huyghe. Beato Vila-Matas che, noncurante dei tempi, scrive un libro di viaggio artistico di quel che vede e di ciò che vive, niente di più destabilizzante per l’art system abituato a godere di ciò che si pensa.

Chi annoia e, presumibilmente, s’annoia è invece il Vila-Matas che avverte la necessità di divulgare l’arte. Che bello il suo corpo stanco mentre mangia il panino, meravigliosi i corpi degli artisti, dicono tutto, bastano e avanzano; troppo caritatevole, Vila-Matas si è preso a cuore una causa, ma le cause sono sempre perdute. La sua battaglia è di far conoscere al popolo i perché delle opere, i percome del sistema che le garantisce. Si è lasciato sedurre insomma, come molti suoi colleghi tra cui Geoff Dyer (Amore a Venezia. Morte a Varanasi, Einaudi, traduzione di Giovanna Granato) o Michael Cunningham (Al limite della notte, Bompiani, traduzione di Andrea Silvestri), dall’entusiasmo del benevolo turista. Guardando un performer vede uno struzzo albino, non si accorge di quello che dopo un po’, a furia di frequentare artisti e galleristi e curatori, appare orribilmente lampante: lo struzzo albino è il solito ossessivo-compulsivo che ha deciso di mascherarsi da artista.

L'audio-installazione “Porsche 911: Rosenkranz, 2010” dell'artista tedesco Thomas Bayrle, dOCUMENTA (13)

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Anche Tiziano Scarpa nel suo nuovo romanzo, Il brevetto del geco (Einaudi), si è lanciato nell’impresa contemporary art in novels. Scarpa è uno che a visitare un padiglione della Biennale impiega come minimo due ore in più del normale visitatore, è un privatissimo investigatore che infittisce di appunti il proprio taccuino anche dinanzi all’opera più tautologica dell’artista più implosivo. Gli si darà appuntamento al bar, dopo un quarto d’ora di vana attesa si comincerà a cercarlo qua e là per ritrovarlo sempre allo stesso punto in cui lo si è lasciato, al padiglione Australia, il bloc-notes alzato al livello del mento e la pelata piegata di 45 gradi.

La casa in cui abita con la sua compagna, l’appassionante artista Lucia Veronesi, è sempre piena di architetti, designer, video-maker, pittori; lui, appollaiato sullo sgabello, ascolta con avidità di dettaglio discorsi, quelli degli artisti, che scoraggerebbero qualsiasi altro essere umano. Ne Il brevetto del geco siamo lontani dal puro microcosmo kasseliano di Vila-Matas, ci troviamo nell’impuro mondo dell’arte italiana (asse Torino ↔ Milano ↔ Venezia). Benché il romanzo galoppi lungo molte contrade, quella dell’arte contemporanea è battuta da un personaggio chiamato Federico Morpio, un convertitore di materia costantemente occupato a trasformare ogni evento che gli capiti nella vita in opera d’arte: la pioggia che punteggia di pozzanghere la stazione centrale di Milano nella sua testa diventa un video, Il rumore delle polveri sottili; mentre la tastiera incrostata di un computer porta il titolo di Alfabeto vissuto. Da eccezionale bisi-risi, Scarpa dipinge il mondo dell’arte italiana con tutti i suoi provincialismi, bullismi, giovani in crisi, desideri di espatrio, competizioni tra piccoli, concettualismo di nona generazione, e poi curatori, galleristi, fiere d’arte, residenze estere, opening… Fin da subito il colpo di scena: il libro di Tiziano Scarpa è scritto da uno che non è Tiziano Scarpa. A scrivere sono le parole che, nel corso della narrazione, si appellano a se stesse con il pronome “noi”: «Noi parole pensiamo che…». Il brevetto del geco straripa di glifi e simboli. () sta per “vagina”, ma anche per “chiglia della nave”; * è “elica della nave” mentre (!) corrisponde a un ditalino.

Scarpa rispolvera una triade magica: arte, sesso e cristianesimo. Co-protagonista del romanzo è Adele, impiegata dall’aria dimessa che, grazie all’arrivo di un geco nella sua cucina, inizia a vivere tante piccole epifanie legate alle leggi del mondo animale. Queste scoperte botaniche e zoologiche l’avvicineranno al cristianesimo, all’arte sacra e alle reliquie. Tramite Adele, Scarpa sembra proporre l’ultima delle stigmate che il mondo dell’arte vorrebbe sentirsi addosso e cioè che le opere di Ragnar Kjartansson, Sophie Calle, Maurizio Cattelan, Nathalie Djurberg e tanti altri sono arte religiosa, pane mistico per i giovani artisti. I glifi e gli strani corsivi di cui le pagine de Il brevetto del geco traboccano, raccontano di come Scarpa abbia oltrepassato il problema della descrizione dell’arte in narrativa: lui non descrive, decripta. Affronta l’arte contemporanea dal punto di vista del lessico e del linguaggio, molto spesso schernendola a suon di (|) , anzi di (!). Geniale.

”Schermo - The End” dell'artista italiano Fabio Mauri, dOCUMENTA (13)

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Ah… il lessico. Narrare l’arte nel romanzo, benissimo. Inventare nuove forme di critica d’arte tramite la fiction, ancora meglio. Soprattutto, gli scrittori dovrebbero catapultarsi nell’arte di oggi per aiutarla a trovare un lessico nuovo. I termini del post-internet invadono ormai anche i testi critici su opere di pittura e scultura; una parola tra tutte: al posto di “artwork” si è cominciato a usare “device”, spesso italianizzato in “dispositivo”. Quadri, sculture e fotografie sono diventati “dispositivi”. Qualche settimana fa un pittore americano mi ha spedito la foto di una piccola tela rossa con una scritta nel centro:

Ho tenuto 179.44.25, RGB dell’Assunta di Tiziano, per dare un po’ idea di turista italiano sai… Fare un po’ sunday painting ai lati sai… E poi boom nel mezzo con questa scritta INDEXICALITY in glitch sai….

Ho venticinque anni, penso sempre che dovrei capire al volo queste cose, invece ho impiegato due giorni per dargli un feedback riassumibile in: «Ah ah. Cool». Lunga vita agli scrittori che troveranno nuove parole per l’arte, ora che sempre più la riscoprono come bacino da cui attingere storie. Soprattutto, un augurio agli scrittori italiani che, con il loro malleabilissimo lessico, hanno dettato legge per secoli in campo artistico. Si pensi alla parola “sprezzatura” che al solo pronunciarla incita un velocissimo movimento di pennello dall’alto verso il basso, lo stesso movimento di quando si scuote un termometro al mercurio. Il termine fu inventato da Baldassarre Castiglione per descrivere il comportamento di quegli uomini di corte che riuscivano a celare ogni affettazione nelle proprie maniere svolgendo le più difficili mansioni «senza fatica e quasi senza pensarvi». Nel 1548 Ludovico Dolce introduce nel lessico artistico la parola “sprezzatura” a indicare la maniera dei pittori veneti da Tiziano in poi, che non si davano cura di celare la gestualità delle pennellate all’interno di campiture rarefatte e uniformi, ma le esaltavano nella loro singolarità. Sprezzatura: la parola del cortigiano uso al gran mondo diventa l’inaudito gesto del pittore.

Nelle Proposte per una critica d’arte il grande Roberto Longhi riconobbe nell’immagine del capraio la strada maestra. Scrive Longhi a proposito della protratta dimenticanza storica delle sculture di Fidia:

Se vi fu anche un solo capraio greco che lamentasse l’agonia di quei marmi, quel capraio fu in nuce un buon critico d’arte.

Rattristato dallo sfacelo dei bianchi marmi di Fidia, preoccupato che le sue bestiole non defechino sopra gli occhi di Apollo, il capraio di Longhi narrerebbe l’opera del sommo scultore a partire dalla propria esperienza di uomo che si trova a far parte di una storia più vasta di lui. Ecco un ottimo precursore di quel nuovo genere letterario che va sempre imponendosi negli States tra i giornali e le case editrici più audaci e che è diventato la mia Bibbia: la critico-fiction, ovvero il trionfale matrimonio della libertà yankee con la sublime violenza della sprezzatura.

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