Yolo / Cinema

Banalizzare David Foster Wallace

09.02.2016

Arriva nei cinema italiani “The End of the Tour”, da un libro intervista all’autore di “Infinite Jest”.
Un’agiografia noiosa, prevedibile, banale

Già nell’orazione funebre a David Foster Wallace, Jonathan Franzen provava a elaborare una storia:

Semplice e moderna. “Un personaggio amabile e pieno di talento è caduto vittima di un grave squilibrio chimico del cervello. C’era la persona Dave, e poi c’era la malattia, e la malattia ha ucciso l’uomo come un cancro”.

In realtà la storia non è semplice, non è solo moderna e non è certo bella.

Uno scrittore di successo, perseguitato da una feroce depressione, dopo aver lasciato innumerevoli pagine tormentate, cede e si toglie la vita. Il pitch verrà rifiutato da tutti, ma ehi aspetta: non se tratta del nuovo Dave. Non c’è nulla come una morte prematura – droga, suicidio, malattia, alcol: possibilmente – in grado di svuotare ciò che l’ha preceduta. Un po’ per digerire e esorcizzare il rimosso («Vedi, si sapeva: era già lì»), un po’ per martirizzarlo (l’agiografia, si sa, è un genere postumo), come uno Sherlock Holmes anfetaminico il pubblico ripercorre a ritroso ogni parola dello scrittore (anzi della persona, incarnata grazie al decesso) per trovare gli indizi del gesto.

Così il suicidio ha posto fine alla vita di David Foster Wallace e ha fatto nascere San Dave, segnando uno spartiacque nella percezione della sua opera. Un po’ come in Crimini e misfatti, quando il protagonista resta sconvolto dal suicidio del professor Louis Levy, che per tutta la vita ha predicato la bellezza dell’esistenza, in molti sono rimasti storditi da quest’altra notizia, visto e considerato che della vita, tra le altre cose, aveva invece raccontato la nevrosi, l’angoscia, la noia. Quindi era tutto vero. Opera omnia, based on a true story. Allora dobbiamo trarne una lezione: quanti presagi, quanta dolcezza, quanta saggezza. Di lì, lentamente, l’emersione di una nuova figura, più smancerosa e sapienziale, di un buonismo stucchevole, canonizzata e idolatrata, con le battute come «Mi manca chiunque» estrapolate e lasciate lì a suppurare nell’aria dolciastra della retorica. È un personaggio che non lascia molto spazio, per dire, allo scrittore caustico di Brevi interviste con uomini schifosi o alla complessità dell’opera o alla sua eredità difficile. San Dave racconta il mal di vivere, San Dave pativa per noi, San Dave riesce a far scrivere male anche Franzen:

Amava i dettagli in quanto tali, ma i dettagli erano anche una valvola di sfogo per l’amore intrappolato dentro di lui.

 

Non è possibile dire quanto durerà, ma ora l’amore è senz’altro libero e questo film – The End of the Tour, nei cinema italiani dall’11 febbraio, scritto dal drammaturgo Donald Margulies e diretto da James Ponsoldt, un buon artigiano con alle spalle un discreto filmetto sull’alcolismo come Smashed – ne è intriso.

La trama è semplice e comincia prima del film. Nel 1996 lo scrittore non-tanto-di-successo David Lipsky viene mandato da Rolling Stone a seguire lo scrittore-di-successo San Dave durante le ultime date del booktour del suo infinito capolavoro. Passa cinque giorni con lui, tra reading e aerei e lezioni di scrittura creativa, ma alla fine il pezzo non esce, o perché non interessava più o perché l’articolo non aveva mordente. L’avrebbe trovato poco dopo. Nel 2008 lo scrittore-sempre-di-successo si toglie la vita e lo scrittore-sempre-non-tanto-di-successo si rammenta di quei vecchi nastri con le loro lunghe conversazioni, li trascrive e ne tira fuori un buon memoir che due anni dopo viene pubblicato finalmente-con-successo e tradotto anche in Italia (da minimum fax, la casa editrice che più di ogni altra forse è identificata con la sua opera). Sull’onda della commozione, definitivamente mainstream, si decide di trarne un film, un lungo flashback a partire dalla notizia della morte fino alla pubblicazione del libro-intervista.

Appena prima dei titoli di testa sentiamo già con la pelle d’oca per l’irritazione un leggero ticchettio. È il nostro reporter che di sera scrive nel cono di luce dell’io. Una telefonata lo desta dalla trance e scopre che il suo idolo è morto. L’interlocutore, al telefono, gli dice: «Ho pensato che se c’era qualcuno in grado di sapere se era vero o no, questo eri tu». Chissà perché, visto che non lo vedeva da anni. Da lì, eccolo correre al ripostiglio, dove ha custodito i nastri. Ripercorriamo la sua invidia alle prime recensioni per Infinite Jest, la resa davanti al valore del testo (sul divano, in calzini: «Shit»), la proposta al caporedattore di RS di seguirlo come una rockstar (invece di scrivere di boyband, cosa che invece San Dave avrebbe fatto volentieri, forse), l’arrivo presso il recluso in mezzo alla neve, la diffidenza reciproca, le prime confidenze, il viaggio insieme, gli scazzi. Lipsky va a trovare quest’uomo apparentemente nevrotico e lo trova, incredibile, apparentemente nevrotico ma anche stranamente be’ umano: mangia hamburger, parla di seghe, è un po’ nervoso quando deve parlare in pubblico, è affezionato alla sua vecchia auto (momento commozione: l’unica amica è un ammasso di lamiere). Poi, ogni tanto, quando parte la colonna sonora di Danny Elfman o un pezzo dei Tindersticks, distilla qualche perla di bontà vulnerabile. Inoltre, vive.

E così vediamo San Dave sonnecchiare in aereo, spassarsela con un film di John Woo, restarci male quando il cronista newyorchese ci prova con la sua ex, accarezzare i cagnoloni come se li preferisse alla compagnia delle persone, ballare come un Carrère qualsiasi, concionare sulla tristezza insita nell’idea compulsiva di divertimento e poi restare ipnotizzato davanti alla tv come l’intellettuale di Caro diario, mettersi in posa accanto alla lampada come in una replica-parodia delle foto più celebri. Ecco, questo è forse il tratto più singolare. Per gran parte del film si ha la sensazione di guardare una specie di sequel arty di un film demenziale (Smart and Smarter n+1 – The DFW Legacy), la scimmiottatura di una vita o del mestiere di scrittore o dei problemi di quello che un tempo non mi sarei mai aspettato di veder definire “genio malinconico”. Già in un’intervista del 1998 con Tom Scocca, David Foster Wallace diceva, a proposito di san Dave:

Ti dirò, credo che un’altra ragione per cui non scriverò più roba di questo genere per un pezzo è che alla fine stava emergendo una specie di macchietta: il tipo un po’ nevrotico, iperconsapevole, che ti mostra quanto è strana questa cosa che non tutti pensano sia strana.

Troppo tardi. Ci sorbiamo, come per contrappasso, le pose di uno scrittore ossessionato dall’idea di essere considerato un poser (un poster, presto?): la bandana, il tabacco da masticare, il tic della bocca (Jason Segal, va detto, ce la mette tutta), l’emotività affettata, l’amore snob per i prodotti pop, la self-consciousness eletta a poetica narrativa.

 

Tour de force

Il titolo originale del libro di David Lipsky è “Although of Course You End Up Becoming Yourself. A Road Trip with David Foster Wallace”, pubblicato nel 2010 da Broadway Books. La traduzione italiana (minimum fax, 2011) è di Martina Testa

Ora, gli scrittori al cinema sono una faccenda delicata. E questo per un motivo semplice: passano la maggior parte del tempo a scrivere o a leggere, attività buone per uno screen test alla Andy Warhol ma non per due ore di intrattenimento. Si ripiega sulla crisi: Jack Torrance in stallo all’Overlook Hotel, l’ossessivo Block di Harry a pezzi, il Turturro di Barton Fink, il prigioniero di Misery non deve morire. Altrimenti vincono le stranezze, i deragliamenti: le intemperanze di Beatrix Potter, le infedeltà di Dickens, la straordinaria interpretazione data dal lattice del nasone di Virginia Woolf in Le ore. Il ridicolo è sempre lì a un passo, come il giovane Melville in Heart of the Sea quando comicamente afferma la sua mediocrità (Melville!). Ma The End of the Tour è brutto sotto innumerevoli aspetti, così tanti che potrebbe diventare una specie di cult, rivalutato fra anni come i film di Totò o le pubblicità con Gegia: è brutto perché è noioso (non succede nulla); è brutto perché è prevedibile (il sottobosco letterario, le chiacchiere vacue alle presentazioni, la libraia giuliva, il fan ossessivo, lo sguardo curioso verso “chi scrive”); è brutto perché trasforma un uomo intelligente e talentuoso in un bisonte impacciato con il sorriso gongolante di Walter Veltroni; è brutto perché non ce n’era bisogno (alle domande su San Dave, la maggior parte della gente risponde ancora con: «Chi?»); è brutto perché l’incubo tanto temuto nel corso dell’intervista e cioè di essere trasformato in qualcosa di banale s’è avverato proprio nel momento di maggiore vulnerabilità, quando uno non può più dire la sua ed è impossibile evitare di chiedersi quanto ne avrebbe sofferto o riso lui; è brutto perché perpetua, con l’aria fragile e goffa e presuicida del gigante-albatro, l’idea antica e mai abbastanza smentita che solo se malata l’ostrica genera la perla.

Che bello sarebbe stato vedere un bravo regista – che so, un Todd Haynes – alle prese con un vero film intorno a un’opera e, sì, anche al personaggio che ne è scaturito, volente o nolente (camera fissa, una lunga combattuta partita a tennis tra Jonathan Franzen e David Foster Wallace, i colpi scialbi ma efficaci di Jon, le invenzioni pirotecniche di DFW: vince Franzen, perché è più cattivo anche se sembra più buono, ma il pubblico sta con Dave, perché è più buono ma sembra più cattivo, il tutto accompagnato dalle note a piè di pagina, in forma di comodi sottotitoli), ma sarebbe stato necessario parlare di un immaginario.

Resta qualche spunto sull’invidia. Sulla qualità di Lipsky come scrittore non posso dire granché, perché ho letto solo il libro da cui hanno tratto il film. Certo, non viene da pensarne bene con paragrafi come questo:

Scriveva con degli occhi e una voce che parevano una forma condensata della vita di chiunque: erano i pensieri che pensavi a metà, le scene di sfondo che vedevi con la coda dell’occhio al supermercato e facendo avanti e indietro dal lavoro – e i lettori si accoccolavano negli anfratti e nelle radure del suo stile.

Devo dire che in quelle pagine io ho riso, ho faticato, ho goduto, ho provato irritazione. Accoccolato? Mai. E, significativamente, nel film Lipsky non piange alla notizia del decesso ma gli sfugge una lacrimuccia durante il suo primo reading affollato, nato sulle spalle del gigante. Alla fine della fiera, at the end of the tour de force che sono queste due orette, ne esce che questo è un pessimo film su David Foster Wallace, ma un ottimo film su David Lipsky, chiunque egli sia.

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