Leggendo e rileggendo Cime tempestose, soprattutto di notte, si rischia, da bambine, di farsi un’idea imprecisa dell’Inghilterra: nebbia, brughiera, vento fra i rami, cani feroci, isolamento e i fantasmi di un amore che fa scoppiare il cuore. Ragazze pallidissime e insonni con l’anima tormentata dalle tempeste, e un’idea di orgogliosa infelicità e solitudine. Per molto tempo ho avuto paura del buio, di Heathcliff  e delle finestre che sbattono, per molto tempo ho pensato all’Inghilterra come a un posto spaventoso e tragico, fatto di solo Yorkshire d’inverno: il mio libro preferito era Il giardino segreto, di Frances Burnett, e mi ero abituata all’erba ghiacchiata, ai rumori di pianto che provengono da stanze nascoste, ad adulti pieni di tremendi segreti, fino allo sconvolgimento di Jane Eyre. Dicevo a mia sorella piccola, per spaventarla: ti porto in Inghilterra, ti lascio nella brughiera, lei non sapeva che cosa fosse la brughiera, e del resto nemmeno io, ma bastava la parola per farci piangere tutte e due.

 

Blackpool Beach #2, Lancashire

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

La scoperta del mondo passava attraverso tre sorelle inglesi, Charlotte, Emily e Anne Brontë, che passavano il tempo davanti al camino a leggere, scrivere e tossire, non uscivano quasi mai ma indicavano la strada, la inventavano, costruivano un mondo per sé e anche per quelli del futuro, per le ragazzine con le scarpe da ginnastica e la televisione: era molto prima di Kate Moss, di Sophie Kinsella, molto prima dei concerti a Hyde Park e di Nick Hornby, prima dei negozi di vestiti usati e di Christopher Hitchens e Martin Amis, prima delle serie della Bbc e prima dei venerdì sera inglesi in cui le ragazze battono i maschi in ubriachezza, con cerchietti sulla testa a luci intermittenti, ma c’era già, dentro quei romanzi ottocenteschi tormentatissimi e sempre inquietanti, l’idea di una forza, di una indispensabilità: loro raccontavano la brughiera e la brughiera cresceva dentro di me, con l’erica che non si lasciava strappare via dal vento e i fiori che sbocciavano in primavera, Emily creava Heathcliff e Heathcliff combatteva con Mr Darcy di Orgoglio e Pregiudizio per il migliore (o peggiore) eroe romantico: bastava scegliere da che parte stare, se si voleva soffrire oppure sorridere, passare la vita gridando o passeggiando fra le rose, occupati in brillanti conversazioni.

Blackpool Promenade, Lancashire

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

L’educazione sentimentale di una ragazza non può non dirsi inglese, non importa, poi, da quanti marciapiedi fuori dai pub ci avranno raccolto, il mattino dopo, o quante volte avremo rivisto il documentario su Amy Winehouse: lei che di sicuro ha amato Heathcliff più di tutti, lei che ha scritto e cantato in un modo meraviglioso Back to Black, con quei capelli neri e l’eyeliner e lo sguardo affamato e un corpo adatto a raccontare una storia, a diventare una storia, ha aggiunto un altro imprescindibile tassello all’indispensabilità culturale inglese: non saremmo noi se non ci fosse stata lei. Se non avesse fatto lo strappo, provocando l’invecchiamento improvviso di tutto quello che esisteva prima di lei. Come hanno fatto le sorelle Brontë. Come ha fatto Nick Hornby con le classifiche, con gli elenchi.

 

Ratcliffe-on-Soar Power Station, Nottinghamshire

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

Non saremmo noi se nel 1990 The Face, rivista inglese che si occupava di cultura pop e di nuove tendenze, non avesse pubblicato le foto di Kate Moss in una spiaggia a Sud di Londra (ma sembrava la brughiera), le foto che hanno cambiato il nostro gusto estetico, il nostro senso della bellezza e della modernità. Arrivò questa ragazzina dei sobborghi della capitale inglese, con le lentiggini e la sigaretta e un’aria nuova, imperfetta e non lucidata, e cambiò tutto, da Londra a New York all’ultimo bar della provincia di Messina. Claudia Schiffer diventò un dinosauro in un minuto, e non serviva la cultura per capirlo, bastava guardarle per sentire lo strappo, ha detto Alessandro Baricco in una lezione sui movimenti umani: c’è un momento bellissimo in cui l’essere umano si muove in modo brusco, illogico, invece di dondolare elegantemente e lentamente verso il cambiamento («Quand’è che Carducci è diventato orrendo? Ma c’è stato un momento in cui D’Annunzio era bello»), e Kate Moss in mutande e lentiggini è stato quel momento brusco, che ancora non ha ricevuto un nuovo strappo, nonostante Cara Delevingne e le sue boccacce. Stare in un buco di posto e sentirsi dentro il mondo, leggere di brughiera e sentirla dappertutto, è questo ciò che ha fatto l’Inghilterra al resto di noi, con i libri e le facce e i corpi, la musica e l’idea sensazionale che andare a Londra significasse tornare a casa (o decidere di non tornarci) con qualcosa in più, nello sguardo, nei vestiti e nei capelli, nella capacità di bere molte pinte di birra senza svenire subito.

 

Woolacombe Bay, Devon

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

L’Inghilterra è quella frase di Christopher Hitchens, «Che bello essere noi», che bello essere inglesi anche senza esserlo davvero, e rispondere con aria disinvolta, quasi indifferente, «Oh questo, sì l’ho preso a Londra», di tutto, eventualmente anche mentendo. Un po’ di distanza, ma non troppa distanza, ecco il segreto: la possibilità di decidere, un venerdì sera di provincia, di andare a Londra in autostop, con il traghetto fino a Dover, per comprare Parachutes dei Coldplay, una giacca usata con il collo di pelliccia finta, collant a fiori enormi, una gonna da Topshop, un cappuccino infinito, ustionante e acquoso, e tornare indietro con la febbre a quaranta sentendosi però almeno Mary Quant.

L’Inghilterra è un romanzo di formazione, non importa se si voglia diventare Virginia Woolf, Bridget Jones, la Spice Girl che sposa David Beckham, Catherine di Cime tempestose o Adele mentre canta Hello. C’è sempre uno scarto, un colpo di vento, qualcosa che succederà, una pettinatura, un’invenzione, Harry Potter scritto in un pub a Edimburgo, una nuova serie tv, un miracolo dietro l’angolo, un movimento illogico, così vicino da poterlo toccare, così vicino che diventa un po’ anche nostro. Quindi che bello essere noi, assieme a loro.

 

We English

Le fotografie di Simon Roberts che pubblichiamo in queste pagine appartengono al portfolio We English e sono state scattate tra il 2007
e il 2008 durante un viaggio in camper attraverso l’Inghilterra. In We English il fotografo britannico sviluppa i temi dell’identità, della memoria e dell’appartenenza. In queste immagini, Roberts esplora la nozione di “inglesitudine”, ricercandola nelle banali attività fuori porta con cui i britannici impiegano il tempo libero, manifestando un forte attaccamento per il loro paesaggio rurale.

Chiudi