Dopo sette stagioni, siamo all’epilogo per “The Good Wife”. Nel corso degli anni, la protagonista è cambiata molto e ora, prima di salutare, gli autori vogliono mettere a posto un po’ di cose e sistemarle in modo definitivo (con sfogo davanti alla lavatrice)

«Perché lo faccio, perché?» è la frase di Alicia Florrick che crolla, lei così perfetta e ordinata, custode della giustizia e del quieto vivere familiare. Dopo sette stagioni di The Good Wife, il cuore di Alicia scoppia di fronte a una lavatrice riempita con rabbia (con il tailleur e i tacchi), di fronte a un’amica che la guarda sbalordita e intenerita, come sono tutte le amiche quando gli cadi davanti. Ero amata e ora è tutto finito, perché sto facendo tutto questo?, perché faccio qualsiasi cosa?, non sopporto questa casa vuota, non so nemmeno se amo i miei figli, certo non ero fatta per essere infelice, sono una persona allegra, mi piace ridere, e invece voglio farla finita, «Why I’m doing this?», e Alicia singhiozza, non ricorre più alla razionalità, non cerca rifugio nella compostezza, urla e crolla e scoppia.

È l’inizio della fine che gli autori della serie, i coniugi King, avevano annunciato e che la rete che trasmette la serie tv, la Cbs, ha poi confermato, con uno spot durante il Super Bowl: l’8 maggio andrà in onda negli Stati Uniti l’ultima puntata di The Good Wife. Vogliamo mettere a posto un po’ di cose prima di chiudere la serie, hanno detto i King, marito e moglie alle prese con il racconto di un matrimonio traballante, di una donna in trasformazione che da impacciata casalinga tradita – il marito fa il politico – diventa un avvocato affermato, capace di trame incredibili ai danni di ex amici, una madre sempre meno apprensiva, una seduttrice. Vogliamo sistemare un po’ di cose vuol dire tantissimo, perché dentro a The Good Wife ci sono molte storie interrotte, una in particolare, che infine fa crollare Alicia, perché la brutalità di una verità che si poteva tacere le ricorda che c’era stato un momento in cui la felicità era a portata di mano, e quell’attimo non esiste e non esisterà mai più.

Le storie interrotte sono state imposte, banalmente, dall’addio degli attori che interpretavano i vari personaggi, ma ogni saluto in The Good Wife è uno strappo irrimediabile, la fine di un mondo, non c’è più la possibilità di scusarsi, di rimangiarsi una cattiveria, di riprendersi un abbraccio o di dire «ti amo».

Resta in sospeso soltanto Alicia. È aggrappata a un matrimonio pubblico da proteggere, che diventa attrazione e ricordi, una miscela mesta e liberatoria insieme, al punto che Alicia può dire «il sesso è più sexy senza amore», riferendosi al marito. È aggrappata anche all’ambizione personale, Alicia, il grande studio di avvocati e la voglia di farcela da sola, di dimostrare che la sua metamorfosi è potente e inarrestabile, anche se la nuova sede va a pezzi e ci sono i secchi sparsi a terra per contenere le infiltrazioni d’acqua, anche se lo studio poi diventa una stanza di casa, con i conti da fare tutti i giorni per non indebitarsi e la figlia come segretaria e riparo, con quella fede indistruttibile che non si sa da dove sia spuntata. È aggrappata anche al desiderio di voltarsi e andarsene via, Alicia, innamorarsi e scordare tutto, gli assassini seriali, i giudici corrotti, i dibattiti in tribunale con la testa altrove, i colleghi agguerriti, l’amore di una vita morto ammazzato, le comparsate al fianco del marito per far contenti gli elettori tradizionali, i panini con la carne sul pullman per andare in Iowa con il vuoto dentro per quelle verità che si scoprono ed era meglio non sapere mai, e rimpiangere e sognare, buttandosi in ascensore per strappare un bacio che doveva capitare molto prima.

I coniugi King vogliono sistemare un po’ di cose in modo definitivo, dicono, e già Alicia si avvia a tornare sui suoi passi, i luoghi sono di nuovo quelli di qualche stagione fa, ma nell’ordine imposto dall’alto, come se fosse possibile all’improvviso dare forma a ogni appiglio, c’è da sperare che non ci siano troppe rivelazioni: Alicia vuole ridere, e la verità è sempre da piangere.

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