A due mesi dal voto lo scenario politico spagnolo è quello dell’Italia del 1981. Dopo il discorso d’investitura di ieri Pedro Sanchez sarà oggi nominato Primo Ministro? No. Ecco perché, per come e che cosa succederà (forse)

All’indomani delle elezioni politiche dello scorso 20 dicembre, il quotidiano El Pais pubblicava un fondo intitolato “Bienvenidos a Italia”, dove si avvertiva il lettore spagnolo del significato dell’avvenuta rivoluzione copernicana con quattro partiti a spartirsi il grosso della torta elettorale (Pp, Psoe, Podemos e Ciudadanos) invece dei tradizionali due (Pp e Psoe). L’articolo squadernava buona parte delle peculiarità politiche del nostro funambolico passato: pentapartito, compromesso storico, fino a giungere alle mai dimenticate “convergenze parallele”. L’articolo sottolineava l’importanza che avrebbero assunto i piccoli partiti (i cari vecchi “partitini”) e, in maniera abbastanza accorta, ricordava, facendo l’esempio delle accuse di «mafioso» rivolte da Umberto Bossi a Silvio Berlusconi diventati nondimeno compagnoni decennali di Governo, che governare “all’italiana” significava anche questo: l’avversario di oggi può diventare l’alleato di domani. Tattica, tattica, tattica, aggiungeva, arrivando alla conclusione che in ogni caso non era nell’indole dell’uomo politico spagnolo l’agire temperato.

Quel volpone di Felipe Gonzalez, l’ipertrofico primo ministro socialista dagli irripetibili quattro mandati consecutivi (1982-1996), aveva comunque già freddato tutti a maggio: «Si va verso uno scenario all’italiana. Il problema è che non ci sono gli italiani a gestirlo». Punto. Era ovviamente vero. Quel che non poteva – e probabilmente neanche voleva – immaginare era che proprio il suo erede alla segreteria del Psoe, Pedro Sanchez, da lui reputato un peso piuma quanto ad arguzia politica e lungimiranza, si mettesse in testa di fare l’italiano. Complice il “passo la mano” che l’imperturbabilissimo primo ministro conservatore uscente Mariano Rajoy riservava al Re Felipe VI che lo incaricava di formare il Governo, ecco entrare in gioco don Pedro Sanchez, il quale, vedremo più avanti quanto abilmente, decide di calarsi nei panni di Pietro Sancio il transalpino (così siamo identificati dagli spagnoli) cominciando la sua personalissima interpretazione del tatticismo italico. Ed è quindi così che Sancio/Sanchez inizia a negoziare.

Sanchez durante la prima sessione di investitura

Nella sostanza non lo fa neanche così male, se è vero che illude tutti di guardare a sinistra (verso Podemos, ma sarebbe stato un suicidio politico di rara imbecillità) mentre sta chiudendo l’unico accordo di partenza possibile, quello al centro (con il partito di Albert Rivera, Ciudadanos). Così facendo si prende i complimenti degli analisti spagnoli: dimostra coraggio nell’accettare l’incarico del Re; sensatezza nel non sfancularlo per infimi calcoli aritmetici come Rajoy; serietà nella comprensione del nuovo passaggio politico della giovane democrazia iberica, che a lungo dovrà fare a meno dell’amato bipartitismo in favore di dialogo, negoziati, accordi e quindi sì, ancora, tattica.

Tutto bene? No. C’è un piccolo problema: Sanchez e Rivera, da soli, non vanno da nessuna parte. Insieme infatti totalizzano 130 deputati, una cifra ampiamente al di sotto dei 176 necessari per avere la maggioranza in Parlamento. E allora che si fa? Si va alla prima sessione di investitura (avvenuta ieri alle Cortes di Madrid) chiedendo apertamente a Pablo Iglesias e a tutti i 69 deputati riconducibili a Podemos di «sommarsi» al patto in nome di un Governo «del cambio» (inteso come tutti tranne Rajoy), giacché il Governo delle sole sinistre, per dirla con Pietro/Pedro, «no suma, mi dispiace ma no suma» (Governo delle sinistre che peraltro sarebbe un’ipotetica accozzaglia senza né capo né coda richiedendo l’appoggio esplicito, tra gli altri, di “Esquerra Republicana de Catalunya”, la cui unica ragione di vita è l’indipendenza della Catalunya dalla Spagna).

È comunque questo, quello aperto, pubblico, in diretta dal Congresso, il volto che Sanchez decide di dare a Sancio l’italiano. È qui, ieri, e poi anche oggi quando sempre in Parlamento gli altri leader gli risponderanno, che Pedro si incarna in Pietro e lo fa in un modo singolare: decidendo di giocare la carta del dialogo sotto i riflettori.

Podemiti sghignazzanti applaudono i Ciudadanos

I Ciudadanos non stanno ridendo

E come? Mettendo Podemos e il suo argutissimo leader Pablo Iglesias davanti al fatto compiuto: noi e Ciudadanos siamo qui per incarnare il cambiamento, quel cambiamento che voi dite di ricercare dal giorno della vostra comparsa sulla scena pubblica. Come potete votare “No” accodandovi a quei reazionari di Rajoy? Come potete incarnare una retroguardia così farisea e calcolatrice, quando in fin dei conti quel che vi sto chiedendo è l’appoggio a un Governo «progressista e riformista»? Come potete ignorare i 18 milioni di spagnoli contro 7 che non hanno votato il Pp due mesi fa e che ci chiedono di voltare pagina? È finito il tempo dei “Niet”, dice Pietro sublimando la sua “italianità”, bisogna dialogare e «fare quello per cui i cittadini ci pagano. Non possiamo tornare da loro (cioè al voto) perché non siamo stati capaci di fare il nostro lavoro». Insomma! Siete di sinistra come me o no? (Questo non lo dice e forse neanche lo pensa).

Neanche piglia fiato Pietro, che subito deve ritornare Pedro. Quando infatti decide di «ringraziare pubblicamente» Albert Rivera e i suoi 40 per responsabilità e senso dello Stato, ecco la realtà schiaffarglisi in faccia sotto forma delle prime file sghignazzanti dei banchi Podemiti (Iglesias, Errejon, tutto il politburo) protesi ad applaudire i detestati Ciudadanos con le espressioni strafottenti dei calciatori che fanno clap clap all’arbitro dopo il cartellino rosso.

Niente da fare. Iglesias oggi rispedirà al mittente l’offerta, deriderà il leader socialista chiedendogli ancora una volta di «ripensarci» mollando la destra di Rivera e scegliendo le sinistre (sapendo che la strada è impercorribile), renderà vani i richiami al dialogo e di fatto sotterrerà Sancio l’italiano. Niente “convergenze parallele”, niente pentapartito (che qui sarebbe un tripartito di «perdedores», come, con qualche ragione, asseriscono i popolari), niente compromesso (di “geometrie variabili” non si era ancora arrivati a parlare, ma tenderei ad escludere pure quelle).

Mariano's not impressed

Quindi che cosa succederà? Impossibile dirlo, la politica spagnola è al momento la più grande rappresentazione dell’accidentalità terrena possibile, un divertimento assoluto – specie per chi ha visto (o sentito) governare un Primo Ministro, Giovanni Spadolini, con 16 deputati su 630, per ben due volte, prima delle comari (fatti più in là, Spagna).

In ogni caso le prospettive paiono queste. La prima: una strenua resistenza del soldato Sanchez che, incassati i “No” di oggi ci riproverà venerdì con la seconda sessione di investitura e ha comunque molte settimane di tempo per trovare i numeri in Parlamento. Il leader socialista a quel punto potrebbe contare sulla pressione popolare di un Paese in stallo da mesi (non bisogna dimenticare che gli ultimi due precedenti assimilabili, i Governi “regionali” di Andalusia e Catalunya, si sono sbloccati a una settimana e un giorno dalle rispettive deadline anche sotto l’onda emotiva del malcontento degli elettori).

La seconda: la grande rinuncia. Pedro disarciona Pietro e rimette l’incarico nelle mani di Felipe VI, il quale a sua volta potrebbe decidere di sondare nuovi territori. E l’unico leader in grado di poter anche solo immaginare di possedere il requisito base per la bisogna, e cioè il necessario potere attrattivo in questa fase centripeta della politica spagnola è Albert Rivera.

Con il “Sì” dei socialisti già in tasca, Rivera potrebbe avere mano libera nel tentare la scalata verso quel che chiaramente è il suo disegno politico: un Governo costituzionalista (aka contro qualsiasi referendum in Catalunya, ipotesi difesa da Podemos) forte dei numeri del Partito popolare. Non avrebbe nemmeno bisogno di un patto di Governo col Pp: gli basterebbe l’astensione e la legislazione potrebbe partire. Un’impresa che, se appare impossibile da raggiungere per Sanchez (troppi insulti tra i due partiti, troppa contrapposizione, anche storica, anche artata), non così pare per Rivera (che mantiene, unico tra tutte le forze politiche, relazioni cordiali anche con lo stesso Rajoy). Chissà che l’italiano tanto atteso da Felipe Gonzalez non sia proprio lui, e d’altra parte Alberto Rivera, quantomeno nominalmente, è già più credibile di Pietro Sancio.

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