È un discorso complicato. Gli equivoci sono dietro l’angolo. E le ipocrisie, all’ordine del giorno. Tanto tempo fa, un pomeriggio al cinema con papà, a vedere Alberto Sordi e il suo Fumo di Londra (1966), musiche di Piero Piccioni. Bombette, autobus a due piani, nebbia e ombrelli, riverberi di Carnaby Street. Turismo per adulti, curiosi e ottimisti. Nessun coinvolgimento per un teenager. Una battuta profetica, pronunciata nel film da un anziano britannico, mentre assiste alla scazzottata tra rockers e mods: «Dove andrà a finire la nostra Inghilterra? Ma noi abbiamo fatto di molto peggio: la guerra».

L’anno dopo, la Londra di Blow Up: la fascinazione s’ispessisce, i segnali sono espliciti, sincronici con le inquietudini che avvolgono i ragazzini italiani del momento. I long-playing suonano sul giradischi e le copie di Melody Maker miracolosamente approdano alla Milano Libri, anche se con due settimane di ritardo. La percezione è che lassù stia succedendo qualcosa di meraviglioso. Si parte precipitosamente, dopo aver letto per caso l’articolo di William Rees-Mogg su una copia del Times finita in salotto: Non si può torturare una farfalla scrive l’autore per stuzzicare l’opinione pubblica, parlando di Mick Jagger e Keith Richards, imprigionati dopo essere stati arrestati dopo un blitz che li ha colti nel pieno di un’orgia. Accidenti! Che mondo sarà, che società, quella in cui accadono storie così? Non appena David Bowie promulga che i Changes sono in atto e i giovani apostoli devono solo ratificarli, i ragazzi italiani si muovono, compattamente: treno, auto, pochi fortunati con l’aereo. Lo choc culturale è clamoroso: mangiare uova fritte in un Pepsi, vedere concerti al Rainbow Theatre, passeggiare per Primrose Hill, mescolarsi clandestinamente alla in-crowd. Londra è la Mecca e, per rilassarsi, si traversano l’Essex e il Sussex, Epping e Cambridge, si vaga a occhi spalancati. Eppure è ancora un’Inghilterra-Andy Capp, buia e scontrosa, austera e serrata, ma squassata da bagliori fortissimi, si tratti di pop culture, di sperimentazioni o di solenni immersioni nelle opportunità di un’educazione tradizionale, in un college dalla reputazione di platino. È a Victoria Station che si sbarca nell’abbacinante London Town. Il legame è istantaneo, l’amore è a prima vista, e poi si snoda in un instancabile su e giù, un’ininterrotta oscillazione sull’asse Italia-Londra, che presto diventa rituale, necessità, appagamento. Appena dopo l’ultima escursione, c’è sempre qualcosa di nuovo che richiama ancora. Londra è il faro culturale e la sua nazione è l’alveo delle variazioni, il luogo delle agnizioni e il teatro delle scoperte, indispensabili alla formazione di un giovane italiano di fine Novecento.

 

Bolton Abbey, Skipton, North Yorkshire

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

2016: i media chiedono se siamo pronti a rinunciare all’Inghilterra. Quasi per automatismo, si risponde di no. Assistere allo spettacolo dell’isola che s’accartoccia e si chiude nello sdegno, è doloroso, provoca un istintivo diniego, scalzato soltanto dalla sensazione di svegliare il fastidioso tarlo della nostalgia. Perché noi ex-ragazzi italiani abbiamo fatto tanto per avvicinare questi due lembi della coperta. Per rendere parte della nostra cultura assodata il patrimonio che veniva di lì, che era diverso e inedito ma che sentivamo nostro, ci eccitava e che desideravamo ardentemente. Questione di formazione e di venir su nei Settanta e negli Ottanta, come la più inglese delle generazioni italiane. Adesso, invece, prima sporadicamente, poi con decisione, si sente parlare di “Brexit”. Diamine. Eppure, coloro che coltivano da sempre una relazione affettiva col Regno Unito, non possono stupirsi troppo della posizione di sospettoso distacco e di partecipazione a disco orario dell’isola alla cosa europea: questione di secoli di storia, di carattere, di orgoglio autarchico, d’incapacità di sorvolare sulla differenza. Ma come sarà, se dovesse vincere la Brexit il 23 giugno, come sarà atterrare ancora una volta a Londra? Sarebbe conturbante credere che ridiventerà come negli anni Settanta, quand’eravamo strizzati dall’emozione. Ma sappiamo tutti che certe cose e certe emozioni non ritornano più.

Chatsworth House, Bakewell, Derbyshire

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

Questa “dipendenza” culturale è stata una lunga, fortunata educazione e un imprinting per migliaia di giovani italiani. Ha formato un immaginario, ha dettato ispirazioni utili a crearsi un inedito pantheon di figure e significati. Londra è stata il luogo. Poi, un po’ alla volta, le cose sono cambiate. È cambiato il modo di viaggiare, è diventato facile arrivare più lontano. Sono cambiate le tendenze e gli oggetti culturali decisivi, che hanno preso a spuntare da altri angoli del pianeta. Il Regno Unito ha imboccato il processo di adeguamento alla contemporaneità, tenendo conto delle rinnovate esigenze della popolazione e del ruolo mutato nello scenario internazionale. Da quel momento, è come se la nostra relazione si fosse annacquata, mantenendo una stabile affettività, ma distaccandosi dai primi ardori. Si continuava ad andare a Londra, per mostrarla ai figli, per spiegare loro quali fossero le ruggenti attrazioni d’una volta, cosa fosse un festival di Reading, un concerto al Marquee, una mostra a Indica, la Seconda Estate dell’Amore nelle ville di Hampstead, ricevendo solo reazioni distratte, perché loro, ovviamente, i propri richiami se li procurano da soli. Londra è cambiata in modo precipitoso e il resto del Paese l’ha inseguita ansimando. Prendi Roma o Milano anni 70, e specchiale in quelle di oggi: l’effetto è straniante, eppure infinitamente minore rispetto al medesimo raffronto intrapreso a Londra o a Manchester. Le conseguenze del Blairismo, le inedite fonti di motivazione individuale, gli effetti della prevalenza delle tv private sul vecchio flusso della Bbc, il design della New architecture, la modificazione dei miti urbani, la soluzione del rapporto inglese di sudditanza verso l’America: fattori combinati insieme, col contributo di mille altri, che hanno provocato una silenziosa rivoluzione nel Paese. Che nel frattempo si era aperto in modo vigilato alla relazione col resto d’Europa, con patti, obblighi, reciprocità, sospetti e ritrosie, comunque sottomettendosi a quello che sembrava un procedimento irreversibile.

Sunderland vs. Liverpool, Sunderland, Tyne and Wear

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

Londra, estate 2012: le Olimpiadi. Un modello di qualità organizzativa, lucidità amministrativa e diffusione dell’idea di sport-spettacolo. Una cosa ben fatta, in modo scrupoloso. L’occasione, però, diventa fatalmente significativa anche per guardarsi attorno, per capire come siano cambiate le atmosfere e le prospettive. La città non è più la stessa: non è migliore né peggiore, ma si è evoluta in una cosa diversa, che proietta sul mondo un’immagine che non combacia minimamente con quella d’un tempo. Oggi c’è un’altra Weltanschauung britannica, ingoiata la globalizzazione, deregolamentata l’immigrazione, forzata la modernizzazione. Ora il Paese si presenta così, con orgoglio e anche con apprensione. E i Giochi sono stati un successo – meritato. Ma non hanno lasciato illusioni nei visitatori di un tempo: esiste uno stile inglese di ieri e una realtà britannica di oggi. Non sovrapponibili, a dispetto dei sospiri emessi dai nostalgici. Il bastian contrario nazionale, Peter Hitchens, fratello del compianto Chris, scrive: «Non possiamo fare ciò che vogliamo col nostro Paese. L’abbiamo ereditato dai nostri genitori e abbiamo il dovere di lasciarlo ai nostri figli, possibilmente migliorato e sicuramente non danneggiato». Poi si abbandona a una tirata in favore della Brexit. Si può comprendere che cosa cerchi di dire, senza nemmeno dare alle sue parole la prevedibile interpretazione smaccatamente reazionaria. Il suo resta comunque un proposito illusorio. Se, fatti i propri calcoli, il Regno Unito si vuole sottrarre all’intreccio di connessioni che lo legano all’Europa, ciò non significherà poter tornare alla quiete sistemica della nazione nel Dopoguerra evocata da Hitchens, né alle effervescenze intellettuali della furiosa ripartenza nei Sixties. La mutazione è avvenuta. Ci sono stati miglioramenti, modifiche strutturali e alcune cose si sono perse per strada e non possono essere rimesse al loro posto. Hanno esaurito la propria funzione e sono storia. Vivono nella memoria di chi le ha apprezzate perché, come nel caso dei vecchi ragazzi italiani, rappresentarono ciò che la nostra società non era in grado di esprimere.

 

Cirencester Park Polo Club, Gloucestershire

© Simon Roberts / courtesy MC2 Gallery

Quello di Hitchens resta un rimpianto pleonastico, da accogliere con pazienza. Lui stesso era stato più stimolante anni addietro, quando per descrivere come il Paese stesse cambiando e imboccando una strada sbagliata, nel saggio The Abolition of Britain mise a confronto due avvenimenti epocali e il diverso approccio che la nazione riservò loro: il funerale di Winston Churchill del 1965 e quello di Lady D nel 1997. Con Churchill scompariva magicamente un’incarnazione del Regno Unito in una parata di grigi fantasmi, rimandati dagli schermi in bianco e nero dei piccoli televisori dell’epoca. Lady D, invece, viene seppellita a colori e col suono stereo di Elton John a modularne la santificazione, mentre il feretro traversa una città trasfigurata, tra due ali di folla multiculturale e plaudente, attrezzata con hamburger e milkshake. La metamorfosi è avvenuta. Ma andava completata. Vent’anni più tardi ragioniamo su una nazione che valuta se dare una sterzata rischiosa al proprio modo d’essere e ci chiediamo se sia giusto far valere i nostri argomenti, protestando questo abbandono unilaterale. Forse però, dignitosamente, bisognerebbe soltanto attendere lo svolgersi degli eventi, e non interferire. Da lontano abbiamo ammirato una nazione e abbiamo cercato di assimilarne gli stili. Ora la stessa comunità si confronta democraticamente col malessere, col travaglio di non riconoscersi, con la percezione di uno slittamento sempre più lontano dalla propria classicità. È possibile che voglia, secondo le intenzioni della maggioranza, cambiare rotta, andando incontro a un destino indecifrabile, ma cercando comunque vestigia della propria identità smarrità. Chi siamo per richiamarli all’ordine in un sistema nel quale, noi per primi, ci sentiamo spesso confusi? Alla fine di tutto questo travaglio, si tratta principalmente di riconoscersi e di accettarsi. Ammettendo che sì, in questa vecchia foto scolorita, quelli lì siamo proprio noi.

 

We English

Le fotografie di Simon Roberts che pubblichiamo in queste pagine appartengono al portfolio We English e sono state scattate tra il 2007
e il 2008 durante un viaggio in camper attraverso l’Inghilterra. In We English il fotografo britannico sviluppa i temi dell’identità, della memoria e dell’appartenenza. In queste immagini, Roberts esplora la nozione di “inglesitudine”, ricercandola nelle banali attività fuori porta con cui i britannici impiegano il tempo libero, manifestando un forte attaccamento per il loro paesaggio rurale.

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