“Il est avantageux d’avoir où aller” è una raccolta dei suoi articoli dagli anni Novanta a oggi, sarà pubblicato in Italia nel 2017

Emmanuel Carrère vede le cose. La forza della sua letteratura non è nella lingua, né nell’immaginazione, ma nello sguardo. I suoi occhi puntano immediatamente al dettaglio saliente della scena, al tic – al gesto – al modo di dire che riassume la personalità dell’uomo, e lui lo rende sulla pagina con semplicità ed eleganza. Leggendo Carrère è evidente che la sua letteratura è svincolata dall’ossessione (italiana? Novecentesca? Sconfitta?) per la voce. I suoi libri si traducono benissimo. A volte in francese sembrano già tradotti. La sua grandezza non è nello stile, ma altrove.

Questa grandezza è evidente nei romanzi della gioventù, ed è evidente negli ibridi narrativi della maturità, l’arco temporale che a credere alle dichiarazioni dell’autore si è chiuso con Il regno, di un anno fa. Fra i due periodi – cioè per quasi tutti gli anni Novanta – Carrère ha scritto perlopiù i saggi brevi e i reportage che da poco sono usciti in Francia in un volume dal titolo Il est avantageux d’avoir où aller. Uscirà in Italia per Adelphi all’inizio del 2017.  Il titolo viene da I Ching, esagramma 57:

Propizio è avere dove andare.

Chi conosce Carrère sa che negli anni in cui sono stati composti i primi reportage l’autore riconoscerà, a posteriori, una crisi. Ma non serve aver letto gli excursus biografici che punteggiano gli scritti di Carrère (o, volendo, che ne costituiscono la sostanza profonda) per respirare la trasformazione violenta: è chiaro che avere dove andare è propizio soprattutto per chi non sa dove sbattere la testa.

Dopo il successo dei romanzi dei vent’anni Carrère non riusciva a scrivere niente che lo soddisfacesse; si logorava quotidianamente contro i materiali da cui un decennio dopo avrebbe tratto L’avversario; non amava la moglie, beveva a pranzo, inseguiva una illuminazione religiosa. Sulle prime deve essere stato per questo che ha accettato di scrivere i lunghi pezzi di cronaca, i profili biografici e i reportage raccolti qui. Leggendo, a tratti si percepisce chiaramente il sollievo di chi ritrova la scioltezza, torna a sentirsi produttivo per un po’.

Specialmente i testi meno recenti mostrano la lingua controllata di un romanziere che si trova per la prima volta vincolato dalla realtà: ma da tutto questo controllo non risulta rigidità bensì onestà e precisione. Si vede lo sguardo che si affina nella ricerca dei dettagli che non può più inventare, e in questa costrizione scopre una libertà.

L’antologia raccoglie, fra le altre cose, vari reportage lunghi su casi di cronaca, alcuni più splatter, altri meno. Fra gli altri c’è il pezzo originale scritto sul caso Romand, l’impostore omicida che sarà al centro de L’avversario. C’è la cronaca dallo tsunami in Sri Lanka su cui si baserà Vite che non sono la mia. Ci sono viaggi esteuropei che presagiscono le atmosfere dei due libri a sfondo russo.

E poi c’è dell’altro. C’è un esteso profilo biografico di Alan Turing, il grande logico che ha deciso di suicidarsi (o è stato suicidato) con una mela avvelenata, come Biancaneve. C’è la sinossi di un ipotetico remake de L’uomo invisibile. C’è il diario di due mesi passati a leggere solo Balzac, che si risolve in un’indagine di che cosa significa dire che un libro è importante – non in assoluto, ovviamente, ma per qualcuno, per te. (Tutto Carrère sta in questo “per te”). C’è l’archivio di un’improbabile rubrica del cuore per un femminile italiano di vari anni fa, interrotta quando la caporedattrice si è scandalizzata per un pezzo sullo squirting.

 

Prima dell'autofiction. Emmanuel Carrère nel 1995, dopo aver vinto il Prix Femina per “La settimana bianca”

AP

Dalla ripetizione, nella brevità, appaiono più chiaramente certe caratteristiche che nei romanzi c’è spazio per dissimulare. Ad esempio: la capacità di Carrère di mettere a fuoco il particolare individuale è resa possibile dal disinteresse più assoluto per quello che in burocratese si chiamerebbe il contesto socioeconomico. Carrere riconosce l’ingiustizia sociale con la stessa rammaricata accettazione con cui ci si lamenta se la domenica piove: sì, è un gran peccato, che ci vuoi fare? Toccherà stare in casa. In un profilo di Darcy Padilla – fotografa che per un decennio ha seguito la vita di una tossicomane di San Francisco – Carrère di lei elogia che non cerchi di annullare la distanza sociale che la separa da Julia, la donna che fotografava. Le offre gli hamburger ma non condivide con lei le laute borse di ricerca che le frutta il suo The Julie Project. Compatisce la sua condizione – madre single e sieropositiva in una società che non offre reti di supporto; ma non si interroga neppure di su quali collegamenti ci siano fra quella società e quella che le permette di perseguire liberamente la propria ricerca artistica.

In tale rifiuto per principio di ogni sguardo d’insieme, di ogni responsabilità collettiva, Carrère vede un segno di sicurezza e di maturità. Dice di Darcy quello che in Vite che non sono la mia, riferito a un giudice, presentava come il massimo complimento possibile: «sa dove si trova».

Anche Carrère sa dove si trova. In un divertente reportage da Davos (tradotto all’uscita da Internazionale), Carrère – che all’epoca stava scegliendo su che isola greca comprare una villa – racconta di aver passato una notte a bere con un gruppo di oligarchi russi. Il giorno dopo visita l’albergo di lusso dove Mann ha ambientato La montagna incantata, e si lamenta, sinceramente, di non essere abbastanza ricco per viverci un anno.

Questo atteggiamento può essere visto come una filosofia conservatrice, il comodo ubi consistam del rampollo che vuole poter parcheggiare la Porsche di fronte alla mensa dei poveri. Eppure, a leggerne le molte declinazioni che se ne hanno in Il est avantageux…, verrebbe da dire che c’è qualcosa in più. Carrère sembra animato dalla convinzione – mai esplicitata, forse neppure del tutto conscia – che al di là dell’epoca, del censo, delle capacità individuali, i destini umani in fondo si equivalgano, che l’esperienza morale di fondo sia tutto sommato la stessa. Le lotte interiori, le pene, la solitudine che affronta il Ceo di un conglomerato petrolifero non gli sembrano in ultima analisi diverse da quelle che toccano a lui, a me o alla tossicomane del Tenderloin.

È questo che permette a Carrère di identificarsi senza remore col pluriomicida Romand, con la sorella morente della moglie, con Paolo di Tarso padre della Chiesa: la convinzione che il contesto sia indifferente – una invariante, un fattore semplificabile. Eliminato il generale, resta il particolare; su uno sfondo ridotto a corollario spiccano con maggiore chiarezza i dettagli più intimi e caratterizzanti, quelli che fanno di te ciò che davvero sei. Carrère li vede così bene perché – per programma letterario, o per comodità, o per miopia – non vede il resto.

Un crimine può non avere motivo, ma ha per forza un passato.

La giustizia non sa che farsene di questa considerazione. La letteratura sì.

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