Un nuovo disco (prodotto da M. Ward, con brani scritti da Neko Case, Justin Vernon, Nick Cave, Ben Harper e Tune-Yards) e un documentario (“Mavis!”, trasmesso da Hbo) rendono il giusto merito alla grande interprete gospel americana

Parla con la cadenza ad effetto della predicatrice e la voce arrochita dall’età: «Stasera siamo qui per darvi gioia, felicità, ispirazione e vibrazioni positive». E come lo dice lei, «vibrazioni positive», non lo dice nessuno. È una scena di Mavis!, il documentario di HBO dedicato a Mavis Staples, protagonista con la family band degli Staples Singers di un pezzo di storia del gospel-soul americano negli anni in cui il sentimento religioso si saldava alla consapevolezza razziale. Di fronte alla camera di Jessica Edwards sfilano Bonnie Raitt, Prince, Jeff Tweedy degli Wilco, Chuck D dei Public Enemy, e tutti si dicono toccati dal potere della sua voce. C’è pure il primo amore della cantante, Bob Dylan, che nel marzo del ’63 ne chiese la mano al padre Roebuck “Pops” Staples nella caffetteria di uno studio televisivo newyorchese. «Non dirlo a me, chiedi a Mavis», rispose l’uomo fra le risate generali. Non ne fecero nulla, Dylan diventò Dylan e Mavis Staples si sposò con un impresario di pompe funebri, salvo poi separarsi dopo otto anni. Quando c’è stato da assemblare il cast del documentario Staples ha telefonato al manager di Dylan. «Lui non partecipa a cose del genere», s’è sentita rispondere. E allora ha preso carta e penna e gli ha scritto una lettera. Dylan s’è presentato sul set, con una rosa in mano.

Un po’ come il documentario, anche il nuovo album della cantante Livin’ on a High Note suona come un caloroso abbraccio multigenerazionale e multirazziale a Staples, e giunge dopo tre fortunati dischi prodotti da Ry Cooder e Tweedy. Contiene pezzi scritti per lei da un bel gruppo d’autori tra cui Ben Harper, Nick Cave, Justin Vernon/Bon Iver. Lo produce il cantautore M. Ward, quello che confeziona delicatezze rétro con Zooey Deschanel nel duo She & Him. A tutti, autori e produttore, è stato impartito il medesimo mandato: scrivere musica gioiosa, per strappare Mavis e il suo timbro ghiaioso da un repertorio che fin dai tempi degli Staples Singers mescola traditional e inni della lotta per i diritti civili.

Chris Strong

Lei, abituata ad attraversare gli stili, a mischiare l’amato gospel con il soul, il folk e il pop, canta con una naturalezza d’altri tempi. Livin’ on a High Note è un pezzo di pop moderno che rimpiange la semplicità e la passione e il fervore di un’epoca che non tornerà più. Solo che questa volta Mavis non vuole farci piangere: mira a farci sorridere.

Pochissimi autori, qui, imboccano la strada dell’impegno civile, cercando di vendere a una dei «guerrieri gospel del dopoguerra» (copyright Lauryn Hill) una merce già sua. Ci prova Merrill Garbus, l’eclettica musicista che sta dietro al progetto Tune-Yards e che per una volta mette da parte alchimie sonore e intrecci ritmici impossibili. Male non le va. Il suo richiamo all’azione scandito nello spelling del titolo «A-C-T-I-O-N» e nello slogan «Chi ci penserà se non lo farò io?» non ha lo spirito infuocato della battaglia, ma quello giocoso di Happy di Pharrell Williams, e ci puoi ballare su. Neko Case la butta sul politico, Nick Cave la mette sul religioso e gli altri – Benjamin Booker, Valerie June, Son Little, Aloe Blacc, Charity Rose Thielen (The Head And The Heart) – scrivono d’amore universale, speranza, solitudine, conforto, rettitudine. Siccome il duetto è il rifugio di chi è senza idee, è un bene che cantino solo Staples e i suoi coristi. Ward, che ha appena pubblicato l’album More Rain, fa l’unica cosa sensata da fare: aggiungere poche sfumature sonore southern chic, e in sostanza fare un passo indietro e godersi lo spettacolo.

La bambina che faceva piangere i fedeli delle chiese battiste di Chicago oggi ha 76 anni e un passato favoloso come membro di quella che Ebony chiamò la «First Family del gospel». Il padre aveva imparato i blues nel Mississippi. La sensibilità religiosa gli impediva di darsi alle canzoni d’amore profano e così, una volta trasferitosi nel South Side di Chicago, crebbe i figli insegnando loro l’arte fina dell’armonia vocale e la gioia dei canti al Signore. Quando si trattò d’espandere il repertorio del gruppo – lui a voce e chitarra, i figli Cleotha, Pervis, Mavis e Yvonne al canto – scrisse testi ispirati alla lotta per i diritti civili. Era amico di Martin Luther King. «If he can preach it, we can sing it», diceva ai figli e Mavis non l’ha scordato. Nemmeno Ward, che ha avuto l’idea di prendere le parole di If I Can Help Somebody, che il reverendo usò in un sermone del febbraio del ’68, il suo ultimo ad Atlanta, e metterle in bocca a Staples, che le intona come se fosse un testamento: «Qualora riuscissi a compiere il mio dovere di cristiana, a cantare la salvezza che Egli ha portato nel mondo, a diffondere il Suo messaggio, non avrò vissuto invano».

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