Lo strano fascino della Prius, la macchina che piace ai progressisti: al volante di un’ibrida come in un libro di Franzen

Il rapporto tra intellettuali e automobili, si sa, è sempre stato complicato, e sovente risolto con: «Mi dia la più brutta». Nei film di Woody Allen, il protagonista, sceneggiatore o psicoanalista o psicanalizzato, spesso guida una Volvo 240, che era una bellissima macchina in versione station wagon, ma un imbarazzante barcone (anche come tenuta di strada) nel modello berlina. Dunque andava benissimo, al maschio riflessivo piace infatti così, perché la potenza dei cavalli e il pistone sferragliante devono essere bilanciati dall’orrore estetico, per espiare. La macchina fica rimane, infatti, il grande tabù del maschio di sinistra. Così, nel 1997, i giapponesi – puntando più su questo complesso che non sulle guerre del Golfo – lanciarono astutamente la Toyota Prius, l’auto dei personaggi di Jonathan Franzen e dei tassisti di Linate e Fiumicino.

Fu un’invenzione geniale degli ingegneri della Toyota, che con logica da Achille Castiglioni si posero la questione: come smontare la macchina tradizionale e migliorarne i difetti (a differenza di Castiglioni, però, costruirono una forma assai efficiente ma orrida). I difetti dell’auto tradizionale erano: che consuma anche quando è ferma, ha troppi cavalli inutilizzati, ci mette un po’ a scattare ai semafori. Nacque così l’ibrido, cioè un motore a benzina accostato a uno più piccolo elettrico e a grandi batterie. Consumi irrisori, nessun rumore, ma soprattutto emissioni minori che ti fanno sentire molto superiore.

Era nata la Prius: alta alta (per far spazio alle batterie), con le ruote strette, finiture interne spartanissime e però geniali, con una leva del cambio automatico rimpicciolita e simbolica, per lasciare almeno al povero maschio ecologista un simulacro di guida fallica o un joystick di Playstation a casa vietata. Costosissima e probabilmente inutile come l’echinacea o la quinoa, dunque perfetta per una nuova nicchia di ambientalisti disposti a spendere qualunque cifra per tanto spazio in cui imbustare sporte di Whole Foods e bambini molto vezzeggiati (forse neanche i tassisti suddetti recuperano il sovrapprezzo dell’ibrido in mancata benzina).

Un’auto profondamente antiliberista, anche, che scarica i costi della tua coscienza ambientale sulla collettività (i risparmi consistono soprattutto nei parcheggi gratis sulle strisce blu e nelle ztl scontate). Tutti questi ingredienti, insieme a una straordinaria piacevolezza di guida, e a una bruttezza divenuta presto come si dice iconica, resero la Prius immediatamente irresistibile tra gli automobilisti consapevoli: in una puntata di South Park, il papà di Kyle, Gerald, compra una Prius e poi comincia a fare proselitismo, ma scopre ben presto che la provincia non è pronta, e solo nella patria dell’automobile corretta, a San Francisco, potrà trovare chi comprende il suo entrusiasmo ibrido. Mentre a San Francisco, oggi, la Prius alligna più della Smart a Roma Nord, e veste soprattutto stickers di Bernie Sanders (e non di quella fascistona di Hillary). È arrivata alla quarta serie, la Prius, appena messa in commercio. Due versioni, Active da 29.250 euro e Style da 30.950 euro; completamente rinnovata, consuma ancora meno, è sempre più tecnologica, ma non preoccupatevi: da fuori non si capisce.

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