Le star del pop provano a trasmettere un messaggio di impegno e a opporsi alla cultura dominante. Ma risultano autoreferenziali e dimenticano che sono solo canzonette

Il mainstream di questo inizio 2016 sembra diventato una sottocultura. Troppo autoreferenziale e ricco di significati, se paragonato al pop semplice e finto di una volta (anche se magari era una finzione tragica come quella di Britney Spears). Oggi bisogna conoscere i dettagli, collegare artisti musicalmente lontani, seguirli su Twitter, interpretare i sottotesti su Genius. Altrimenti si resta indietro. Il livello di aderenza al genere richiesto è da nicchia, appunto, da sottocultura.

L’ho capito il giorno della presentazione della nuova collezione e del nuovo disco di Kanye West al Madison Square Garden (e in streaming su Tidal, e in alcuni cinema americani e europei). La sera, quando ho provato a raccontarlo a mia moglie, mi sono trovato a corto di categorie: era una sfilata di moda, un ascolto pubblico in anteprima, una performance a quattro mani tra Kanye e Vanessa Beecroft? Le ho spiegato del palco che richiamava una foto del genocidio in Ruanda, del dissing (litigio) con Taylor Swift, del videogioco della madre di Kanye che sale in paradiso. Una fatica.

Che il mainstream sia una scena lo dimostrano i rapporti tra gli artisti. Si considerano interlocutori e persino i beef (rivalità e polemiche) vanno considerati featuring, come una forma di collaborazione. Quando Taylor Swift ha ricevuto il Grammy per il miglior album dell’anno, pochi giorni dopo la presentazione di Kanye, ha detto: «Ci sarà sempre qualcuno che cercherà di prendersi il merito del vostro successo», usando il loro litigio come sfondo per un discorso da empowered woman. Credo si chiami “posizionamento”.

Kanye West

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Taylor Swift

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M.I.A.

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Taylor Swift

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E magari è posizionamento anche quello di Beyoncé, a cui fino a poco tempo fa veniva rimproverata la mancanza di impegno, e che nel video Formation posa sul tetto di una macchina della polizia di New Orleans, in mezzo a una strada allagata per ricordare le vittime dell’uragano Katrina. Beyoncé balla in costume d’epoca, da archetipo di donna nera del Sud, e nell’intervallo del Superbowl (la celebrazione di uno sport pericoloso giocato da corpi neri e gestito prevalentemente da bianchi) si circonda di ballerine vestite da Pantere Nere. Il passaggio è stato così brusco che in uno sketch del Saturday Night Live (“Il giorno in cui Beyoncé è diventata nera”) il pubblico bianco dà di matto come se realizzasse solo vedendo Formation che Beyoncé in realtà è afroamericana.

Al tempo stesso non è chiaro se Beyoncé stia cantando per la sua gente o promuovendo se stessa (su Slate si è parlato di appropriazione) quando campiona la voce di Messy Mya, transgender nero ucciso a ventidue anni a New Orleans: «Bitch I’m back by popular demand». Se quella di Beyoncé, cioè, sia solo una risposta a un cambio nel contesto mainstream, in cui Obama riceve Kendrick Lamar nello Studio Ovale e M.I.A. (che ha da sempre usato il feticcio dell’impegno come parte del proprio stile) gira i video sui barconi dei migranti.

Magari è solo una conferma che non esistono più le categorie gramsciane, oppure il mainstream è veramente diventato una sottocultura. E considerato che le sottoculture, per definizione, si oppongono a una cultura dominante, magari questi sono i primi segni (e in questo senso più Kanye che Beyoncé) del mainstream che ha cominciato a opporsi a se stesso.

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