Los Angeles 1992, Seattle 1999, Manchester 2011. Tre sommosse urbane per tre scrittori interessati alle storie più che alla Storia

Il commesso di un furgone fast-food viene accoltellato dai membri di una gang a Los Angeles nel 1992. Un ragazzino accudisce la madre in un appartamento di Manchester nel 2011. Un giovane senzatetto prova a vendere erba a un corteo di protesta nella Seattle del 1999. 

Quelli che ho riassunto sono gli incipit di tre romanzi usciti nell’ultimo anno. Che cos’hanno in comune tra loro? Nulla, a parte il fatto di avere come ambientazione una sommossa urbana. A leggere le quarte di copertina ci si aspetterebbe un parallelo tra le rivolte nate dal pestaggio di Rodney King e quelle più recenti di Ferguson e Baltimora, o una riflessione sociologica sulla situazione delle periferie britanniche, o un’analisi storica dei movimenti anti-globalizzazione; e invece di tutto questo si trova poco o nulla, le rivolte in questo caso non sono l’occasione per articolare un dibattito, ma piuttosto una cornice particolarmente funzionale.

La rivolta di Los Angeles scoppia dopo l'assoluzione dei poliziotti che il 3 marzo 1991 avevano pestato il tassista afroamericano Rodney King

AFP

Giorni di fuoco (appena uscito  per Guanda nella traduzione di Katia Bagnoli) è il terzo romanzo dell’americano Ryan Gattis, un’opera corale ambientata durante i sei giorni dei disordini che hanno incendiato Los Angeles nell’aprile del 1992, in seguito all’assoluzione dei poliziotti responsabili del pestaggio di Rodney King. Invece di concentrarsi sulle ragioni della rivolta, Gattis sposta la lente su uno dei tanti effetti collaterali: l’ondata di rappresaglie a opera di gang ispaniche che approfittarono del momento di apparente sospensione della legge per sbrigare regolamenti di conti. È più un noir che un romanzo storico, ma questo non significa che Gattis abbia scelto la cornice con leggerezza: per due anni ha intervistato ex-membri di gang, vigili del fuoco, paramedici, esercenti, tutte persone colpite dalla violenza che sconvolse il quartiere di South Central. Semplicemente, la sua ambizione non era tanto quella di fotografare un momento storico, quanto raccontare una storia.

Nel saggio del 1946 Perché scrivo, George Orwell sosteneva che l’autore di romanzi storici «è spinto dal desiderio di disseppellire i fatti nella loro autenticità ed archiviarli ad uso dei posteri», mentre lo scrittore di romanzi politici «dal desiderio di spingere il mondo in una certa direzione». È chiaro che Gattis non rientra in queste categorie, allora perché ha scelto come sfondo un evento storico tanto impegnativo? Per lo stesso motivo per cui molti altri lo stanno facendo: le sommosse urbane sono un terreno di coltura incredibilmente fertile, per un narratore. Una città messa a ferro e fuoco è una cornice perfetta per inquadrare le conseguenze più estreme del comportamento umano: le regole che ingessano la quotidianità sono temporaneamente messe in pausa e questo permette a chi scrive di sperimentare più liberamente e introdurre i propri personaggi in un’ambiente a temperatura elevata che non ha bisogno di essere giustificato.

«Un livello di violenza senza precedenti», secondo la Polizia, il 9 agosto 2011, il giorno della rivolta di Manchester

AP

Prendiamo, per esempio, Before the Fire, secondo romanzo dell’autrice britannica Sarah Butler, uscito lo scorso anno per Picador. È la storia di Stick, un ragazzo di diciassette anni che dopo la morte del migliore amico si lascia trascinare in una spirale autodistruttiva che lo porterà, nell’agosto del 2011, a prendere parte alle rivolte scoppiate a Manchester in seguito all’uccisione di Mark Duggan. Butler ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi era dimostrare come tra i giovani che hanno preso parte alle sommosse non ci fossero solo bestie senza cervello, ma la storia di Stick di fatto sopravvivrebbe intatta anche trapiantata su uno sfondo radicalmente diverso.

Nello straordinario saggio Riots in Literature, David Bell e Gerald Porter spiegano come nella storia della letteratura tradizionalmente il tumulto venga utilizzato alla bisogna, come dispositivo narrativo utile a spingere i personaggi nella direzione desiderata; basti pensare allEnrico VI di William Shakespeare, ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni o a Il giorno della locusta di Nathanael West. La folla veniva dipinta come qualcosa di inevitabile, quasi una sorta di fenomeno atmosferico, il che risultava in un appiattimento delle migliaia di specifiche storie personali che convergono a comporre il mosaico umano di ogni sommossa.

30 novembre 1999, la World Trade Organization (WTO) si riunisce a Washington: negli scontri furono coinvolti più di 40mila dimostranti

Redux

Si muove in tutt’altra direzione Your Heart is a Muscle the Size of a Fist, romanzo di debutto dell’americano Sunil Yapa, uscito a gennaio per Little Brown & Company e interamente ambientato nel pomeriggio del 30 novembre 1999, data degli scontri tra manifestanti e polizia scoppiati in occasione della Conferenza della World Trade Organization a Seattle. Se in altri romanzi la protesta viene inquadrata a volo di piccione, qui il punto di vista non supera mai la linea dello sguardo, l’autore sceglie di muoversi rasoterra, imbattendosi così nei diversi attori della manifestazione, ognuno caratterizzato da una particolare storia personale e mosso da ragioni che non sono riconducibili a un denominatore comune. La storia centrale è quella che lega Victor, un ragazzo di colore che vive di espedienti dopo essere scappato di casa, e il Capo della Polizia Bishop, suo padre adottivo, che si trova a dover gestire la protesta; attorno a questo nucleo narrativo si intrecciano le vite di personaggi tra loro diversi, tra cui una manifestante, un poliziotto e un ministro delle finanze dello Sri Lanka.

Invece di un mostro a mille teste privo di connotati, la folla diventa per Yapa il foglio bianco perfetto per mettere in risalto le motivazioni dei singoli partecipanti, da cui poi l’autore procede in modo induttivo per ricostruire il mosaico umano della piazza. Se per alcuni questo potrebbe risultare irrispettoso nei confronti delle ragioni che circondano una protesta, in realtà è vero il contrario. Scegliendo di concentrarsi sui personaggi e sui loro problemi personali, Yapa fornisce al lettore un appiglio concreto per comprendere le dinamiche che sottendono queste situazioni critiche. La cornice storica è sicuramente più spessa e determinante rispetto a quella di Gattis e Butler, ma anche in questo caso a emergere è la storia dei singoli personaggi, una trama che potrebbe sopravvivere in un’ambientazione differente, ma che trova nella cosiddetta Battle of Seattle una sponda per dare risonanza a specifici sottotesti.

Nel giugno del 2011 una foto fece il giro del mondo: ritraeva una coppia di giovani che si baciavano sdraiati in mezzo a una strada di Vancouver mentre sullo sfondo la polizia caricava dei manifestanti. I due si erano trovati ad attraversare la strada durante i disordini per la finale della Stanley Cup ed erano stati travolti dalla polizia; non erano tifosi, non avevano niente a che fare con gli scontri, e con quel bacio non volevano dimostrare nulla: era solo il tentativo di un ragazzo di tranquillizzare la fidanzata paralizzata dallo spavento. L’immagine potrebbe tranquillamente essere ritagliata e incollata su uno sfondo diverso, ma la cornice della rivolta consente di far emergere aspetti della storia che altrimenti rimarrebbero in secondo piano. Un po’ come nei romanzi di Gattis, Butler e Yapa. 

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