Nessuno sa dire come sarà il futuro. Roth, Lethem, Shteyngart, Adler e altri, intervistati in “Non è un mestiere per scrittori” (minimum fax) di Giulio D'Antona

Che cosa succede agli scrittori che vivono a New York, di che cosa sono fatte le loro giornate, che patto hanno stabilito con la città, a quali storie stanno lavorando, chi di loro è possibile incontrare più spesso: se volete seguire uno scrittore italiano (Giulio D’Antona) che segue uno scrittore americano (Tomm, da Tacoma, Washington) mentre muove i primi passi a Brooklyn, Non è un mestiere per scrittori (minimum fax) è il libro che fa per voi. Scoprirete che da vicino tutto è diverso, e non solo è impossibile incontrare per caso Philip Roth, che come tutti i suoi cultori sanno non ci mette più piede, ma persino Jonathan Lethem, creatura brooklyniana doc, è andato via. Quanto a Jennifer Egan, lavora tantissimo e praticamente non esce di casa. In compenso Gary Shteyngart mangia bagel al salmone per strada e Renata Adler (che vive nel Connecticut ma continua a visitare appartamenti in vendita, convinta di tornare stabilmente in città da un giorno all’altro) è sempre la stessa dai tempi in cui le chiesero se davvero votava per i repubblicani e lei rispose che sì, voleva essere l’unica giornalista non democratica di Manhattan: oggi, al termine delle presentazioni, risponde pazientemente ai lettori che le chiedono conto di articoli scritti ai tempi della guerra del Vietnam.

Ci sono anche le nuove generazioni, come Marco Roth, classe ’74, che nel 2012 ha scritto il suo primo romanzo (Gli scienziati, pubblicato in Italia per i tipi di Indiana), con cui D’Antona discute di com’è fatto un esordio letterario e di che cosa si aspettano gli editori e il pubblico dal secondo libro, passando per il mercato della letteratura per ragazzi e fermandosi a riflettere su come sia frequente, oggi, che un best seller venga da lì, scavalcando il genere. E ci sono i lavoratori della cultura, quelli veri, come la ragazza inglese addetta alla pressa eccitata di poter lavorare con un nuovo attrezzo, un macchinario degli anni cinquanta: succede alla Ugly Duckling Presse, elegante casa editrice artigianale dove il tempo si è fermato.

D’Antona, con pazienza e un amore che sfiora la devozione, ha chiesto a intellettuali, autori, librai, editori che ha incontrato (o si è andato a cercare) come se la passassero e che aria tirava nel mondo dei libri. La sua domanda riguardava il presente, perché prevedere il futuro non è, come dice il titolo, un mestiere per scrittori. Il risultato è un mosaico dai diversi livelli di lettura: istantanea dell’editoria americana, guida letteraria della città, collezione di interviste e persino duplice romanzo di formazione. Giulio e Tomm diventano amici: Giulio non ha un libro nel cassetto, non è andato a vivere a New York con quel tipo di speranza, Tomm invece è più giovane, se ne sta fermo sulle scale di casa paralizzato o incantato dall’abisso o semplicemente da New York, se mai esiste una differenza. È protettivo ma anche misto ad ammirazione il sentimento fraterno che questo ventenne con lo sguardo modellato dal vento della costa Ovest suscita nell’autore, che dedica il libro a lui e al suo futuro. 

Giulio D’Antona
Non è un mestiere per scrittori

Minimum fax 2016
346 pagine, 13 euro
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