È questo che sono i genitori, moderni o no: trampolini, punti di partenza, soccorritori, asciugatori di animali di pezza trovati in strada, controllori di spazzolini da denti. Ed è bellissimo, esserlo

Stavo controllando che si lavassero davvero i denti prima di andare a dormire. L’inverno scorso mi bastava toccare lo spazzolino, dopo, e il fatto che fosse completamente asciutto era una prova incontestabile. Ma si sono fatti furbi. Bagnano lo spazzolino, lasciano andare l’acqua del rubinetto per un po’, vi siete lavati i denti? Certo mamma, ma a volte sento risate soffocate, vedo che si picchiano (probabilmente uno sta ricattando l’altro) e li scopro. Così adesso resto in bagno con loro ad aspettare, promettendo castighi, premi, punizioni, minacciandoli di portarli ogni giorno dal dentista. Quella sera, ero seduta sul bordo della vasca, mio figlio con lo spazzolino in bocca mi guardava serio dallo specchio e mi ha detto: «Sono preoccupato per quando sarò un genitore». E perché? Ha sputato un po’ di dentifricio, ha fatto una faccia disgustata, dice che sa di crème caramel, e ha risposto: «Non so come si prende un lavoro, e poi non so in che negozio si comprano i semini per fare i bambini, in quale scatola si trovano».

Sua sorella ha cominciato a ridere, ha quasi dieci anni e amiche più grandi che all’intervallo a scuola raccontano i film segreti dei fratelli maggiori e quella parola che li fa diventare tutti rossi e che mia figlia pronuncia come una sigla, lettera per lettera, con aria trionfante e cospiratoria, ma ancora totalmente priva di malizia: s.e.s.s.o. Lei sa dove si trovano i semini, e quella sera l’ha spiegato al fratello, che mi è sembrato rasserenato: «Ah, davvero? Non lo sapevo», ed è andato a letto contento con il pupazzo di un coniglio stretto fra le braccia. Rasserenato soprattutto perché lei gli ha detto: «Non devi sapere tutto adesso, quando sarai grande capirai». Mi è sembrata una spiegazione così perfetta, così piena di possibilità e di calma fiduciosa, che ho annuito, le ho dato ragione e ho fatto finta di non accorgermi che non aveva messo il dentifricio sullo spazzolino.

Non devono sapere tutto adesso, adesso devono soltanto essere vivi, lavarsi i denti, fare gare di skateboard nel corridoio mentre noi urliamo di smetterla, avere desideri e scintille e un’energia primitiva e naturale che noi adulti (adulti per convenzione, adulti per ruolo) allo stesso tempo invidiamo e cerchiamo di spegnere, quella vertigine che ci ricorda qualcosa di noi ma che adesso no, adesso devi fare inglese e violino e judo e saluta la signora e com’è andata a scuola, ti sei fatto sgridare ancora?, e smettila di fare le capriole sul divano mentre mi parli, mi gira la testa, stai un po’ in silenzio amore mio, esci da sotto il tavolo e dimmi, che cosa vuoi diventare da grande? Mio figlio a volte risponde: il gelataio, a volte solo: boh. E adesso che sono passati dieci anni da quel primo momento assoluto, quando ho sentito e visto e toccato il tepore e la vita della bambina appena uscita dal mio corpo, adesso che ho imparato meglio che lei, che loro due, non sono me, non saranno mai me né opera mia, cioè la continuazione di quello che non ho fatto io, di quello che non ho avuto io o di cui non sono stata capace, credo che la risposta più giusta, più saggia, sia davvero questa: boh.

E vorrei avere altri bambini dentro casa, e vorrei che tutti mi dicessero: boh. Felici solo di essere al mondo, di sdraiarsi sotto il tavolo, di digitare mille volte sul computer: foto di conigli nani, oppure: come crescere un coniglio in un appartamento, e anche: i conigli vanno d’accordo con il mio gatto anche se è pazzo? E essere per loro, per tutti loro, anche per i bambini che nella mia immaginazione qualcuno lascerà dentro un cestino davanti alla porta prima di scappare via, un punto di partenza, oltre che la persona a cui chiedere mille baci di buonanotte, mille conigli veri, un maiale rosa di cartapesta, milioni di domande a cui è quasi impossibile rispondere. “Preferisci la realtà o la fantasia?”, “Ma lo sai che l’infinito cresce, aumenta?”, “E comunque non la volevo una sorella così cattiva”, “E dov’è mia sorella, senza di lei mi annoio”, “Ma nella realtà ci sono delle persone che vivono per strada e hanno solo un paio di vestiti sporchi, quindi è meglio la fantasia perché nella fantasia tutti possono avere tutto”, “Ma i pupazzi sono viventi?”.

Ho imparato che non è nemmeno necessario rispondere a tutto, che si possono lasciare delle zone di silenzio e di spazio, da riempire come vogliono loro, come sanno loro. I pupazzi non sono viventi, ma io che ne so, in fondo, se quando abbiamo trovato un orso di pezza vicino a un bidone dell’immondizia e i bambini hanno preteso di portarlo a casa perché aveva una faccia troppo triste, e allora l’ho messo in lavatrice con il disinfettante, poi l’ho steso ad asciugare, l’abbiamo pettinato con il phon e alla fine loro sostenevano che aveva cambiato faccia, sorrideva ed era felice, e ho cercato di ricordarmi se avevo bevuto troppo a pranzo perché anche a me sembrava diverso, e adesso che da mesi sta sul letto a castello in basso, in effetti ha un’aria appagata. L’abbiamo salvato, e l’orso ha salvato l’idea dei miei figli sugli animali di pezza, e io non ho dovuto rispondere più a domande sull’anima degli oggetti, perché si sono costruiti da soli, per ora, un sistema di certezze, dentro il quale io funziono solo come soccorso e come asciugatrice di orsi abbandonati.

È questo che sono i genitori, moderni o no: trampolini, punti di partenza, soccorritori, asciugatori, controllori di spazzolini da denti. Mi piace esserlo, anche quando sbaglio tutto, e mi dispiace a volte non avere altri figli in skateboard nel corridoio, altri ragazzini con le mani sporche sui muri che imparano la tabellina del due, o che imparano a camminare e vogliono scappare di casa, che pretendono di avere tutto diviso in parti uguali e sono felici in qualunque posto purché ci si possa tirare i cuscini, purché ci siamo noi da qualche parte che gli gridiamo di smetterla così loro possono far finta di non sentire.

Mi piace che siano diversi da me, ma mi piace anche riconoscere i difetti miei, e spero che loro sapranno fare qualcosa di meglio, ma insomma non pretendo nulla, non spero che siano geni o artisti o gelatai o matematici. Spero che vadano avanti, che trovino qualcosa che li appassioni, ma per ora vanno benissimo i conigli ariete nani e i videogiochi e il caos e le domande pazze. Penso che se a me piace la vita, se loro si accorgono che a noi piace stare qui, e non soltanto perché adesso ci sono loro a riempire tutti gli spazi, piacerà anche a loro. E ai loro figli, se li avranno. Spero di essere in grado di soccorrerli il più a lungo possibile, asciugare altri orsi e altre lacrime. Per amore, per curiosità, per voglia di vedere come va a finire. Per scoprire se mio figlio troverà la scatola dei semini in quel negozio, e se sua sorella lo prenderà ancora in giro o gli dirà: non preoccuparti, un giorno capirai tutto.

Ringraziamo per la disponibilità: Stefania Casacci, Alessandro Busseni e Remo; Antonella Pesenti, Antonio Cancello, Frida ed Eduardo; Elisa Masotto, Matteo Moroni e Cecilia; Elisa Ramella, Mattia Guffanti e Bianca; Elisa Scesa Seitzinger, Tommaso Delmastro e Anna Stella
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