A quattro mesi dalle elezioni politiche tramontano le ultime possibilità di formare un Governo. Si ritornerà alle urne il 26 giugno: cronaca, spiegata bene, di come si sia arrivati a questo punto

E niente, gli spagnoli si sono rivelati troppo spagnoli per domare il primo parlamento all’italiana della loro giovane democrazia per cui, shame on them, la penisola iberica ritornerà alle urne il prossimo 26 giugno (26-J). Che cosa è successo in questi quattro mesi (dal giorno del voto del 20 dicembre)? Tutto e il contrario di tutto. Abbiamo visto tentativi disperati, isolamenti ascetici, insulti fischianti ai quattro lati e, purtroppo, molto dilettantismo nella classe politica iberica.

Possiamo così riassumere: Quattro leader politici, quattro Stati: Iglesilandia, Gran Rajogna, Sanchezlonia e Riveralia; quattro isole indipendenti impossibilitate antropologicamente a scendere a patti con lo scenario di frammentazione parlamentare che i cittadini avevano loro consegnato. I quattro Stati – con la parziale ma grandemente velleitaria eccezione dei socialisti di Pedro Sanchez e dei Ciudadanos di Albert Rivera che hanno provato a imbastire un accordo senza sponde richiamando l’appoggio ora del PP ora di Podemos piazzandogli però davanti le questioni più importanti, leadership di Governo e programma, già belle che definite in-house: un’offerta che nessuno avrebbe mai potuto accettare – non sono mai stati neanche vicini a chiudere un qualsiasi accordo di Governo e questo in un momento, diremmo noi nel momento, in cui davvero sarebbe servita quella Spagna una, grande, eccetera di seppur triste caudillica memoria.

Da queste parti amiamo troppo profondamente Spagna e popolo spagnolo per non restare interdetti davanti a uno spettacolo politico così poco edificante: si tornerà quindi al voto dopo 6 mesi di nulla, e a niente sono serviti i sondaggi che già apparecchiano la composizione delle prossime Cortes esattamente sulla falsariga delle attuali. Nulla, o poco, non certo la sostanza iper-frammentata, cambierà, e allora che cosa fa credere ai quattro leader di essere in grado di cambiare le cose a partire dal prossimo 27 di giugno? Proprio non si sa, e questo è il bello – o no – della vicenda.

Pablo Iglesias, tra Machiavelli e Maduro

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Quel che possiamo fare al momento è una breve ricapitolazione degli aspetti primari dei singoli leader così come sono emersi da questi quattro mesi abbondanti di palloni buttati in avanti incrociando le mani e lanciando preghiere inascoltate:

1) L’isolamento folle di Mariano Rajoy, il leader del primo partito spagnolo, i popolari, e premier uscente. Mai si era visto prima un uomo politico più testardamente immune a tutto ciò che lo circonda: in questi quattro mesi ci sono stati un numero impressionante di casi di corruzione riguardanti il suo partito (nuovi e vecchi che si andavano via via definendo) e lui niente, avanti in negazione come nulla fosse (e stiamo parlando di casi di corruzione molto più gravi di quelli che, giusto per fare un esempio, hanno fatto crollare la prima repubblica italiana). Sul fronte politico altro capolavoro di sparizione corporale: dapprima si è negato al Capo dello Stato, il Re Felipe VI, che voleva incaricarlo di formare il Governo; poi, per l’intero periodo successivo, non ha trovato nulla di meglio da fare che traccheggiare limitandosi a sfottere i tentativi altrui di mettere insieme un Esecutivo.

2) L’ottimismo inspiegabile di Pedro Sanchez. Il leader socialista, arrivato secondo il 20-D ma con il peggior risultato della storia del PSOE, ha invece accettato l’incarico del Re soltanto per incagliarsi il minuto successivo davanti ai veti incrociati di PP e Podemos. Ha chiuso, questo sì, l’accordo con i Ciudadanos di Albert Rivera, ma l’ha francobollato al suo programma e alla sua leadership. Prendere o lasciare per Rajoy e Iglesias: i due hanno ovviamente lasciato.

Niente da fare per Pedro

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3) La softness di Albert Rivera. Il nuovo che avanza, il leader sensato, responsabile, «hay que pactar», «hay que hablar», si è rivelato troppo morbido e inesperto. Nessun killer instinct, nessuna, per dirla con Max Weber, “autorità carismatica”, dote necessaria nell’uomo politico. Dopo il fallimento delle negoziazioni a guida socialista, e con già in mano l’accordo programmatico col PSOE, forse ci si sarebbe attesi un tentativo da parte di Rivera, una ricerca perlomeno dell’astensione di PP o Podemos che avrebbe potuto dare lo start alla legislatura. Niente, Albert non ci prova neanche, anzi propone un indipendente alla Mario Monti. Moscio.

4) Il caso Pablo Iglesias. Come sempre e per sempre a queste latitudini politiche a dominare è il solito elemento: l’infantilismo. Si discute, ci si confronta e poi ci si scanna e tendenzialmente ci si divide. Ci sono state le epurazioni, le faide (nientemeno che tra Iglesias stesso e il suo numero due Inigo Errejon, peraltro amiconi), accompagnate da proposte di Governo irricevibili formulate solo con lo scopo di potersi rivolgere all’elettorato a braccia alzate: «Ma noi abbiamo fatto qualcosa, sono loro che ci hanno detto di no». Un uomo politico astuto ma troppo contorto, costantemente in bilico tra grandeur e minoritarismo, tra Machiavelli e Maduro, tra poujadismo e McDonald’s, infine tra Caronte e il Titanic. Un leader umorale: tra arroganza da playground e richiami al senso dello Stato (ma quale Stato? Soltanto Iglesilandia)

Chi ha vinto? La Catalunya indipendentista. Grasse – ma grasse – risate a Barcelona nel vedere la classe politica madrilena affondarsi da sola nell’esatto momento in cui c’è da far fronte unito e per di più da parte di quattro partiti (sì, anche Podemos che per esclusive ragioni elettorali ha sostenuto il referendum catalano ma che mai e poi mai si è dichiarata favorevole all’indipendenza della Catalunya) tutti anti-indipendentisti. Cioè quattro partiti su quattro anti-indipendentisti non riescono a trovare uno straccio d’accordo neanche sul tema, diremmo abbastanza scottante per qualsiasi classe politica che veda una delle parti principali del proprio Paese voler abbandonare la nave, più scottante di tutti. Denotando che cosa? Esattamente quello che i catalani sostengono da sempre, la ragione stessa del loro incedere centripeto: e cioè che la voce di Barcelona a Madrid proprio non arrivi. Crescano pure i numeri indipendentisti in Catalunya, arrivino al 70 per cento, che noi qua abbiamo da litigare su chi fa il vice-premier. Uno spettacolo democraticamente infantile e politicamente suicida.

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