Secondo gli economisti il meglio è passato. Ma per ritrovare speranza e fiducia tutti dovrebbero leggere La fiera mondiale di E. L. Doctorow, un grandissimo romanzo

Verso la fine degli anni Novanta, quando tutto ancora miracolosamente si reggeva, mio suocero il Carpini Sergio ripeteva sempre che quello in cui si viveva era un periodo di grande decadenza.

Il progresso è bell’e finito, diceva, e l’unica ragione per cui non me ne accorgevo – giacché per spirito di contraddizione ogni tanto cercavo di controbattere ergendomi comicamente a difesa del mio tempo traditore – era che dentro la decadenza c’ero nato, io e tutti quelli della mia generazione, e in vita mia non avevo conosciuto altro.

In questi giorni irritati ho avviato a scrivere un romanzo ambientato in un futuro prossimo, e mi sarebbe garbato molto farlo partire dal passato, dai tempi in cui il domani non era il pantano che è oggi, ma la promessa che la gran corsa del progresso non si sarebbe mai arrestata e saremmo sempre andati a star meglio, tutti quanti siamo.

È difficile, però, molto difficile, e dopo un po’ mi son fermato. Ho riavviato, e poi mi sono fermato di nuovo. Mi sembra d’averle già scritte, tutte queste doglianze: d’essermene lamentato così tante volte da averle consumate, rese vuote e lontane, inservibili. Allora ho cominciato a chiedermi se non fosse meglio lasciar perdere tutto e attendere che il romanzo arrivasse  da solo, o che ne arrivasse un altro. In genere funziona.   

Mi son dato a perder tempo su internet e, spinto da una recensione di Paul Krugman, ho comprato The Rise and Fall of American Growth, il libro di Robert J. Gordon, un professore della Northwestern che racconta la storia di come gli Stati Uniti appena usciti dalla Guerra Civile avviarono una rivoluzione tecnologica che riuscì a migliorare lo standard di vita in modi precedentemente inimmaginabili.

Scrive, Gordon, che l’avvento e la rapida diffusione della luce elettrica, dell’acqua corrente e dei sistemi di fognature, e poi via via della radio, delle automobili, degli elettrodomestici, dei viaggi aerei, dell’aria condizionata e della televisione trasformarono le vite e i sogni degli americani tanto quanto le loro città e le loro case e i loro luoghi di lavoro, dando così origine alla più grande ondata di crescita economica della storia, che in seguito si abbattè anche sull’Europa occidentale, sul Giappone e sull’Australia. 

Il professor Gordon prosegue, però, e sostiene che questa rivoluzione va considerata una sorta di unicum nella storia: una lunga stagione di progresso purtroppo irripetibile perché molte delle sue conquiste potevano succedere una volta sola, visto che non è possibile inventare di nuovo l’aeroplano o la lampadina. Spiega che la crescita economica non è un processo continuo che avanza con passo regolare, ma un fenomeno raro e imprevedibile, tumultuoso, capace di comparire e scomparire capricciosamente dalla storia, tanto che per secoli e secoli nel mondo non ce n’è stata punta. Afferma che certe invenzioni sono molto più importanti di altre e che, nel periodo che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio degli anni Settanta, ne sono arrivate a barrocciate, di queste invenzioni importanti.

E poi il professor Gordon tira la stoccata finale, e dice che dall’inizio degli anni Settanta l’innovazione tecnologica si è concentrata in una sfera piuttosto ristretta di attività umane (l’intrattenimento, le comunicazioni, la raccolta e l’elaborazione di informazioni), mentre per molti altri bisogni (l’alimentazione, l’abbigliamento, i trasporti, la salute e le condizioni di lavoro) il passo del progresso è grandemente rallentato, sia in termini di qualità che di quantità.

Arlene Warner, reginetta di bellezza di Elgin (Illinois) inaugura l'Elgin Time Observatory allestito alla Fiera. La scultura svelata rappresenta il Tempo come uno schiavo che colpisce un gong, un'opera di Bernard J. Rosenthal

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Cioè – dico io – oggi i nostri computer e i telefonini vanno che è una meraviglia, ma si mangia molto peggio di prima, ci si veste molto peggio di prima, gli aerei di linea viaggiano alla stessa velocità da quarant’anni, guidiamo ancora automobili spinte da motori a scoppio il cui principio di funzionamento venne brevettato nel 1876 e alimentate da carburanti la cui combustione genera gas altamente inquinanti, continuiamo a morire di cancro e ad ammalarci di raffreddore, e due miliardi di persone in tutto il mondo lavorano in condizioni dickensiane.

Quindi aveva ragione il Carpini Sergio: si vive in un periodo di estrema decadenza, condannati a fare i manutentori di ciò che hanno inventato i nostri nonni mentre ci divertiamo a pestare sugli schermi dei nostri telefonini.

Per reazione mi son messo a perlustrare la Rete alla ricerca di foto e disegni di quegli anni fulgidi e ingenui, americanissimi, in cui regnava l’idea ardita che il futuro sarebbe stato il trionfo infinito della scienza e della tecnologia e per spostarci avremmo avuto aerei invece delle automobili e le città sarebbero state irte di grattacieli alti un miglio, e, mentre cercavo, ho imparato che questa idea ardita ha avuto un culmine, un momento in cui è sortita dai disegni e ha cercato di prendere vita e proporsi di diventare realtà, esposta al mondo in pompa magna.

Solo quattro mesi prima che Hitler invadesse la Polonia, il 30 aprile del 1939, a New York, eretta in fretta e furia bonificando i cinquecento ettari degli immensi campi di cenere che i personaggi del Grande Gatsby attraversano sulle loro fuoriserie decappottabili mentre vanno a divertirsi a Manhattan, si aprì la Fiera Mondiale. Il suo tema era «Costruire il Mondo di Domani».

Oltre a ospitare i padiglioni espositivi di sessanta nazioni, tra cui l’Italia (a proposito, andate a vedervelo, il padiglione italiano, si trova anche su YouTube), la Fiera diventò il palcoscenico ideale delle più grandi corporation americane dell’epoca che, appena uscite dalla Depressione, si lasciarono convincere dai primi designer che la nuovissima bellezza delle linee continue e delle superfici curve potesse aiutarli a vendere meglio i loro prodotti, e imbracciarono così il concetto di streamline per applicarlo non solo alla Fiera stessa e ai loro padiglioni, ma a decine di altri articoli, dagli spazzolini da denti alle radioline, dalle automobili agli aspirapolvere, dalle macchine da cucire ai frigoriferi, fino alle locomotive e ai transatlantici, modificando così profondamente l’aspetto delle cose di uso comune da farle sembrare i regali di un futuro audace e già arrivato.

Lui è Elektro, robot brevettato nel 1939 dalla Westinghouse Electric Corporation di Mansfield (Ohio) e presentato alla fiera. Sapeva fumare, gonfiare palloncini, muovere le mani e la testa

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Quando mi son messo alla ricerca di un libro fotografico per poter almeno vedere come avrebbe potuto essere il futuro, mi sono imbattuto in World’s Fair, un romanzo di E. L. Doctorow scritto nel 1985 che – a detta di Amazon – racconta la vita di un ragazzino nella New York degli anni Trenta e culmina nella sua visita alla Fiera Mondiale. L’ho acquistato subito, in inglese perché in Italia è introvabile (nel 1985 è stato pubblicato da Mondadori con il titolo La fiera mondiale), e poi me ne sono dimenticato.

Quando è arrivato, qualche settimana dopo, avevo già lasciato perdere il romanzo sul futuro che cominciava dal passato e la Fiera Mondiale del 1939 e lo streamline e la voglia di mettersi a costruire il mondo di domani. Scoraggiato, ho aperto World’s Fair solo per rispetto a Doctorow – di cui avevo sempre sentito parlar bene da persone di cui mi fido, come Marco Cassini, Luca Briasco e Francesco Longo, ma per inescusabile indolenza non avevo mai letto – e fin dalle prime righe mi son trovato a essere risucchiato dentro questo romanzo prodigioso. World’s Fair è scritto in prima persona, e il narratore è un bambino ebreo che vive con la sua famiglia e intanto cresce nel tranquillo, dignitoso Bronx degli anni Trenta. Solo nelle ultime trenta pagine, quando dai quattro anni Edgar si è ormai inerpicato fino all’adolescenza, viene raccontata la meraviglia della sua visita alla Fiera Mondiale: le altre duecentocinquanta sono il racconto sublime di come si vede le cose del mondo mentre si cresce, e leggerle è una delizia.

Ho riscoperto il piacere infantile e antico di ridiventare il lettore entusiasta che ero, e di abbandonarmi al dipanarsi lento e umanissimo di questa scintillante storia di vita minima, cullato dalla maestria delle descrizioni di uno scrittore straordinario, dall’abbraccio di una narrazione sapiente che si incarica del compito immane di descrivere dagli occhi di un bambino la scoperta della vita, e di farci diventare quel bambino.

È un grande, grandissimo romanzo, World’s Fair, e più che letto me lo sono gustato, costringendomi a non superare le venticinque pagine al giorno e riservando alla lettura le ore migliori. L’incedere del monumentale camion che spruzza l’asfalto di nuvole d’acqua iridescente al tramonto d’una giornata d’estate! Quelle poche, perfette pagine dedicate al frusciante fluttuare dell’Hindenburg nazista sopra la casa di Edgar, e lui che lo rincorre per il Bronx senza mai smettere di ridere! La costruzione dell’igloo nel giardino di casa dopo la grande nevicata! La donna investita dalla Chevrolet che piomba morta nel cortile della scuola!

È stata un’esperienza di piacere quasi fisico. Dopo certi passaggi mi pareva d’aver accarezzato il cashmere puro, o d’aver baciato la pelle di pesca della mia donna, o d’aver bevuto il primo sorso d’un gran vino bello diaccio alla fine d’una lunga giornata. Insomma, avete capito. Sono certo che avete capito. E poi, giunto alle ultime pagine, quando i genitori di Edgar scoprono solo leggendo il New York Times che il formidabile temino del figlio ha vinto un premio di consolazione al concorso letterario per ragazzi indetto dalla Fiera Mondiale, ho anche pianto.

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