Basta interviste domanda e risposta, per favore. Bisogna «farsi un giro». La lezione del leggendario autore di Frank Sinatra ha il raffreddore. Un capitolo dell'ebook Informarsi con lentezza (Informant e Slow News)

Come stimolare il piacere di leggere articoli lunghi nell’epoca delle news compulsive? L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è creare un tipo di scrittura non-fiction che sia pari a quella dei migliori scrittori di narrativa, quelli che attirano un enorme numero di lettori finendo nelle classifiche dei libri più venduti della categoria fiction. La cosa triste è che al giorno d’oggi – diversamente da quando iniziai a scrivere saggistica negli anni Cinquanta, più di mezzo secolo fa – gli scrittori di non-fiction hanno smesso, in numero sempre maggiore, di essere scrittori ricercati.

Il giornalismo è in declino perché i giornalisti non si prendono il tempo di scrivere bene. Scrivere bene richiede tempo. Per scrivere bene servono pazienza, perseveranza, elevati standard di espressione, la scelta della parola giusta, del giusto paragrafo, della giusta scena iniziale che trascini il lettore nella storia. I miei lavori migliori come giornalista – come cronista per il New York Times, come giornalista per riviste come The New Yorker o Esquire, come scrittore per editori come Knopf o Harper Collins o Bloomsbury USA – si basano sullo storytelling e sull’uso di un linguaggio che seduca il lettore fin dalla prima frase, che catturi l’attenzione del lettore dal primo paragrafo al secondo capitolo, fino all’ultima riga del libro.

Al giorno d’oggi lo scrittore di non-fiction compete con i migliori scrittori di narrativa ma, diversamente da essi, esiste all’interno di quella mediocrità che domina i campi del giornalista di quotidiani e di riviste e di chi scrive storie basate sui fatti, ma in forma di libro. Ciò che al momento prevale nella scrittura non-fiction è “la storia orale”, che si riduce a trascrivere registrazioni scrivendo cose che non sono libri, per poi chiamarle libri. Il registratore è da parecchio tempo la rovina degli scrittori di non-fiction. Registrano conversazioni, utilizzando la tecnica di domanda-e-risposta in ambienti chiusi, piuttosto che quella delle interviste fatte all’aperto (“farmi un giro” è il termine che io invece uso per definire il mio lavoro), dopodiché questi “giornalisti” si affidano alla risposta registrata come se rappresentasse tutta la verità sulla domanda posta. Eppure la risposta registrata non è davvero una risposta “veritiera” a qualsiasi domanda. È invece la prima reazione dell’intervistato a una domanda, spesso si tratta di una frase a effetto, una risposta collaudata e auto-protettiva a una domanda che non viene mai pienamente sviscerata. Inoltre, con questa tecnologia lo scrittore diventa una non-persona. Alla fin fine si riduce a essere un mero stenografo. La forma di intervista domanda-e-risposta con l’aiuto delle registrazioni è solo un esempio di cosa il giornalismo sia diventato negli ultimi due decenni.

Quando il registratore divenne di uso comune negli anni Sessanta, segnò la fine dell’era dell’“ascolto”. I giornalisti, se così possono essere chiamati, si sono arresi al registratore, e allo stesso tempo hanno rinunciato al loro ruolo di partner dotato di pari importanza nel processo dell’intervista. I giornalisti hanno cessato di “ascoltare” pienamente, ponendo domande doppie o anche triple al soggetto intervistato. Le parole registrate su una macchina hanno iniziato a dominare, e alla fine a rimpiazzare, le parole dette…Che è come dire che l’intervistatore accetta ciò che c’è sul nastro senza insistere per (né pretendere) una risposta più completa alla domanda. La forma di intervista a domanda e risposta, in effetti, ha trasformato l’intero processo in una forma di reporting “al chiuso” rispetto a quello “all’aperto.” Il colloquio con un registratore per intervistare una star del cinema, un eroe dello sport, una figura politica o  un personaggio di qualche rilevanza collettiva si svolge nella suite di un hotel, o in un’altra location pubblica al chiuso, dopodiché grazie a quella piccola rotella di plastica che gira all’interno della macchina l’intervistatore abbandona l’incontro con la persona intervistata.

Informarsi con lentezza
ebook
1,49 euro

Pubblichiamo una delle «sette lezioni di buon giornalismo contro l’infobesity» raccolte da Informant e Slow News.
Il ricavato della vendita dell’ebook sarà devoluto a Ossigeno per l’Informazione, l’associazione che assiste giornalisti e cronisti minacciati durante lo svolgimento del loro mestiere.

La casa editrice digitale Informant ha dedicato a Gay Talese anche una lunga intervista: «La notizia muore domani»

Ciò che la persona dice diventa la storia. Le parole sono state pronunciate (e registrate) dal soggetto stesso dell’intervista. L’intervistatore rimane fuori dalla scena, permettendo al registratore di diventare l’elemento che raccoglie la “notizia” o “l’opinione” – e quindi l’intero ruolo del giornalista (dello scrittore, dell’intervistatore) viene svilito dalla tecnologia. Lo scrittore non si è preso il tempo di descrivere la persona fisicamente, non ne ha descritto i gesti, non è uscito “a farsi un giro” (mentre io lo faccio) con i soggetti che intervista. Tutto è diventato angusto e superficiale – domanda e risposta – tutto molto, molto limitato in termini di orizzonte e ambizione.

L’arte dello scrivere per le riviste non si è mai ripresa dall’avvento del registratore. Personalmente, non ho mai usato un registratore. Intervisto sempre la persona DOPO averla conosciuta. Non inizio a “intervistarli” finché non ho stabilito una relazione di lavoro con loro. Mi presento come un ricercatore della verità che giace nelle menti delle persone alle quali sono interessato. Li convinco, con sicurezza e sincerità, che essi meritano la mia attenzione – che si meritano che io scriva di loro; sono persone speciali con idee speciali; li lusingo, ma allo stesso tempo non li inganno quando dico loro che hanno qualcosa da dire, una verità da condividere con il pubblico. Per prima cosa li faccio sentire bene con sé stessi; e poi li faccio sentire meglio con sé stessi, permettendomi (con la loro cooperazione) di esprimere i loro pensieri più profondi e le loro attitudini, le loro spiegazioni su come fanno ciò che fanno, o sul perché non sono riusciti a fare ciò che desideravano fare. La mia relazione con i soggetti che intervisto è una specie di partnership, una sorta di storia d’amore, nella quale all’inizio li attraggo verso il mio approccio, e poi li avvolgo, li sostengo nell’impresa di riuscire a descrivere ai lettori chi sono e cosa rappresentano nel contesto più ampio della società. Il grande giornalismo e l’Arte dell’Intervista iniziano proprio con l’arte del buon venditore, è vero – le persone devono permetterti di entrare in casa – ma dopo questo passaggio un giornalista onesto non deve ingannare le persone che hanno avuto fiducia in lui, che gli hanno aperto la porta d’ingresso, che hanno confidato in lui. Bisogna rendere giustizia a questa fiducia.
Allo stesso tempo, si deve essere uno storyteller. In quanto scrittore di non fiction, bisogna avere tutti gli strumenti e i talenti dei grandi scrittori di narrativa. Gabriel Garcia Marquez, Ernest Hemingway, Graham Greene, erano tutti “reporter” quando iniziarono le loro vite professionali e, persino nei loro romanzi migliori, si intravedono il cuore e l’anima del reporter che erano una volta.

Affinché la non-fiction possa sopravvivere oggi – in quest’epoca nella quale le pagine stampate sono messe a dura prova dalla tecnologia; nella quale la pubblicità sui giornali è in calo; nella quale scrivere per Internet è come “scrivere in aria”, come aeroplani che emettono fumo per creare parole in un cielo dai venti instabili, gli scrittori devono affermare loro stessi, devono prendere il controllo del potere della prosa.

La storia vista da vicino. Gay Talese (in basso a destra) segue il discorso di Martin Luther King durante il boicottaggio dei bus a Montgomery, Alabama, il 18 marzo 1965

AP

Se i giornalisti non sanno né come scrivere né come produrre la migliore narrativa – come raccontare storie, come sedurre il lettore dalla prima riga del primo paragrafo – la non fiction verrà sempre più ridotta a mediocrità collettiva, che è poi il livello a cui si trova adesso. Chi sono al giorno d’oggi i migliori autori di non fiction fra i giovani scrittori? Non riesco a farmi venire in mente nessuno sotto i trent’anni che possa essere minimamente paragonabile ad almeno una dozzina di scrittori di saggistica che prosperavano quando ero giovane io – per fare qualche esempio, Joan Didion, Tom Wolfe, Norman Mailer, Truman Capote, Gore Vidal, eccetera.

Chi sono i grandi giornalisti di guerra oggi? Nessuno si è distinto nella guerra in Iraq. Nella guerra in Vietnam degli anni ’60, abbiamo avuto grandi scrittori che erano anche grandi corrispondenti di guerra – ad esempio David Halberstam e Harrison Salisbury, fra gli altri. Chi sono negli Stati Uniti i “grandi” giornalisti dell’epoca post 11 settembre? Nessuno che io possa indicare. I corrispondenti di guerra in Iraq sono diventati “embedded” con le truppe americane impegnate nell’invasione, e quindi organici allo “sforzo bellico,” alla “guerra contro il terrore”, i giornalisti hanno perduto il senso di separatezza, di distinzione, che invece devono sempre avere. I giornalisti devono nutrire un particolare scetticismo nei confronti di chi è al potere, nei confronti delle “fonti” che rappresentano lo status quo.

Tristemente, il giornalismo d’oggi si è alleato al potere, al privilegio, alla pratica di scrivere e raccontare di persone che sono profondamente simili ai giornalisti stessi. Il reporter di oggi è probabilmente un laureato di un college d’“élite” – Harvard, Yale, Stanford, ecc. – così come lo sono le persone al governo, le persone che gestiscono la comunità finanziaria e quella accademica. I reporter non sono più “outsider” come accadeva quando iniziai la mia carriera nel giornalismo negli anni Cinquanta. Allora, ai miei inizi, noi giornalisti della mia generazione eravamo i primi membri delle nostre famiglie a frequentare un college e a laurearci. Non avevamo frequentato college d’“élite”, perché eravamo soprattutto membri delle classi inferiori – eravamo ragazzi delle famiglie ebraiche, delle famiglie irlandesi, di quelle italiane, persone che da poco avevano superato l’esperienza di essere immigrati. Al giorno d’oggi ciò non è più vero e il giornalismo, come risultato, ne ha sofferto. Abbiamo perso, come giornalisti, il punto di vista da “outsider”, da scettici, da ricercatori della verità in un’epoca di lobbisti potenti e di addetti alle pubbliche relazioni che stanno vincendo nell’imporre il loro punto di vista sul nostro stesso tempo e sulla nostra stessa visione.

(Traduzione di Marion Sarah Tuggey)
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