A New York con i teenager che giocano a fare i delegati delle Nazioni Unite. Gli italiani sono svegli e considerano il mondo come loro playground, ma rispetto agli altri ragazzi sono timidi e non sanno organizzare un discorso

Il gioco ha un’aria estremamente contemporanea. Offrire a teenager e ventenni l’esperienza diretta degli scenari delle relazioni internazionali e della diplomazia, utilizzando strutture di assoluta autorevolezza e organizzando al loro interno delle conferenze nel corso delle quali i giovani assumano, per qualche giorno, il ruolo di delegati alla rappresentanza degli interessi di una nazione (non quella di appartenenza, ma una di cui hanno studiato intenzioni, posizionamento, profilo sociopolitico). L’idea non è nuova: già negli anni Venti alcuni studenti statunitensi avevano partecipato a una simulazione della Società delle Nazioni. La nascita dell’Onu dà impulso all’iniziativa, che oggi rappresenta un passaggio rituale nella formazione dei futuri diplomatici. Gli eventi si chiamano Model United Nations (MUN) e hanno uno svolgimento codificato: topics da affrontare, risoluzioni da prendere, negoziati e coalizioni da creare, “momenti storici” da rivivere, ritracciandone l’andamento alla luce della Storia. Lo specialista italiano nell’organizzazione di tutto ciò è un personaggio interessante e altrettanto contemporaneo: Claudio Corbino, catanese, neppure quarantenne, la capacità di fondere l’intenzione d’impresa con una rinascimentale visione dell’opportunità da offrire ai più giovani, della strada da disegnare e indicare loro. Corbino è a capo dell’Associazione Diplomatici, l’organizzazione che da una quindicina d’anni propone una mappa di laboratori di questo genere. Il più ambizioso dei quali, intitolato “Change The World”, è stato appena ospitato al Palazzo di Vetro a New York. Noi siamo andati con lui, per vedere l’effetto che fa un’esperienza così sulle migliori menti dell’ultima generazione, o almeno su coloro che possono intercettare simili occasioni (la partecipazione è a pagamento e costa molto di più di una gita di classe, ma meno di una vacanza-studio oltre confine).

Il “Change the World MUN” è un laboratorio formativo internazionale per studenti che riproduce fedelmente il funzionamento degli organi delle Nazioni Unite. Uno degli appuntamenti più prestigiosi di quest’anno si è svolto dal 17 al 23 marzo al Palazzo di Vetro di New York, intorno al tema “Democrazia nell’era dei New Media”

I ragazzi di “Change the World” arrivano da 72 Paesi, grazie alla rete proficuamente tessuta dalla squadra di Corbino con le migliori scuole internazionali. Gli italiani sono all’incirca la metà, e si vede e si sente. Tanti dall’area milanese e la percentuale più grande dal Sud, proprio dalla Sicilia dove tutto ciò ha avuto origine. L’osservazione è stata rivelatrice di comportamenti, prerogative, tic e debolezze trasversali che permettono di identificare, con le debite generalizzazioni, una personalità collettiva di questa nostra gioventù. Lo stile di condotta, ad esempio. C’è una diffusa nonchalance tra i giovani italiani, che permette loro di muoversi negli spazi di una location intimorente come le Nazioni Unite. I timori restano da parte, al di là di una certa compunzione, e subentra una disinvoltura che contiene echi di Web. Non è difficile risalire alla Rete, pensando a come questi delegati in erba abbiano acquisito familiarità con un’ambientazione tanto eccezionale, eppure a portata di mano. Non appena le commissioni si riuniscono c’è poi una piacevole naturalezza nei modi coi quali gli studenti s’impadroniscono degli strumenti che sono la nervatura dei lavori dell’Onu, col tocco dei nativi digitali. Anche la formalità esteriore richiesta, lo sfilare impeccabilmente in giacca e cravatta, viene vissuta con soddisfazione e senza imbarazzo: caspita, sono le prove generali del luminoso futuro che tutti ci auguriamo, sembrano sottintendere i partecipanti. Come avere l’assaggio dell’entrare a far parte dei giusti della terra.

Comunque, qui, alla fine si tratta di comunicare. Trasmettere competenza e credibilità. Gestire la regola aurea che governa Model UN: “Stay in character”, preparati a prendere le parti di una nazione e delle sue prerogative culturali e politiche e non recedere mai da questa interpretazione. Il fuori-tema è il peggiore peccato, in un esercizio che vuole trasmettere i fondamenti della tecnica di una professione in cui si deve esprimere il proprio meglio nel nome di una realtà precostituita.

La coerenza dei partecipanti a Change The World – almeno da parte di coloro che si sono più coinvolti nella simulazione – ha raggiunto eclatanti livelli di tenacia. Anche se si trattava di difendere le posizioni della Serbia sulla questione dei rifugiati, i ragazzi hanno fatto proprio lo spirito dell’esperimento: assumere la flessibilità mentale necessaria a gestire la differenza, anche profonda, con modi di pensare lontanissimi dai propri. Lo step successivo era esprimere agli altri delegati la propria posizione: in inglese, e solo in inglese, lingua ufficiale dell’Onu. Il voto, in questo caso, non supera una sufficienza stiracchiata. L’inglese di queste giovani speranze italiane è, con rare eccezioni, a malapena presentabile in una situazione professionale di questo livello, comparato con quello utilizzato con scioltezza da coetanei di varie provenienze. La sottovalutazione di questo insegnamento è una colpevole mancanza del nostro sistema educativo e costringerà a faticose rincorse, incentivando la principale carenza mostrata dai ragazzi italiani di Change The World: la proprietà di linguaggio, la chiarezza d’espressione, in particolare nella situazione più ardua, ovvero quella di esporre, con poco tempo a disposizione, il proprio pensiero a una vasta platea che ti valuta. Le capacità vivono sull’improvvisazione ed è lampante l’assenza di un training al riguardo. Non è questione di un weekend all’Onu: è un gap nella formazione, destinata a penalizzare le prospettive. Il confronto coi ragazzi americani è sconcertante. Tanto questi ultimi hanno palesemente appreso i rudimenti dell’espressione in pubblico, della comunicazione codificata, del discorso nei suoi sviluppi retorici o dibattimentali, tanto i i giovani italiani sono in difficoltà a connettere forma e contenuti.

Quindi educati, concentrati, con una bella coniugazione di idee ed esteriorità, ma con difficoltà a veicolare il tutto nel migliore dei modi. Così sono sembrati i ragazzi italiani di Change The World. Più timidi di molti colleghi di altre nazionalità, apprendisti al cospetto dei rudimenti di un mestiere. Probabile che la nostra gerontocrazia educhi all’attesa e che questa attesa si traduca in condizione mentale. Il “Never Too Young”, il “non siamo mai troppo giovani per agire e incidere”, orgogliosamente ribadito dai ragazzi d’oltreoceano, viene accolto con un sorriso di perplessità dai nostri giovani. E il Change the World MUN è una testimonianza che non deve restare lettera morta. Al Palazzo di Vetro si sono visti i segni di un’incondizionata ammirazione per i maestri, della sottomissione ai loro insegnamenti, ma rari gesti controcorrente, forse per effetto della reiterata descrizione che alcune generazioni precedenti hanno offerto di loro stesse, agli eredi. Che ne hanno tratto un messaggio di prudenza, anziché di ardore. Di disciplina e canone e non della follia che un idolo condiviso come Steve Jobs ha sempre invocato, come condizione della gioventù.

Ma c’è anche dell’altro, oltre all’insicurezza, su cui un’occasione del genere fa riflettere: ad esempio il disincanto dei ragazzi rispetto al considerare il mondo, e non la propria nazione e i suoi confini, come il palcoscenico su cui esprimere i loro talent. Non parlate loro di cervelli in fuga o di attaccamento alle radici. Scuotono la testa. Non capiscono. Il loro mondo è orizzontale, traversabile, iperconnesso. Si lavora a Milano come a Mumbai, a Londra come a Islamabad. Pronti ad andare dove il lavoro chiama e dove le opportunità spuntino, dove s’avvicina la realizzazione del sogno. Che è un oggetto complicato: dentro c’è il successo, il riconoscimento delle capacità, l’orgoglio di aver raggiunto gli obbiettivi. Ma c’è anche un rinfrancante e responsabile respiro di condivisione e collettività, di decenza e utilità. Lasciare un segno di sé, ma far anche sì che gli altri ricevano benefici dal nostro passaggio. Non è un atteggiamento di convenienza. Lo leggi nei  loro occhi quando ti concedono 5 minuti per parlare. Intanto guardandosi attorno con irrequietezza, perché la prossima scadenza della loro grande avventura a New York li chiama. E mentre la loro consapevolezza d’essere stati magnificamente privilegiati della possibilità di cambiare il mondo, li avvolge e si percepisce forte, come fosse un profumo meraviglioso.

Chiudi