C’è stato lo stardom assoluto, i flirt turbolenti monitorati quotidianamente e il ripiegamento familistico noioso. Ora l’attrice è di nuovo al lavoro e sarà in sala con due film

Il capolavoro incompreso America’s Sweethearts (anno 2001, da noi uscito come I perfetti innamorati) racconta di una coppia di divi del cinema che si pianta alla vigilia dell’uscita di un film di cui è protagonista, mandando a catafascio tutta la promozione. Julia Roberts non è la diva (quella è Catherine Zeta-Jones) ma la sua assistente, nonché sorella, nonché ex grassa, nonché colei che nessuno si è mai filato e di colpo si prende la rivincita. Il ribaltamento era consapevolmente acuto: non solo Roberts era la star più star della sua epoca, veniva anche da un film (Notting Hill, 1999) in cui recitava la parte della star più star della sua epoca. Avesse collaborato con i femminili del tempo, Brecht ci avrebbe scritto una rubrica su tanto straniamento.

Una volta usciva «il film di Julia Roberts», si criticavano gli intensi primi piani d’autore piazzati in Mary Reilly, ci si infiammava perché Se scappi, ti sposo non era all’altezza di Pretty Woman (stesso regista, stesso Richard Gere), ci si mobilitava per il tasso di fighismo emanato da The Mexican (oggi principalmente ricordato per le zeppe di lei e la doppia t-shirt di lui, ovvero Brad Pitt), si esultava per l’Oscar finalmente strappato con Erin Brockovich. Quello – era sempre il 2001 – è stato anzi il momento di definizione massima della “Diva Julia”. Non era solo la ricompensa dovutale dagli Studios, «dopo tutti i soldi che ci ha fatto fare» (succederà in seguito con Reese Witherspoon e Sandra Bullock): era la giusta e ultima consacrazione della star più star della sua epoca. Julia saliva sul palco dello Shrine Auditorium e pregava in anticipo l’orchestra di non interrompere il discorso più atteso dopo anni di noiosissimi premi aziendali: «Quando mi ricapita?». Era la statuetta che tutti sognavano, come quest’anno con DiCaprio. Ma se quello di Leo è stato il riconoscimento collettivamente condiviso al Più Grande Attore Della Sua Generazione, con Julia le cose erano diverse: dalle prime ordinazioni prese nel diner di Mystic Pizza, era la ragazza che tutte avrebbero voluto essere, la più amata dagli americani, la diva e donna di tutte le porte accanto anche se era più Hollywood di Hollywood stessa.

Poi Julia Roberts non è stata più Julia Roberts. Gli anni delle turbolenze sentimentali quotidianamente monitorate (Kiefer Sutherland, Lyle Lovett, Benjamin Bratt) sono stati sostituiti da quelli della famiglia tranquilla. Sono arrivati titoli raramente eccelsi (Closer), a volte furbi e fortunati (Mangia, prega, ama), ma mai più un «film di Julia Roberts», anche perché nel frattempo le star più star erano le Kardashian o chi per loro. Gli ultimi sono dimenticabili o da subito dimenticati: Biancaneve, impossibile credere a lei come regina cattiva; I segreti di Osage County, dove si toglie lo sfizio di fare la figlia di Meryl Streep, fosse sufficiente; Il segreto dei suoi occhi, pasticcio-remake di mélo argentino con gara di «ma che ci faccio qui?» tra lei e Nicole Kidman.

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Mother’s Day

Stati Uniti, 2016, commedia
Regia di Garry Marshall
Con Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts

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Money Monster

Stati Uniti, 2016, thriller
Regia di Jodie Foster
Con Julia Roberts, George Clooney, Caitriona Balfe

Questo mese Julia Roberts esce con due film. Il primo è Mother’s Day, sempre di Garry “Pretty Woman” Marshall: ha una parrucca alla Manuela Arcuri nelle fiction di Canale 5 e fa le faccette insieme a Jennifer Aniston e Kate Hudson. L’altro è Money Monster, diretto da Jodie Foster, starring l’amico George Clooney, thriller su terrorismo e morte in diretta che vorrebbe essere vecchia scuola, ma sembra solo un po’ fuori tempo.

Forse una volta si era tutti più ingenui. Forse bastava un sorriso. Quel sorriso, finito pure nel titolo più mèta-divistico di tutti i tempi: Mona Lisa Smile. Forse è perché gli attori non si facevano i selfie in bagno, perché i telefilm erano roba da adolescenti svaccati sul divano e non da presunti sociologi dei media, perché c’erano le mezze stagioni e l’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Oggi ci si prova, a confezionare le star più star della loro epoca. Salta fuori gente come Jennifer Lawrence, che funziona come America’s sweetheart a dovere, e per più di una stagione. Ma come Julia nessuna mai. Julia che resta sempre grande: è il cinema che è diventato piccolo.

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