In Emily’s D+Evolution Esperanza Spalding lascia il contrabbasso per il basso elettrico. Il risultato è un trio che flirta col pop non per posa, ma per confezionare alcune tra le canzoni più avventurose della stagione. E poi ha cambiato taglio di capelli, sì

Se pensate che nel 2016 non si possa fare musica interessante con una batteria, un basso e una chitarra elettrica forse non avete ascoltato l’ultimo di Esperanza Spalding Emily’s D+Evolution (leggasi «D plus evolution», please). Fino a ieri Espe, come la chiama l’amico Wayne Shorter per il quale sta scrivendo un libretto d’opera, rischiava di passare per la campionessa americana di carinerie soul-jazz, una trentenne indiscutibilmente brava, più talento che audacia però. Nulla faceva presagire la realizzazione di quest’album di rottura, esuberante, intenso, vagamente teatrale. E pure suonato in modo fenomenale usando i tre strumenti feticcio che il rock impiega da sessant’anni, con gran noia di quelli-che-basta-chitarre. Alla base c’è un’idea simile a quella esplorata da David Bowie in Blackstar, per il quale ci siamo spellati le mani: spingere musicisti jazz a confrontarsi con la canzone rock per forzarne i confini, allargarne il fronte melodico, ritmico e armonico – e in fin dei conti nove pezzi di D+Evolution sono stati incisi con Tony Visconti, che di Bowie è stato produttore. A differenza di certe altre jazziste, Spalding non flirta col pop per solleticare gli istinti conservatori del pubblico crossover. Lo fa per incidere alcune fra le canzoni più avventurose in circolazione.

Holly Andres

La ragazza di Portland che cinque anni fa soffiò a Justin Bieber, Florence + The Machine, Mumford & Sons e Drake il Grammy come miglior artista esordiente s’è presa un bel rischio mettendo sottosopra la propria estetica. Ha abbandonato momentaneamente il contrabbasso per dedicarsi esclusivamente al basso elettrico a tastiera cieca, un po’ come il suo idolo Jaco Pastorius. Ha messo in piedi un trio sul modello di quelli degli anni 60 con il chitarrista elettrico Matthew Stevens e un batterista, ora Justin Tyson, ora Karriem Riggins, uno che passa da Diana Krall a Erykah Badu. Nel 2015 ha rodato sui palchi le canzoni ancora inedite di D+Evolution vestendo i panni dell’alter ego Emily, che è effettivamente il suo secondo nome: capelli afro raccolti in treccine, occhiali e rossetto dai colori vistosi, completi floreali, e soprattutto un’energia che non tutti le riconoscevano. La maschera di Emily, dice, le serve per tornare all’età infantile e guardare il mondo senza farsi influenzare dai dogmi culturali.

Holly Andres

In realtà è un gran casino, i testi sono sfuggenti e toccano vari temi, creatività, genere, amore, razza. Ebony and Ivy, per dire, prende il titolo da un saggio di Craig Steven Wilder, professore di storia del MIT, sulla relazione fra schiavismo e mondo accademico americano. Niente predicozzi pop: Spalding sa che la musica è un gioco e perciò chiude il disco con I Want it Now che la mocciosa Veruca Salt cantava in Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, anno funkadelico 1971.

Holly Andres

ALL’OMBRA DI DAVID
Uscito il 4 marzo per Concord Records, Emily’s D+Evolution si compone di 12 tracce. L’album è co-prodotto da Tony Visconti, collaboratore storico di David Bowie

Sono lo strumento attraverso cui Emily si esprime», ha detto Spalding con sprezzo del ridicolo, lei pupazzo ed Emily ventriloqua. Si sa che gli alter ego in musica muoiono giovani e non portano bene. Per una Beyoncé che per una stagione diventa Sasha Fierce e fa sfracelli con Single Ladies c’è un Garth Brooks che si fa crescere la mosca, indossa una parrucca e diventa un rocker australiano di nome Chris Gaines. Per non dire del Prince gender bender che progetta un album fingendosi tale Camille o di Joni Mitchell che si trucca e s’abbiglia da pappone afro-americano. Ecco, Mitchell: sulla scrittura a cavallo fra canzone e jazz di D+Evolution, su fraseggi e inflessioni vocali incombe l’ombra della più colta e istintiva cantautrice nordamericana. Di suo Spalding ci mette il senso d’urgenza e la fisicità del funk, cori fantasiosi che l’avvicinano ad altri trentenni di talento come tUnE-yArDs e Dirty Projectors, qualche dissonanza ben piazzata, un pizzico di soul contemporaneo modello Janelle Monáe. Non per generare un mischione privo di senso, ma per fare musica originale e piena d’inventiva, spiazzante e al contempo seducente. E insomma, ci voleva una musicista jazz per dare una scossa al rock.

Chiudi