Mio nonno ha deciso per i suoi figli. Mio padre mi ha consigliato che facoltà universitaria scegliere («non è un’imposizione»). Nell'epoca della paternità liquida, io non riesco a pensare neanche a quale scuola elementare sia meglio iscriverli: sono troppo concentrato sulla qualità del tempo da passare insieme

Non ho una data precisa, ma dev’essere stato tra la fine del liceo e l’inizio dell’università (metà anni Novanta), quel tempo in cui i settimanali allora diffusissimi in tutte le case – L’Espresso, Panorama – se ne uscivano con titoli che parlavano di una fase grave e allarmante che il genere a cui appartengo stava per attraversare: iniziava la cosiddetta era del “maschio in crisi” e io ero già sufficientemente presuntuoso per ritenere che fosse una fesseria.

Tuttavia, qualche anno dopo, diciamo pure due figli dopo, quei titoli sulla crisi del maschio mi sono pitagoricamente tornati alla memoria quando mi sono state rivolte per la prima volta di una lunga serie, in una sequenza apparentemente inconciliabile, frasi come: «Tu non hai un ruolo», oppure: «Ti comporti come se fossi il loro fratello maggiore», ma anche: «Sei troppo severo con loro». E, insieme ai titoli, mi è tornata anche chiarissima l’immagine di mio nonno materno, sorta di exemplum del patriarca anni Cinquanta, santo patrono dell’autoritarismo famigliare, gigantesco esperto di cazzi suoi (la moglie è morta con il dubbio che avesse per lungo tempo prodotto una seconda famiglia con tanto di figli mai venuta allo scoperto); il tipo che andava a lavoro (no, non era un freelance), portava i soldi, ma a casa non alzava un dito che fosse uno, e anzi veniva trattato come una specie di semi-divinità. Lui, per dire, aveva un ruolo, eccome se ce l’aveva. E immaginare sua moglie che gli rivolge le parole Tu-Non-Hai-Un-Ruolo, fa l’effetto demenziale di uno sketch dei Monty Python.

La storia ci ha fatto capire quanto quel modello di ipocrisia patriarcale fosse ingiusto e squilibrato in favore dell’uomo – esonerato dalla cura dei figli e dalla casa, con tutte le responsabilità economiche sulle spalle, ma anche con licenza di condurre numerose vite parallele (si veda “l’affascinante”, proprio per le donne della mia generazione, Don Draper) – ma poi ci ha fatto anche capire come fosse rodato e a prova di bomba nei secoli dei secoli quel modello, perché dopo, sotto il cielo, si è vista soltanto molta confusione: padri liquidi e ambiguissimi, e madri femministe che ascoltavano il rock e leggevano Simone de Beauvoir, padri amici ancorché in fuga, che hanno imparato a mettere la lavastoviglie, e madri che volevano parlare di sesso coi figli sfogliando insieme Noi e il nostro corpo; genitori in cerca di un “rapporto vero”, loro, che poi in realtà più che verità ci hanno lasciato un grande vuoto di cui discutere con il nostro terapista.

Giulio Ghirardi

Giulio Ghirardi

Ma almeno loro, questi padri e queste madri (diciamo pure i miei, i nostri genitori), un ruolo ce l’hanno avuto ed è stato esattamente quello di negare l’esistenza dei ruoli passati, è stata la loro grande battaglia, che però come tutte le battaglie difficili ha prodotto risultati soltanto tempo dopo e cioè quando genitori lo siamo diventati noi. E noi a questo punto non avevamo più niente da negare e nemmeno sapevamo bene cosa affermare. Per esempio: se loro erano stati contro l’educazione autoritaria che avevano ricevuto, noi come dovevamo essere? Nessuno può seriamente pensare di essere un genitore autoritario nel Ventunesimo secolo, ma questo spinge proprio nella direzione in cui nessun figlio con un minimo di infarinatura freudiana vorrebbe andare, quella di essere per i suoi figli quello che suo padre (o sua madre) è stato per lui. Ci troviamo insomma nel più classico vicolo cieco.

Il problema è soprattutto maschile perché il ruolo di parafulmine pedagogico intanto l’ha mantenuto. Ed è un problema che si presenta tutti i giorni, anche più volte al giorno, a cominciare da quando un cinquenne ti chiede – e a te già che lo chieda sembra un grandissimo risultato educativo, ci hai lavorato un bel po’ – se può prendere il tuo smartphone per giocare a Star Wars. Ma sì certo, è scontato, le donne devono lavorare come e più degli uomini, guadagnare come e più degli uomini, non possono sobbarcarsi tutto il peso delle faccende domestiche, è primitivo. Noi siamo sempre pronti, ci vogliamo svegliare di notte, vogliamo cambiare pannolini e omogenizzare carote, vogliamo saperli addormentare, lavare, accarezzare, vogliamo offrirci, insomma, per pagare il conto salato della storia e delle sue tremende ingiustizie verso la donna. Ma se sono diventato un impeccabile cuoco di pranzetti e cenette perché allora ti lamenti che non ho ancora insegnato ai bambini a giocare a pallone? Se, come tu mi chiedevi, li ho accolti tra le mie braccia per consolarli quando piangevano – e ci riuscivo pure – perché rimpiangere l’esistenza di un esempio più virile? Questo gender fluid della paternità è una disfatta, altro che Cirinnà.

Giulio Ghirardi

Giulio Ghirardi

Per cui si naviga a vista. Ci si fa convincere a momenti della necessità di una maggiore severità in famiglia salvo poi rinnegare tutto con dosi massicce di tolleranza che diventano compiaciuti inviti alla trasgressione. Si coltivano le doti nascoste di dolcezza e accoglienza per accorgersi che un maschio senza un lavoro e uno stipendio fisso è, fosse anche solo per ragioni culturali, un complicato concentrato di debolezze. Si tira su, insomma, una leva di potenziali incasinati. Ma ci si sente meno in colpa al pensiero che, se ogni cosa è incasinata, è naturale, persino giusto, che incasinati lo siano anche loro, i figli. Anche questa idea di una prospettiva futura, di cosa vogliamo per loro, di cosa ci auguriamo che diventino è nebbiosa, la stessa consistenza di quella nebbia tipica degli anni Novanta che ci ha impedito di guardare oltre la laurea; la conosciamo benissimo noi la difficoltà di vedere al di là. Mio nonno ha deciso per i suoi figli. Mio padre sapeva quanto fosse sbagliato ma, ancora troppo combattuto, mi ha detto – “non è un’imposizione, è solo un consiglio” – quale facoltà avrei dovuto scegliere. Io, invece, che ho sempre vissuto in questa specie di presente in valore assoluto, non riesco a pensare neanche a quale scuola elementare sia meglio iscriverli. Non è affatto disinteresse: è che sono troppo concentrato su come fargli passare un bellissimo sabato.

Allora la domanda più generazionale di tutte resta secondo me una, questa: è giusto che nonostante tutto questo ci piaccia così tanto fare i padri? E perché ci piace come forse non è mai piaciuto a nessuno? Andare in un parco giochi qualsiasi per credere.

Ringraziamo per la disponibilità: Stefania Casacci, Alessandro Busseni e Remo; Antonella Pesenti, Antonio Cancello, Frida ed Eduardo; Elisa Masotto, Matteo Moroni e Cecilia; Elisa Ramella, Mattia Guffanti e Bianca; Elisa Scesa Seitzinger, Tommaso Delmastro e Anna Stella
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