Non esiste ritorno se fluttuiamo in un eterno presente. Questa è la lezione estrema delle due uscite discografiche più importanti di questa primavera: i dancefloor lunari di Super dei Pet Shop Boys e la nave levitante di Brian Eno, che ritorna solista con The Ship, nuova uscita per Warp (che, dal 2010, ospita ogni sua nuova produzione)

Neil Tennant e Chris Lowe si consacrano ancora una volta al synth pop: dance e ricerca artistica perpetua in grado di giocare sempre con l’alto e il basso a partire dalla propria immagine, per offrire sempre al pubblico quel mix inestinguibile di estetismo e sudore, che è l’ossatura del vero pop: un abito in cui i tessuti nobili della musica popolare britannica si cuciono ai suoni del nightclubbin’ edonista. Il risultato è un concentrato fatto di dance, Henry Purcell e testi di pura narrativa con puri slanci filosofici (da What Have I Done to Deserve This? del 1987 fino a Love is a Bourgeois Construct del 2013).

Tutto è chiaro dal racconto di The Pop Kids, seconda traccia dell’album, in cui il duo canta: «Ci chiamavano i Pop Kids perché amavamo le pop hits e citavamo le best bits» e ancora «Eravamo giovani ma ci credevamo sofisticatissimi perché dicevamo a tutti che il rock era sopravvalutato». È una bellissima storia di formazione che ricorda – come accade spesso con i testi di questa band – una delle storie a-là-Phil Oakey (The Human League) nel tracciare le tappe delle origini della band e insieme la potenziale vicenda personale di ogni fan del gruppo: un amante del pop intimamente convinto per istinto che il rock sia una sopravvalutata faccenda per troppi. È una dichiarazione d’intenti a trent’anni esatti dall’esordio ed è solo il primo episodio di Super che sottolinea un passato che gira su sé stesso e si fa presente, spedendo questo lavoro al di là delle sfere temporali, attraverso un continuo ricollocamento di sé e dei propri stilemi. Pazzo!, per esempio, non è che una versione d’oggi, invero meno brillante, di Paninaro (1986): un aggiornamento tanto linguistico quanto della Weltanschauung di chi è all’ascolto o in pista.

APPUNTAMENTO AL 29 APRILE
Questa è la data di uscita di The Ship di Brian Eno, 47 minuti per due sole tracce (la seconda divisa in 3 parti)

Shamil Tanna

The Ship, title track di quest’ennesima mostruosa produzione dell’Eno solista, ha nell’incipit gli stessi passi di The Big Ship, la sua prima apertura all’onirico, il primo passo verso l’ambiente come suono e il suono come ambiente. Il pezzo, contenuto nell’LP capolavoro Another Green World (1975), è una perla di tre minuti che si scontra oggi con questa nave fluttuante del 2016: ventuno minuti di puro Eno pittorico. Ricordandoci ancora una volta l’esatta intuizione di Lester Bangs, Eno si approccia alla musica con l’istinto di un pittore. Bangs descriveva la capacità dell’autore inglese di costruire brani in cui i testi rendessero sempre con grazia lo stupore infantile per la natura dei suoni, come se la parola si distaccasse dal proprio significato letterale per assumere un senso nuovo, figlio del suono che l’ha voluta e collocata lì. In The Ship i testi si perdono fisicamente nelle note. Come in Super dei Pet Shop Boys si raggiunge un compromesso perfetto tra lo slancio pop e quello più estremo e dance, qua Eno mette a fuoco la propria indole pop unendola ai risvolti più dolci e insieme ipnotici della propria ricerca ambient. Un disco uscito oggi che contiene in sé l’intera tavolozza obliqua dell’Eno storico: un esempio eccellente di manuale del musicista. Così si affronta il futuro, così si rimane nel presente.

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