Flaked conferma che il maschio debole è primaria materia drammaturgica

Fino a poco fa “zitella” era la qualifica punitiva automatica se dopo i 35 anni non ti accontentavi di un uomo che non ti piaceva, l’anticamera della bocciatura sociale.
Dall’altra prospettiva, per scrittori e registi è sempre stato il giacimento principale dell’arte: nessuno vuole spiegare perché, ma niente è interessante quanto certe storie di resistenza di donne che amano troppo e restano sole – anche in Via col Vento hanno preferito lasciare Rossella O’Hara appositamente abbandonata: il finale non sarebbe stato epico nemmeno la metà se Rhett su quella porta non avesse deciso che era meglio scansarsi.
Da allora niente è cambiato di molto, se ci si chiede cos’è sopravvissuto agli ultimi vent’anni di cinema, serie tv e letteratura. Chi è stato promosso a citazione ricorrente sono ancora loro, le eroine maltrattate, in particolare le solite due, Bridget Jones e Carrie Bradshaw.

Per l’industria culturale stava andando tutto benissimo, finché non è arrivata la controtendenza.
Qualcuno ha rifatto meglio i conti (Rebecca Traister, All the Single Ladies, 2016) e solo ora viene fuori che le ragazze non sposate superano di numero le altre, sopravvivono e non se la passano male. Il progresso è enorme: si comincia a credere al mito di minoranza della solitudine volontaria, il New York Times l’ha chiamata «The Revolution of Unmarried Women».
La rivoluzione in realtà è vecchia e di questo continente, il manifesto è un’anteprima di Jane Austen (Emma, 1815): «È solo la povertà che rende il non essere sposate un’inferiorità. Una donna nubile con una misera entrata deve essere una ridicola, antipatica zitellona; ma una donna non sposata provvista di beni di fortuna è sempre rispettabile, e può essere intelligente e simpatica quanto chiunque altro».
Insomma è rimasta solo la parola e neanche quella è più bella e corrosiva come un tempo: quanto a potenza offensiva, Milf e Cougar oggi fruttano molto più di Spinster.

La tragedia come sempre è di chi scrive: per il resto del mondo è solo il tramonto di un’era, per gli autori è la fine del petrolio. Non c’è cosa peggiore di quando si normalizza un’eccezione: perse le donne disperate per amore, bisognava ripensare daccapo le serie non drammatiche. Ci hanno provato con Californication e da poco con Love, l’esperimento si sta prolungando e dovrebbe portarci al sostituto universale, l’uomo nuovo dei telefilm, l’erede maschio di Sex and The City.
L’ultimo tentativo è Flaked, alla prima stagione, da poco su Netflix.
I protagonisti: Chip (Will Arnett) e Dennis (David Sullivan) si conoscono da anni. Entrambi con vecchi problemi di dipendenze, vivono a Venice, in California.
La storia: Chip ha un negozio, gira per la città su una bicicletta col cestino ed è il primo della classe agli alcolisti anonimi. Fa il guru in modo convincente anche fuori dalle riunioni, quindi ha un certo successo con le donne del quartiere. Incontra London e si innamora di lei un po’ perché è bella, un po’ perché piace al suo migliore amico.
Sulla carta non mancherebbe nulla, alla prova del televisore invece ti fa pentire di non aver guardato un’altra cosa: Chip è uno di quelli che si vantano di non usare il cellulare, l’ennesimo uomo da prendere tristemente a schiaffi (recensione breve del Guardian).
La nuova zitella è un quarantenne fragile e compiaciuto, una carogna poco convinta con intermezzi da bravo ragazzo: al posto di un rimpiazzo brillante ci hanno dato un hipster senza la barba. Di salvabile c’è che Flaked è un buon fallimento, perché ha rivelato i difetti del prototipo. Per l’anti-Underwood ora iniziano ad avere le idee più chiare: serve un maschio intenzionalmente debole, bugiardo seriale ma profondo, cinico però spensierato – non è difficile, basta prendere le misure sul tipo peggiore di femmina.

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