Yolo / Musica

(White Man) In Hammersmith Palais

IL 80 18.04.2016

The Clash, 1978

Sono stato all’Hammersmith Palais, al 249 di Shepherd’s Bush Road. Era il ’95 o il ’96. A quei tempi aveva già smesso di essere il posto più fico di Londra, quello in cui andavano a suonare Costello e i Cure, i Sex Pistols e i Police, i PiL e i Cramps, gli U2 e i Cult. Il punk e la new wave avevano lasciato spazio ai DJ. Un paio d’anni fa, ci sono passato davanti e non l’ho più trovato: demolito, insieme alla sua storia, che era iniziata nel lontano 1919.

Il motivo dei miei pellegrinaggi, laggiù, erano i Clash. Ogni volta che devo fare l’elenco dei miei gruppi preferiti, non riesco a trovare più di uno o due nomi che metterei davanti al loro. E si dà il caso che la prima canzone dei Clash che ho ascoltato a quindici anni è stata proprio (White Man) In Hammersmith Palais. Parte con quel riff di chitarra così potente e grezzo; ma poi rallenta e si trasforma in uno ska che sulle prime – ricordo – mi disorientò: era quello il punk? Be’, sì e no. I Clash stanno al punk come i Beatles al beat… Ma la cosa che mi colpì di più era il testo: «Da mezzanotte alle sei, amico… / Per la prima volta dalla Jamaica: / Dillinger e Leroy Smart, / e Delroy Wilson, il tuo cool operator…». Chi diavolo era quella gente? L’unico artista reggae che conoscevo era Bob Marley. Andai a sentirmi Mr. Cool Operator di Delroy Wilson e mi fece esattamente lo stesso effetto che descrive Joe Strummer nella terza strofa: «Suonavano tutti come i Four Tops. Niente di nuovo e di… cool sotto il sole: Nessun ribelle rock selvaggio sul palco…».

(White Man) In Hammersmith Palais è proprio questo: il resoconto di una serata deludente. Ma è anche di più; testimonia (già nel 1978!) la disillusione di Strummer nei confronti della scena punk: «Ai nuovi gruppi», canta, «non importa niente imparare; / sono tutti troppo occupati a sgomitare sotto i riflettori». Profetico.

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