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Il “Guardian” domina su internet ma non sa chi pagherà il conto

di STEPHEN GLOVER
fotografie di EMLI BENDIXEN per IL
IL 81 18.05.2016

La strategia “digital first” viene perseguita da oltre un decennio. Ma alla fine di marzo, le perdite del 2015 ammontavano, secondo le stime, a 74,4 milioni di euro, una somma record per un singolo anno. Se si aggiungono i costi di leasing e le spese in conto capitale, si arriva alla conclusione che nell’ultimo anno sono volati via dalla finestra circa 100 milioni di euro

Il Guardian è un grande quotidiano e la sua sopravvivenza dovrebbe stare a cuore a chiunque. Su questo siamo tutti d’accordo. A volte può sembrare presuntuoso e autoreferenziale, ma in un’epoca di banalizzazione il quotidiano inglese porta ancora alta la bandiera del giornalismo serio, ancor di più adesso che l’edizione cartacea dell’Independent è defunta.

Si fa fatica a credere che il futuro del Guardian possa essere in discussione. Il Guardian Media Group (Gmg), che controlla il Guardian e l’Observer, può contare, secondo le ultime stime, su un fondo di 940 milioni di euro, una somma smisurata che sembrerebbe garantire il futuro delle due testate e del sito quasi a tempo indefinito.

Eppure non è così. I dati emersi a fine gennaio – e che l’azienda mi ha confermato – tracciano un quadro allarmante. Alla fine di marzo, le perdite del 2015 ammontavano, secondo le stime, a 74,4 milioni di euro, una somma record per un singolo anno. Se si aggiungono i costi di leasing e le spese in conto capitale, si arriva alla conclusione che nell’ultimo anno sono volati via dalla finestra circa 100 milioni di euro. Contemporaneamente, il valore del fondo di investimento del Gmg è sceso da 1 miliardi e 64 milioni di euro dello scorso luglio ai 940 milioni della fine di gennaio, più o meno in linea con le condizioni di mercato (anche se la recente ripresa potrebbe aver migliorato le cose). Secondo i detrattori, la società ha dato prova della sua inveterata incapacità di tenere sotto controllo i costi. Il 17 marzo, il Gmg ha annunciato una nuova, drastica tornata di tagli al personale e altre misure per risparmiare.

C’è un’altra preoccupazione: molti giornalisti del Guardian con cui ho parlato contestano la strategia digital first portata avanti dall’azienda da oltre un decennio. La politica di mettere online tutto il suo materiale giornalistico senza far pagare nulla ai lettori è impraticabile dal punto di vista commerciale? C’è una falla letale nel modello del “tutto gratis”? Ci sono buone ragioni per ritenerlo.

Nelle fotografie di quest'articolo, edicole e punti vendita di giornali e magazine a Londra. Qui sopra, il chiosco nei pressi della stazione della metropolitana di Angel a Islington

Il Guardian e l’Observer (un altro giornale con una grande storia) a memoria d’uomo hanno sempre perso enormi quantità di denaro. Ho fatto la somma delle perdite dichiarate dalle due testate negli ultimi undici anni, compreso questo, e ammontano a circa 390 milioni di euro. A parte quest’anno, la performance peggiore è stata quella dei dodici mesi fino a marzo 2012, quando le due testate insieme persero 50 milioni di euro. Se in poco più di un decennio il Guardian e l’Observer sono stati capaci di bruciare 390 milioni di euro, ecco che un fondo di 940 milioni improvvisamente non sembra una gran cosa.

Ancora quest’estate, il gruppo sembrava veramente essere arrivato a una svolta in positivo. Dopo vent’anni a capo del Guardian nel ruolo di messianica forza trainante dell’espansione digitale mondiale del giornale, Alan Rusbridger si era lestamente trasferito al Lady Margaret Hall (uno dei collegi dell’Università di Oxford) per prendere la carica di rettore. Più o meno in quel periodo dichiarava alla British Journalism Review: «Per un nuovo direttore penso non sia male entrare in carica con un miliardo di sterline in banca». La fortunata beneficiaria di questa manna dal cielo (leggermente sopravvalutata) era Katharine Viner, prima donna a capo del Guardian da quando fu fondato il giornale nel 1821.

Andrew Miller, amministratore delegato del Gmg dal 2010 e convinto sostenitore della strategia digitale del Guardian, ha scelto di andarsene insieme a Rusbridger, dando l’impressione di considerare concluso il suo compito. Quando era entrato in carica, Miller aveva dichiarato che perdere centomila euro al giorno non era sostenibile: il Guardian e l’Observer avevano risorse sufficienti per sopravvivere soltanto cinque anni. Erano seguiti gli immancabili piani di licenziamenti e altri tagli della spesa. Durante la sua permanenza in carica, le perdite annue si sono più o meno dimezzate, attestandosi a 21,8 milioni di euro – il livello più basso negli ultimi dieci anni – nei dodici mesi fino al marzo 2015.

Wardour News, nell’omonima via della capitale inglese

Altri dodici mesi dopo, però, le perdite sono schizzate alle stelle e l’umore all’interno dei due giornali è tornato tetro. Gli introiti dell’edizione digitale, che secondo le stime sarebbero dovuti crescere a 115 milioni di euro nell’anno finanziario in corso, sono rimasti inchiodati a 90 milioni circa, mentre gli introiti pubblicitari dell’edizione cartacea nel 2015 sono calati di circa il 20 per cento, più o meno in linea con il resto dei quotidiani britannici. Sembra anche che i freni che Miller aveva applicato al momento del suo arrivo si siano allentati negli ultimi anni del mandato suo e di Rusbridger e che il Gmg sia tornato a spendere e spandere. Nel quadro dell’espansione digitale sono state potenziate le redazioni di New York e Washington e ne è stata aperta una terza a San Francisco, mentre tre nuove redazioni sono spuntate in Australia, in parte finanziate grazie all’investimento di un imprenditore locale.

Secondo i dati della società stessa, negli ultimi tre anni il Gmg ha assunto 479 persone in più tra settore editoriale e settore commerciale, portando a quasi 2.000 persone il conto complessivo della forza lavoro. In tutto il mondo, le due testate hanno alle loro dipendenze poco meno di 1.000 giornalisti, rispetto ai 500 che figurano a libro paga nelle ultraredditizie testate del Telegraph, che negli ultimi anni hanno tagliato il personale.

Il successo indiscusso di Miller è stata la dismissione, per quasi 700 milioni di euro, della quota di Auto Trader (una società che controlla un sito di vendite di automobili molto remunerativo) ancora in possesso del Gmg (nel 1982 il gruppo aveva intelligentemente comprato delle quote di una rivista di automobili, che successivamente si era trasformata nel sito in questione). Miller ha ricevuto una gratifica di 1,6 milioni di euro per la conclusione di quest’affare, cosa che a molti dipendenti non è andata giù. Questo colpo a sorpresa (altri pacchetti azionari che il fondo deteneva in Auto Trader e altre attività erano già stati venduti e spesi) ha fatto la parte del leone nel fondo di investimento del gruppo. Il Gmg, inoltre, detiene ancora una quota del gruppo editoriale Ascential e recentemente ha incassato 34 milioni di euro grazie alla riduzione di questa partecipazione azionaria dal 33 a poco più del 23 per cento.

Il Kioskafé di Norfolk Place, creato da Monocle, offre in vendita un’ampia e raffinata selezione di magazine

Al momento dell’addio, Miller è stato incensato dalla rivista Campaign, la bibbia dell’industria pubblicitaria, che ha parlato con smodato entusiasmo di «rinascita del Guardian». Liz Forgan, la presidente dello Scott Trust – l’organismo responsabile dei due giornali, a cui fa capo il Gmg – si è profusa in elogi all’indirizzo di Miller e del veterano Rusbridger. «Il Gmg sta entrando in una nuova fase di crescita grazie alla guida strategica di Andrew Miller e Alan Rusbridger», ha dichiarato. «Insieme, hanno messo il Guardian nella posizione ideale per sfruttare il suo pubblico mondiale e approfittare delle nuove opportunità commerciali e digitali».

E invece, alla fine di gennaio, Katharine Viner e David Pemsel – già vice di Miller e ora amministratore delegato del Gmg – hanno lasciato di stucco i dipendenti nella sede londinese della società, che si trova vicino alla stazione della metropolitana di King’s Cross, annunciando che in seguito alle perdite sarebbe stato lanciato un piano di tagli pari a un quinto della spesa corrente. Mentre presentava il nuovo piano triennale, il tono di Pemsel era molto diverso dall’ottimismo sparso a piene mani dalla Forgan un anno prima. «È evidente, con il senno di poi, che il Guardian ha commesso degli errori», ha riconosciuto, senza però dire chiaramente quali. Il taglio dei costi sarà portato avanti senza escludere nessuna possibilità.

L’annuncio di Pemsel presenta sorprendenti somiglianze con gli ammonimenti che Miller rivolse ai dipendenti quando assunse la carica di amministratore delegato, e con quanto dichiarato un paio di anni prima da Tim Brooks, direttore editoriale dei due giornali (ho inviato sms e lasciato messaggi a Miller per avere un suo commento, ma non ho ricevuto risposta). Il quotidiano è tornato al suo percorso abituale: tagli intermittenti interrotti da nuove fasi di espansione, seguite a loro volta da ulteriori tagli. Qualunque cosa succeda, il Guardian e l’Observer sembrano cronicamente afflitti da una struttura di costi non sincronizzati con la loro capacità di generare ricavi.

Il Kioskafé di Norfolk Place

Questa volta sarà diverso? Da alcune settimane i dipendenti attendevano nervosamente l’annuncio del Gmg del 17 marzo: in Gran Bretagna è previsto un taglio della forza lavoro del 18 per cento, ossia 310 posti in meno (circa 60 posizioni nel settore commerciale e in quello editoriale non sono state rimpiazzate). La società spera che la riduzione del personale possa avvenire attraverso dimissioni incentivate. In una mail congiunta ai dipendenti, la Viner e Pemsel hanno scritto che «il contesto instabile del settore editoriale» ha reso «urgentemente necessario prendere misure drastiche». Il nuovo piano triennale ha «un unico obiettivo: garantire in perpetuo l’integrità giornalistica e l’indipendenza finanziaria del Guardian». I due hanno annunciato anche l’abbandono del progetto di trasformare il Midlands Goods Shed, un ex deposito ferroviario nei pressi della sede di King’s Cross, in uno spazio eventi all’avanguardia. Questo progetto, svelato per la prima volta nel 2014, stava molto a cuore ad Alan Rusbridger, che lo considerava potenzialmente molto redditizio. Dopo il 17 marzo, alcune indiscrezioni di stampa riferiscono che il Gmg, per ridurre i costi, sta valutando l’idea di lasciare la sede di King’s Cross per una più modesta.

Per capire il Guardian di oggi non si può prescindere dal ruolo dominante giocato per molti anni da Rusbridger, non soltanto nella veste di direttore pacato ma inflessibile, ma anche in quelle di visionario e stratega in capo del giornale. Fu lui che nel 2005 sostenne con decisione la scelta del giornale di investire 90 milioni di euro in nuove macchine tipografiche capaci di produrre un formato berliner simile a quello del Monde (a metà strada fra il formato normale e il formato tabloid). Mentre il Times e l’Independent si preparavano a passare al tabloid (che è esattamente la metà del formato normale) usando le stampatrici esistenti, il Guardian optò per una soluzione tutta sua, esclusiva e costosa. Quando contestai la spesa, nella rubrica sui media che tenevo per l’Independent, Rusbridger mi inviò una accorata mail sostenendo che il contratto di stampa sarebbe scaduto nel giro di tre anni e che il giornale era quindi costretto a dotarsi di nuove macchine.

Al Kioskafé è anche possibile stampare al momento, on demand, migliaia di altre testate di tutto il mondo

Ma era davvero costretto? Non avrebbe potuto adattarsi al formato tabloid e prolungare il contratto? All’epoca del passaggio al formato berliner, il Guardian vendeva quasi 400mila copie al giorno. Dieci anni e mezzo dopo, le vendite sono scivolate a 165mila e anche quelle dell’Observer sono calate. Forse un calo così precipitoso non era preventivabile, ma di sicuro investire tutti quei soldi nelle nuove macchine non ha pagato. Inoltre, come mi ha fatto notare il manager di un gruppo di giornali rivale, le macchine del Guardian e dell’Observer, quando non sono usate per stampare la ridotta tiratura dei due giornali, restano inattive perché praticamente nessun altro quotidiano del Paese usa il formato berliner e quindi non possono nemmeno prendere lavoro in appalto. È difficile vedere le nuove macchine come qualcosa di più di un capriccio costoso.

Rusbridger ebbe un ruolo chiave anche nel trasferimento del gruppo, nel 2009, da Farringdon alla nuova sede di King’s Cross, provvista perfino di un auditorium. Anche altri dirigenti di primo piano spinsero con decisione per il trasloco. Una sede alternativa a Lambeth, più anonima (ed economica), fu scartata. Secondo un alto dirigente del Gmg, una sede a sud del Tamigi non era commisurata alla nuova ambizione di trasformare il Guardian nel «più grande giornale del mondo».

La stessa persona sostiene anche che la filosofia «grandiosa» di Rusbridger consistesse in «spendere, spendere e spendere». Un altro ex collega di Rusbridger ha detto: «Lui coordinava i piani, la filosofia, l’ideologia, ma non si è mai preoccupato di garantire una gestione finanziaria oculata. Era come se ci fossero due universi differenti al Gmg: il Pianeta Rusbridger e il Pianeta Denaro». È opinione generale che queste tendenze abbiano finito per esasperare Miller, contribuendo forse a creare una spaccatura fra i due.

Quale fosse l’atteggiamento di Rusbridger verso l’esigenza di contenere i costi non era evidente soltanto nella decisione di dilapidare denaro nell’acquisto di nuove macchine di stampa e di un’incantevole nuova sede. Quando convinse, nel 2005, l’editorialista del Times Simon Jenkins a trasferirsi al Guardian – un colpo eccezionale, considerando le credenziali di Jenkins come figura dell’establishment – accettò di pagargli un salario spropositato per gli standard del giornale, come mi è stato confermato da una persona molto addentro in queste faccende. Il Guardian, anche se perennemente colpevole di sovrabbondanza di personale, non è noto per la generosità dei suoi stipendi negli ambienti della stampa britannica.

Un'edicola nella zona di Tottenham Court Road

Al cuore della visione di Rusbridger c’era la convinzione che i giornali cartacei fossero morti e che il futuro fosse nel digitale. Era arrivato a questa conclusione molto prima di qualsiasi altro direttore di giornale nazionale e alcuni lo hanno salutato come un profeta. Nessuno può mettere in dubbio che il sito del Guardian sia stato un grande successo: è il secondo o terzo giornale online in lingua inglese più visitato al mondo: il primo posto è incontestabilmente del Mail Online, mentre ci sono pareri discordi sulla seconda piazza e cioè se sia da assegnare al Guardian o al New York Times. Da un certo punto di vista, è un grande successo: negli Stati Uniti, dove prima era sconosciuto, il Guardian è diventato un nome familiare negli ambienti progressisti, anche grazie alle rivelazioni sulla National Security Agency fornite da Edward Snowden, che hanno fruttato al quotidiano inglese il premio Pulitzer. Circa un terzo dei 148 milioni di lettori unici mensili del giornale online vive negli Stati Uniti.

Il problema è che questo trionfo giornalistico è stato una delusione commerciale, capace di produrre quest’anno appena 90 milioni di euro di introiti pubblicitari. Nel frattempo, nei dodici mesi fino a marzo 2015, i ricavi delle edizioni cartacee, alquanto assottigliate, del Guardian e dell’Observer sono stimati intorno ai 137 milioni di euro l’anno, anche se i rendiconti diffusi dal Gmg non specificano una cifra esatta. In altre parole, il secondo o terzo giornale online in lingua inglese a livello internazionale produce molto meno reddito delle due testate cartacee nazionali che vendono una frazione di quello che vendevano un tempo.

L’esperienza digitale del Daily Mail and General Trust non è molto diversa: nel 2015 i ricavi del Daily Mail e del Mail on Sunday sono stati circa sette volte superiori a quelli del possente Mail Online. C’è una differenza, però: le vendite delle testate del Mail hanno retto molto meglio di quelle del Guardian e dell’Observer, soprattutto perché i vertici della società hanno curato e coccolato l’edizione cartacea, mentre, per usare le parole di un importante giornalista del Guardian, «Alan Rusbridger ha relegato in un cantuccio l’edizione cartacea molto tempo fa».

Qualche irriducibile fanatico del digitale resta convinto che alla fine tutto andrà per il meglio. Forse è così, ma per il momento i ricavi dell’edizione online sono molto inferiori alle aspettative. Alcuni analisti danno la colpa ai software blocca-pubblicità, che ormai, secondo le stime, sono usati da 200 milioni di persone e hanno avuto un effetto deprimente sugli introiti della pubblicità online. Probabilmente, però, si tratta soltanto di un fattore marginale. La verità è che anche i leader di mercato del giornalismo online, come il Mail Online e il Guardian, sono dei pigmei a confronto di Google e Facebook, che possono contare su un pubblico enormemente superiore: nel 2015, i ricavi pubblicitari di Google a livello mondiale sono stati di 40 miliardi di euro, contro i miseri 93,5 milioni di euro del Guardian.

Avendo «puntato tutto sul futuro digitale», come dice un collega di alto profilo, Rusbridger dovrebbe avere qualche apprensione ora che si è trasferito a Oxford. Gli ho mandato due mail e fatto recapitare una lettera a casa (che casualmente si trova vicino alla mia), chiedendogli se fosse disposto a farsi intervistare per questo articolo. Dopo qualche giorno, l’ufficio stampa del Gmg mi ha contattato per dirmi che Rusbridger «non voleva partecipare all’articolo». Eppure, recentemente ha trovato il tempo per fare qualche rivelazione illuminante a un sito sconosciuto che si chiama TheMediaBriefing, dichiarando che «questi concetti di scala devono essere riconsiderati». Rusbridger ha detto che quando ha lasciato il Guardian, l’estate scorsa, «prevedevamo di ricavare 115 milioni di euro dall’edizione digitale, invece che 90, e tutto sembrava completamente sostenibile». Ma «negli ultimi sei mesi è cambiato tutto e ogni cosa va su Facebook, e ora ci domandiamo se la scala sia il punto centrale». Resta comunque convinto che introdurre un paywall e far pagare ai lettori l’accesso all’edizione online non sia la risposta giusta. «Ho sentito David [Pemsel] dire che sarebbe una follia fare una cosa del genere, per quello che abbiamo sempre detto a proposito del giornalismo liberal».

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Secondo un ex collega di alto profilo, la sua insinuazione che la situazione fosse tutta rose e fiori quando lui se ne è andato l’anno scorso, «ha modificato decisamente i toni nei confronti di Alan all’interno del giornale». Che la strategia di Rusbridger sia sempre più contestata è innegabile: cinque giornalisti del Guardian sono in corsa per il posto di rappresentante del personale nello Scott Trust, e almeno due di loro hanno criticato apertamente il modo in cui è stato gestito il giornale quando era direttore.

Rusbridger fa bene a restare fedele alla sua convinzione secondo cui il giornalismo online gratuito è la strada migliore? Un modo per rispondere a questa domanda è guardare cosa è successo al Times di Rupert Murdoch negli ultimi sei anni. Quando ha lanciato la sua edizione a pagamento, nel 2010, il Times vendeva in media poco più di 500mila copie al giorno, mentre il Guardian ne vendeva 286mila. Da quel momento, le vendite del Times sono scese di circa il 20 per cento, fino a 400mila copie circa, mentre quelle del Guardian sono precipitate a 165mila diminuendo quindi più del doppio in termini percentuali. Durante questo periodo, il Times è passato da essere un giornale che perdeva un mucchio di soldi a chiudere più o meno in pareggio, mentre il Guardian è ancora meno redditizio di anni fa.

Forse un singolo confronto non basta a dimostrare una tesi, ma è innegabile che il Times sia riuscito a conservare la maggior parte della sua diffusione cartacea in una situazione di mercato complicata, e abbia guadagnato un po’ di soldi facendo pagare i suoi lettori online. Nello stesso periodo, le vendite del Guardian sono scese in picchiata. Probabilmente questo calo delle vendite è colpa, in parte, di una politica dei prezzi aggressiva: dal lunedì al venerdì il Guardian costa in edicola 1,80 sterline, contro 1,20 sterline per il Times (80 pence per chi si abbona al pacchetto digitale). Ma non si potrebbe ragionevolmente supporre che un rilevante numero di lettori dell’edizione cartacea del Guardian sia passato alla versione online, dove può accedere gratuitamente allo stesso materiale e anche a molti altri contenuti? Sembra un suicidio finanziario perché, in termini di ricavi, un lettore dell’edizione digitale vale una frazione minuscola di un lettore dell’edizione a stampa.

All'interno di magCulture

Esistono varianti di ogni genere fra i due estremi rappresentati dal Times e dal Guardian. Molti giornali online hanno un paywall “a tassametro”: un lettore può leggere un limitato numero di articoli prima che gli venga chiesto di pagare. Secondo una recente ricerca dell’American Press Institute, su un campione di 98 giornali americani presi in esame 77 hanno un sistema del genere. Il modello gratuito, che è il sogno di Rusbridger, sta diventando più raro, anche se altri giornali online britannici come l’Independent e il Mail Online vi restano fedeli.

Né Pemsel né la Viner hanno voluto parlare con me per questo articolo (nella mia esperienza, gli alti dirigenti dei gruppi editoriali generalmente sono ancora più abbottonati di quei politici la cui attività è esaminata dai loro stessi giornali). È difficile perciò sapere che cosa stia passando per la testa della Viner. Non si può certo dare la colpa a lei per il pasticcio finanziario che ha ereditato, ed è scusabile se ritiene che il lascito dorato di cui Rusbridger si vantava meno di un anno fa non sia così luccicante.

All'interno di magCulture

Anche se i dipendenti del Guardian e dell’Observer, comprensibilmente, protestano con forza di fronte a quest’ultima tornata di tagli al personale, è difficile negare che i margini di risparmio siano ampi. Giornalisti del Guardian che hanno lavorato per quotidiani con un approccio più commerciale rimangono attoniti di fronte agli sperperi e alla sovrabbondanza di personale che imperano a King’s Cross (mi è stato detto che il giornale ha inviato sette persone per coprire le primarie democratiche e repubblicane del Nevada).

Di fronte al fallimento dei recenti sforzi per ridurre i costi e mantenerli bassi, è difficile essere ottimisti sulle chances di successo dei nuovi tagli, anche se non si può escludere che Pemsel e la Viner si rivelino una squadra più efficace di Rusbridger e Miller. Riusciranno a condurre in porto il loro piano di risparmi, effettivamente alquanto draconiano, e a garantire che non venga seguito da un’altra fase di sperpero di denaro che l’azienda non può permettersi?

Quanto al futuro del digitale, ci sono segnali di un nuovo atteggiamento, ma non ancora di una rivoluzione. A una conferenza sui media alla British Library, il 1º marzo, Katharine Viner ha detto che vuole convincere più lettori a pagare per accedere al sito del Guardian, pur ribadendo che non è in programma l’introduzione di un paywall. L’idea è di espandere il programma del Gmg che già adesso consente ai membri paganti di partecipare a eventi speciali, anche se, ora che il piano per ristrutturare il Midlands Goods Shed è stato abbandonato, sarà necessario trovare una sede meno sfarzosa. In futuro, i sottoscrittori potrebbero anche avere la possibilità di leggere online contenuti “premium” inaccessibili agli altri lettori. Senza conoscere i dettagli, è difficile esprimere un giudizio, ma non sembra un metodo a prova di bomba per incrementare i ricavi.

Vendita dei giornali fuori dalla stazione di Tottenham Court Road

Lettori londinesi in metropolitana

La chiave di quello che succede non va cercata soltanto nella coppia Viner-Pemsel, ma anche nel rettore del Lady Margaret Hall di Oxford. Rusbridger è diventato guida del Guardian non soltanto nella sfera editoriale, dove era indiscutibilmente competente – «uno dei migliori della sua generazione», secondo un collega pur fortemente critico verso il suo approccio finanziario – ma anche nella sfera commerciale, dove competente non era. Gli osservatori dicono che la Forgan, l’ex dirigente della Bbc che presiede lo Scott Trust da 12 anni, tendesse a lasciarlo fare. Un dirigente afferma che «Alan riusciva sempre a piegare lo Scott Trust al suo volere, anche dopo che i suoi piani avevano suscitato qualche timida obiezione nel Gmg».

Più di qualunque altro esponente di vertice del gruppo, Rusbridger ha incarnato una certa etica da settore pubblico che predomina anche nella Bbc. Era come se il Guardian avesse un diritto divino ad avere macchine di stampa esoteriche, la sede in un bel palazzo e una fama digitale mondiale, anche se non era in grado di pagarsi tutte queste cose. Non so se il giornale riuscirà mai a sfuggire a questo atteggiamento mentale, specie considerando il fatidico rimescolamento di carte che si profila.

La Forgan sta per lasciare. Sarà sostituita da un presidente di straordinaria abilità, abituato da anni a imporre il suo volere. Uno che sa come funziona il Guardian meglio di chiunque altro in circolazione. Molte persone al giornale guardano con trepidazione al suo imminente arrivo. La nomina sarebbe giudicata altamente controversa se il Gmg fosse una società quotata in Borsa, perché una persona che ha svolto di fatto le funzioni di un amministratore delegato non dovrebbe tornare nelle vesti di presidente del consiglio di amministrazione (è una pratica fortemente scoraggiata dal codice di governo societario britannico). Perché il nuovo presidente dello Scott Trust è l’uomo che per lunghi anni ne è stato il timoniere, lustrando la reputazione editoriale del Guardian e lasciandolo finanziariamente vulnerabile: Alan Rusbridger.

Dopo la stesura di questo articolo, il 13 maggio, Alan Rusbridger ha rinunciato alla presidenza dello Scott Trust, a causa di «contrasti con la direzione».
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