Confessioni di uno sceneggiatore pluripremiato: sono troppe, preferisco vivere

Per me è arrivato il momento di fare un’imbarazzante confessione: per anni ho fatto finta di vedere le serie tv. Forse per non sentirmi escluso da un entusiasmo così contagioso o per illudermi di partecipare a un grandioso progetto di rinnovamento dei consumi culturali, o magari solo per essere fottutamente up to date e non trovarmi a leggere l’etichetta degli elementi oligominerali presenti nell’acqua Nepi durante una cena tra amici. Ma a ben vedere questi non sono altro che alibi. C’erano altre ragioni, più serie, che mi avevano tenuto alla larga dalla serialità. Principalmente tre:

  1. Dalla tessera del Carrefour alla nicotina, odio tutto ciò che cerca di fidelizzarmi creando una qualche forma di dipendenza.
  2. Nutrivo il (fondato) sospetto che queste inesauribili storie avrebbero inevitabilmente finito per annoiarmi a morte.
  3. Per la vita che faccio temevo di trovare difficilmente il tempo per vederle, se non sottraendolo ad altre cose ben più importanti.

Perciò, alle cene o agli aperitivi in società, tra un prosecchino e un finger food, avevo cercato con naturalezza di piazzare qua e là un commento nostalgico sulla chiusura di Downton Abbey o un vivo apprezzamento per Gomorra, specificando “la serie”, perché ormai riferirsi al romanzo è veramente ma veramente da cafoni. Fatto sta che ho mentito a lungo agli altri e a me stesso. Anche perché, per uno che si mantiene facendo lo sceneggiatore, dichiarare apertamente di non vedere le serie poteva sembrare spocchioso, se non autolesionistico.

«Ho controllato le giacenze del mio hard disk e ho scoperto le 8,3 ore di The Knick (20eX50’)»

Devo dire che all’inizio me la sono cavata piuttosto bene. Per disimpegnarmi nella discussione mi bastava un commento generico e condiviso, tipo «La seconda stagione di True Detective non è al livello della prima» o me la cavavo con un «Tieni duro con Leftovers, cresce tantissimo andando avanti, vedrai», cose che rubacchiavo qua e là, a una riunione con colleghi sceneggiatori, agli studenti della Luiss che prendevano l’aperitivo nel tavolo accanto al mio al baretto di piazzale Istria. Poi l’impostura è diventata sempre più faticosa da sostenere, le competenze richieste nelle conversazioni sempre più elevate e puntuali, tipo citare a memoria la battuta che viene pronunciata al minuto 9 dell’episodio 6 di stagione 3 di House of Cards o avanzare ipotesi sulla criptica presenza di un orsetto rosa bruciacchiato a partire dalla seconda stagione di Breaking Bad.  Perciò ho iniziato a sentirmi a disagio, quasi in colpa.

Fu così che andai su internet a vedere quanto costava il pacchetto Sky-Fastweb che avevo sempre rifiutato quando mi chiamavano dal call center dicendo se mi potevano richiamare perché ero a un funerale, e scoprii che me lo sarei potuto permettere. In più da ogni parte si diceva che le serie tivù erano la nuova letteratura. E anche se non capivo bene che cosa avessero di veramente nuovo rispetto alla letteratura (in fondo anche l’Odissea è piena di subplot e disseminata di flashback e flashforward, e a ben pensarci – visto che ne è praticamente uno spin off – l’Eneide sta a l’Iliade come Better call Saul sta a Breaking Bad…) iniziai a riconsiderare la mia posizione.

Davanti all’ascesa della nuova letteratura guardavo con desolata rassegnazione la mia libreria che, con l’avvento della nuova, d’un tratto si era riempita di vecchia letteratura: le sette stagioni della Recherche, le tre della Divina Commedia, il cofanetto completo di Omero, giacevano pericolanti e obsolete sugli scaffali.

Poi, siccome i miei libri mi avevano reso così ricco e famoso che avevo bisogno di combattere l’ozio in qualche modo, ho iniziato a insegnare Sceneggiatura in un’accademia. Dove ho trovato orde di studenti binge-watchers molti dei quali semianalfabeti funzionali (quasi nessuno ha mai letto un grande classico della letteratura) eppure genietti digitali, tanto da far sentire analfabeta me, che non avevo mai visto le serie che saccheggiavano nei loro compiti né letto le loro stramaledette graphic novel che per me si chiamavano e si chiameranno sempre fumetti, come quando li compravo all’edicola contando i giorni e le lire che mancavano per l’ultimo Tex o Alan Ford. È stato allora che ho dovuto capitolare e ho cercato diligentemente di colmare le mie inconfessabili lacune. Ho tralasciato la montagna di libri che avevo sul comodino e che mi guardava gelosa, e ho passato le notti a scaricare e ingurgitare serie tivù: ho vissuto l’entusiasmo per le monologhesse di True Detective, più lunghe degli editoriali di Scalfari: finalmente dei pipponi di dialogo che tracimavano per pagine e pagine sbattendosene del ritmo serrato imposto dalla moderna drammaturgia; ho goduto dei rassicuranti interni borghesi di Mad Men e ho apprezzato la fattura classica, quasi cinematografica, di Fargo, con la ricorrenza dei temi da Antico Testamento tanto cari ai Coen.

E non solo ho dovuto vedere queste serie, ma persino studiarle per trarne esempi da portare a lezione; esaminare con gli studenti l’arco di trasformazione quasi infinito di Walter White o l’evoluzione della struttura seriale del formato da un’ora dai 4 atti fino ai 6 atti con i passaggi di atto scanditi da cliffhanger ogni 13’ o 15’ in corrispondenza delle interruzioni pubblicitarie, tutte cose che si trovano nei manuali sulla serialità televisiva come quello di Pamela Douglas e Neil Landau.

«Abbiamo davvero bisogno di tutta questa vita vissuta per procura? E chi ci restituirà la vita spesa a vivere quelle degli altri? Di certo, indietro non si torna, con buona pace di Don Matteo»

LaPresse

Poi è accaduto ciò che temevo dal principio. Qualcosa si è spento. E non era il televisore. La fine di una serie mi ha lasciato addosso una sensazione sgradevole, tra il vuoto e la frustrazione per non essere riuscito a trattenerne alcun senso. Poi ne terminavo un’altra e il vuoto ha lasciato spazio a una specie di sollievo, quasi una liberazione; come se da spettatore avessi pagato l’ultima rata di un mutuo morale contratto con la serie. Infine non sono più riuscito a andare oltre la prima stagione di niente. A volte oltre il primo episodio della prima stagione. A volte neanche oltre la prima scena del primo episodio della prima stagione. E per questo non do la colpa a nessuno fuorché a me, perché tutte queste serie sono avvicenti, ben scritte e ben realizzate. È tutta colpa mia, sono io il legno storto.

Deluso da me stesso, ho controllato le giacenze del mio hard disk e ho scoperto che, in caso di guerra nucleare o pandemia, mi restavano da vedere almeno 10 episodi da circa 45’ di Narcos, per un totale di 7,5 ore che, sommate ai 1320 minuti (22eX60’) di The Affair, che equivalgono a 22 ore, e in aggiunta alle 8,3 ore di The Knick (20eX50’), arrivavano a un parziale di 37,8 ore di maledette serie-tv da smaltire.  Senza contare poi le 4 rimanenti stagioni di Breaking Bad che avevo acquistato in DVD assieme al cofanetto integrale dei Sopranos e gli imprescindibili Better Call Saul e Orange Is the New Black da vedere in streaming su Netflix.

Allora lo sceneggiatore che è in me ha gettato la spugna. E mi è tornato in mente Massimo Troisi, quando gli chiedevano: «Ma tu leggi?». E lui:

Io legg’, ma so’ solo, chilli scrivono e’ so’ tant’….

Perciò ho iniziato a vedere le cose da un altro punto di vista. Le magnifiche possibilità del seriale, quel compulsivo ripetersi di stagioni e stagioni, invece di una risorsa mi è sembrato un accanimento drammaturgico. Sapere che Massimo Decimo Meridio è morto nell’arena e che potrà finalmente ricongiungersi alla sua famiglia nell’aldilà o che il capitano Miller sbarcato in Normandia è caduto sotto il fuoco nemico mentre combatteva per noi, mi mette allegria anziché tristezza. Non ci saranno altri gladiatori né altri soldati Ryan da salvare. Mai più. Che sollievo la certezza della fine! Com’è rassicurante la compiutezza!

Abbiamo davvero bisogno di tutta questa vita vissuta per procura? E chi ci restituirà la vita spesa a vivere quelle degli altri? Di certo, indietro non si torna, con buona pace di Don Matteo e del Maresciallo Rocca. Per cui, morte alle serie tv, lunga vita alle serie tv! Per quanto mi riguarda, chiedetemi pure di scriverne una, ma non di vedermele tutte… 

Chiudi