Due stagioni, due storie differenti con al centro crimine, tensioni sociali, etniche e familiari. Una serie bellissima, per chi ha amato The Wire

American Crime di John Ridley, Oscar per la sceneggiatura di 12 anni schiavo, non è “entertainment”, non è pop, è dura da digerire, impegnativa da seguire: insomma è tra le serie più potenti e importanti uscite in America dai tempi di The Wire.

Nelle interviste, Ridley ringrazia ABC per averlo sostenuto, si augura di stare «coltivando un tipo di pubblico diverso», ottiene premi, critiche in-censanti, ottimi rating. Gli attori (Timothy Hutton, Regina King, Felicity Huffman, Lili Taylor, e altri meno conosciuti ma non meno bravi) recitano con ruoli diversi in entrambe le stagioni (in Italia su Timvision): due storie indipendenti – sul modello di Fargo o True detective – che nonostante il titolo da epica criminale più che al delitto sembrano interessate a ciò che gli sta intorno e alla sua genesi.

Al centro della prima stagione c’è un omicidio che sembra legato all’ambiente dello spaccio nella città di Modesto, in California: un veterano della guerra in Iraq viene ucciso e sua moglie brutalmente aggredita. Il principale indiziato è un afroamericano, Carter Nix, legato sentimentalmente a Aubry, una giovane bianca – sono entrambi tossici. Le prove a suo carico sono fragili. Barb, la madre della vittima (Huffman, davvero straordinaria), è animata da un’oscura ossessione giustizialista e cerca di attivare l’opinione pubblica facendo leva sull’idea di “hate crime”, crimine razziale, punibile con la morte. La sua campagna riesce a guadagnare soltanto il sostegno di suprematisti bianchi e altri loschi gruppi di estrema destra. Al contrario, la comunità afroamericana mobilitata dalla sorella di Nix (King) si muove compatta. Quasi tutti i nuclei familiari coinvolti nascondono qualcosa e di fronte a questi oscuri grovigli biografici la giustizia penale americana segna il passo, finendo col favorire le soluzioni più facili.

È uno sguardo lontano sia dai modelli che tendono a spettacolarizzare o a rendere folclorica la criminalità (in Italia li conosciamo bene), sia da prodotti di qualità come The Jinx, Making a Murderer, o il quasi omonimo American Crime Story, dove a predominare è piuttosto la componente “legal”. Ridley mostra il crimine come un trauma che fa emergere la complicata meccanica del corpo sociale, le tensioni che attraversano le istituzioni, i gruppi etnici, le famiglie, fin dentro le motivazioni più insondabili degli individui. Si serve di un realismo sporco con musiche quasi sempre interne alla scena, inquadrature che indugiano sui volti, tempi lenti e riflessivi.

Nella seconda stagione, un crimine sessuale commesso a Indianapolis contro un giovane di estrazione piccolo–borghese sconvolge la reputazione di una scuola americana d’élite. La preside (sempre Huffman) occulta documenti e respinge le accuse, l’allenatore (Hutton) non riesce a sfondare il muro di cameratismo della sua squadra di basket, accusata di un delitto che nessuno sembra in grado di accettare (uno stupro omosessuale). C’è l’ombra lunga del web, il bullismo sui social, i leaks di un hacker buono, l’anarchico potere della rete. Anche qui, conflitti di classe, di genere e di nuovo razziali.

Ridley contesta i punti di vista abituali, disorienta lo spettatore buonista e politicamente corretto, rendendo senza sconti né ideologie la comples-sità morale e sociale dei fatti narrati, compreso il rapporto tra pubblico e privato: la verità non è una faccenda necessariamente pubblica, vicever-sa la dimensione privata è sempre in balia di schiaccianti forze esterne. È il ritratto di un’America sofferente dove quasi nessuno si salva.

Chiudi