Gli spazi – le abitazioni – comunicano, e con “La casa” Paco Roca rappresenta vita e destino di una villetta spagnola parlandoci del «tempo in cui non saremo mai più»

A trasformare case insignificanti in graphic novel memorabili ci avevano già pensato due grandissimi del fumetto americano, Richard McGuire e Chris Ware, rispettivamente con Here e Building Stories. Here è la storia di un salotto nel New Jersey; Building Stories quella di un palazzo di tre piani a Chicago. In entrambi i casi, però, al centro della narrazione non ci sono gli edifici, e neppure le vite di quelli che li abitano. Lo spazio fisico è personaggio di facciata, mentre il vero protagonista, l’unico, fatale inquilino è il Tempo, che lo spazio annulla e riscrive di continuo.

Muovendosi fra le pagine (nel caso di Here) o i vari pezzi dell’opera (più che un libro, Building Stories sembra un gioco di società ed è composto da oltre una dozzina di elementi tra fascicoli, libretti, mappe e tabloid) il lettore intreccia connessioni fra momenti e personaggi in apparenza lontanissimi, costruendo versioni sempre nuove della stessa storia. Tutt’altro che libero di “spaziare”, è anzi confinato fra quattro mura, ma gode di un privilegio sommo: quello di andare avanti e indietro nel tempo, e di intrufolarsi come meglio crede tra pieghe e attimi che l’arte (ma soprattutto la vita) ci condannano a scoprire in ordine cronologico.

Ricordate Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, in cui Perec si sedeva alla terrazza di un caffè parigino e provava a far fuori la Place Saint Sulpice annotando maniacalmente tutto quello che vedeva e sentiva nel corso di trentasei ore?

Opere come Here e Building Stories condividono con il tentativo perecchiano questa certezza: l’anima di un luogo non te la porti mai a casa intera, la intuisci soltanto attraverso frammenti superstiti, dettagli in apparenza anodini e invece prodigiosi proprio nella loro semplicità, universali perché quotidiani.

Una stanza non è la stessa se è vuota o la gente ci balla dentro, se il sole è sorto da poco o se è quasi sera, ormai, e non ha mai smesso di piovere un secondo, se sul sofà tua nonna sta baciando tuo nonno per la prima volta o se su quel divano ci sei tu, che hai 33 anni e di nuovo non riesci a dormire. È diversa la stanza e siamo diversi noi, con lei, e riuscire a raccontarlo è sublime nel senso kantiano del termine, ovvero struggente, solenne e in qualche modo irripetibile.

La casa, di Paco Roca, appena uscito in Italia per Tunué, narra vita e destino di una villetta spagnola qualunque. Nella forma e forse anche nelle ambizioni, ha poco a che vedere coi salotti metafisici di McGuire e gli intricati bilocali di Ware. È un racconto abbastanza classico, quello di tre fratelli che si riuniscono a un anno dalla morte del padre per svuotare la casa delle vacanze e prepararla alla vendita. Nessuno di loro ci ha trascorso più l’estate non appena è diventato abbastanza grande da andarsene altrove e, se possibile, la casa è ancora meno bella di come la ricordavano: il mare si vede solo da lontano, il fico in giardino non è mai sbocciato davvero, il salotto ha le sedie di plastica, ci sono carabattole e crepe ovunque…

Solo due tempi, quello del presente e quello dei ricordi, e la storia stavolta si legge in un colpo e in un verso solo, si apre e chiude senza sorprese, come una serratura che conosciamo da sempre. Eppure, anche stavolta, ecco che una casa qualunque cattura qualcosa di memorabile, affacciandosi con grazia su un posto che nessuno conosce davvero e che tutti vorremmo in qualche modo salvare: quello del «tempo in cui non saremo mai più».

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