“The Girlfriend Experience” è uno show dominato da sesso ripetitivo e ambientazioni asettiche, ma proprio per questo non se ne può fare a meno

Se vi piace il sapore un po’ metallico dell’aspirina, o in alternativa siete dei guardoni impenitenti, The Girlfriend Experience è la serie che fa per voi. È una serie che fa dell’anestetico il suo punto di forza: tutto è cristallizzato, asettico, impermeabile. L’eco dei passi sui tacchi alti, le conversazioni monotone e mai conclusive, il sesso ripetitivo e freddo. Raccontando le vicende di una ragazza, Christine – interpretata dalla glaciale Riley Keough, nientemeno che la nipote di Elvis Presley – che divide il proprio tempo tra college, internship in grande studio legale e lussuose stanze d’albergo in qualità di escort high-end, The Girlfriend Experience, 13 puntate da mezz’ora l’una prodotte da Starz e in onda in Italia su Infinity TV, è una serie piena di sesso. Sesso spesso anziano (i clienti di Christine non sono giovanissimi per ovvie ragioni patrimoniali), generalmente farlocco («It’s amazing, you’re amazing») sempre e comunque vuoto e medicale, da lettino di chirurgia.

La serie, ispirata all’omonimo film di Steven Soderbergh del 2009, con Sasha Grey che cercava di arrotondare nella Manhattan dell’immediata post-crisi economica, mette in scena un perfetto personaggio da American Psycho: un automa freddo e razionale, notevolmente disturbato da tutti i lati della personalità, incapace di provare qualsiasi emozione per più di cinque secondi consecutivi. La sua percezione della realtà è talmente parziale e straniante che a un certo punto, in un sussulto di bizzarra lucidità, chiede alla sorella se la ritiene una sociopatica. Mentre la sorella la rassicura che no, nessun sociopatico formulerebbe mai una domanda di quel genere, lo spettatore si sorprenderà a sentire la sua stessa voce salire dalle corde e farsi verbo: «Beh sì, ciccia».

Contrasto

Fatto salvo questo contesto di aridità psicologica generalizzata, c’è da dire che non mancano scene che colpiscono per sorpresa: una, lunghissima, crescente, di un breakdown emozionale della protagonista che a quel punto un po’ sadicamente ci si augura anche; e un’altra, di una dolcezza inusitata (in riferimento al contesto), sempre di Christine, questa volta con il padre, in cui lei sa che lui sa che lei fa, ma si riesce comunque a stringere il legame, a riallacciare il vecchio vincolo, oltre le barriere di silenzio e l’impaccio delle parole che la vita ha messo loro davanti.

Il resto è, come detto, molto molto sesso (da soli e in compagnia), e ambientazione. Se c’è un altro traguardo che lo show centra in pieno è quello della fedele trasposizione esteriore dell’universo interiore dei personaggi. Ecco così apparire una Chicago monocorde, sfumata in bianchi e grigi, sempre uguale, priva di emozione. Anche gli interni, con i finestroni ripetuti all’infinito, definiscono un universo di loculi da milionari in cerca di riparo, luoghi da disperati a cui basta dire di stare lì per essere felici, gente che si masturba ogni 20 minuti, che non sa nulla di nulla, tranne dove andare a cena.

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