Continuiamo la perlustrazione nei territori del nuovo cantautorato italiano con un artista maturo che, giunto al sesto disco, riesce finalmente a parlarci della vita quando cambia

Che cosa distingue l’invadenza della nuova canzone italiana su tappeti fintamente Eighties che ricordano quelli di un appartamento con giradischi dove Venditti e Battisti si danno senza tregua il cambio sul piatto, da questo lavoro del romano Leo Pari, oggi al sesto disco eppure, alle orecchie di molti, vero e proprio esordiente? Lecito che chiunque stia leggendo queste righe si ponga questa domanda, l’unica che in effetti valga la pena tenere accesa interrogandosi sulla qualità dell’ennesimo nuovo autore di canzoni italiane. Leo Pari è un autore adulto, lo è nella scrittura, nella composizione, nella capacità di coniugare in modo imprevedibilmente accurato la parola al suono ma ciò che sembra distinguere il suo ultimo lavoro, Spazio, dalla maggior parte del più recente materiale cantautorale edito in Italia è il suo approccio alle tematiche chiave della nostra canzone, l’amore in primis.

L’amore delle canzoni di Leo Pari è, in modo lampante, l’amore che nasce dopo i trent’anni, quello che diventa difficile da giustificare nella propria dimensione di sogno, quello delle canzoni d’autore che sembrano improvvisamente parlarci un po’ meno. In uno stuolo di brani sulla giovinezza, di Bologna universitaria e chattate giornaliere su Gmail lunghe tanto quanto le ore che il futuro forse riserverà a un ufficio, ecco una dimensione meno asfittica nel respiro spalancato della prima maturità, meno fiabesca e più problematica di quanto avremmo pensato.

Ilaria Magliocchetti Lombi

Se è vero – e sappiamo che è così – che tutte le canzoni sono canzoni d’amore e ogni canzone d’amore è un piccolo ragionamento sul tempo ma anche sullo spazio (la condivisione, il movimento, la solitudine), Leo Pari, scrivendo, ha saputo benissimo tracciare nuove dimensioni dentro queste coordinate, dando luce a un disco che riflette continuamente sul ritrovamento di sé dentro il tempo e lo spazio dell’amore più adulto. Una buona sintesi di che cos’è il racconto di quest’album è racchiuso nei versi «Sto perdendo la testa, sto perdendo la testa / tu ritrovami il cuore» (Bacia brucia ama usa), una sorta di sottotitolo essenziale per i testi dell’album che, tra slanci giovanili, viaggi in auto verso il mare, dichiarazioni di nostalgia molto esplicite, prese di consapevolezza improvvise, sembra disegnare perfettamente la confusione amorosa nel diventare grandi, quel senso di desiderio vivo e speranzoso, ben mixato alla paura subentrata dalla piccola esperienza. In tutto questo, Leo Pari, con i suoi suoni elettronici molto vicini a certi episodi della tarda produzione Mogol-Battisti (Una donna per amico ma pure Una giornata uggiosa), ai Baustelle più pop e un’accertata presenza nel territorio di confine occupato dai contemporanei The Giornalisti e Motta, riesce sapientemente a costruire un’identità d’autore a cui va concesso un po’ di spazio.

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