Presenza stabile nell’internet-che-pensa, Sturgill Simpson si muove dal country al soul del Sud degli Stati Uniti con un notevole carico di esperienze personali: tre anni in Marina e quella lettera che scrisse il nonno quando tutto sembrava perduto

Sturgill Simpson è l’icona flessibile della musica americana. Ognuno ci vede quel che gli va: per i tradizionalisti è il salvatore della country music, per gli alternativi è la reincarnazione dello spirito degli Outlaws, persino per gli hipster di Pitchfork è un fenomeno. Non è sempre stato così. Quando si trasferì dal Kentucky a Nashville, contattò 400 persone dell’ambiente musicale: l’unica che rispose divenne il suo manager. Figlio di un’impiegata e di un agente della narcotici, quand’era un ventenne senza progetti di vita passò tre anni nella Marina Militare degli Stati Uniti e oggi fa tesoro dell’esperienza nel terzo album A Sailor’s Guide to Earth. Diventato padre e ispirato dalla missiva che il nonno spedì alla famiglia durante la Seconda guerra mondiale, quand’era certo che sarebbe morto nel Sud-Est asiatico, Simpson imbastisce un concept sotto forma di lettera scritta da un marinaio al figlio che ha lasciato a casa – una metafora, è chiaro, della vita errante di musicista. Dato il tema, in questa specie di diario di bordo intreccia archi e pedal steel per mimare il movimento delle acque. Passa dal country al rhythm & blues. Prende In Bloom dei Nirvana, le succhia via ogni fremito di rabbia e la usa per ricordare al figlio che si può essere adolescenti sensibili. Le sue raccomandazioni sono elementari, tipo «non abbandonare la scuola» e «stai lontano dalle droghe», ma poco importa: conta come canta, con quel baritono fuori dal tempo che gli ha fatto guadagnare tanti, forse troppi paragoni con Waylon Jennings.

A SAILOR’S GUIDE TO EARTH
Dopo i fasti di Metamodern Sounds in Country Music del 2014, Simpson a 39 anni firma il suo terzo disco solista

Se oggi Sturgill Simpson è sufficientemente famoso da scrivere il tema di Vinyl, che si chiama Sugar Daddy e non è fra le sue cose migliori, se può rifiutare contratti pubblicitari «pari a dieci anni di salario di mia madre», se finisce sia su Country Music Television che su Vice è grazie all’album del 2014 Metamodern Sounds in Country Music. Il titolo, che strizzava l’occhio alla nozione di metamodernismo nell’interpretazione del poeta e columnist Seth Abramson, gli ha assicurato la presenza stabile nell’internet-che-pensa. Era un modo per rappresentare l’idea che la rielaborazione creativa della tradizione e il recupero di una narrativa sincera possono contribuire a superare le secche dell’ironia e del cinismo del postmodernismo. In quel titolo era iscritto, pure, il tentativo di superare i confini fra stili portato a termine con successo da Ray Charles in Modern Sounds in Country and Western Music. Nel 1962 il soulman s’affacciava su territori country, facendo scandalo e sensazione. Nel 2016 Simpson si muove in direzione contraria, parte dal country e va verso il soul sudista. Rievoca le registrazioni di Elvis Presley presso la Stax. Chiama il gruppo che incise parte di Back to Black con Amy Winehouse. Prende da Marvin Gaye l’idea di album come flusso ininterrotto di suoni. Quando apre bocca ricorderà pure un cantante country della vecchia scuola, ma quando pensa la musica non si dà limiti. È un individualista che cerca di rimettere assieme i pezzi della grande canzone americana.

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