Il 19 maggio, alla Fondazione Prada di Milano verrà presentata al pubblico la mostra “Kienholz: Five Car Stud”. In anteprima per “IL”, un estratto del saggio di Germano Celant “Edward e Nancy Kienholz: il bello del putrido”, che verrà pubblicato nel Quaderno # 5 edito dalla Fondazione

Sin dal 1957 Edward Kienholz tende a produrre un’arte di repulsione che esca da un ambito incontaminato e autoreferente, tipico dell’espressionismo astratto, in cui il linguaggio esalta l’artista solitario che combatte contro il degrado dell’essere umano dopo la Seconda guerra mondiale, ma di fatto lo rende eroe, esaltandone la componente narcisistica. A questa esaltante purezza ed evangelizzazione laica, l’artista californiano (nato nel 1927 e scomparso nel 1994) propone lo spettro dell’abiezione, attuata attraverso un immaginario realistico e concreto. Non tende a sublimare le bassezze e la tragicità del vivere, le condizioni di solitudine e di trivialità, ma le usa come strumenti per far risplendere l’universo basso e popolare, dove il macilento e lo sporco, il perverso e il lurido, rappresentano una bellezza nuova e sorprendente: quel sentire o percepire che stordisce ed emoziona, colpisce e fa vomitare, non lascia mai indifferenti. Le sue opere mettono in scena la rivendicazione di un sentire che sembra familiare con l’intreccio tra eros e thanatos. […]

"The Bronze Pinballe Machine”

“The Bear Chair”

Tale contrapposizione tra bene e male, bello e diabolico è messa in discussione da Kienholz che ha il coraggio di non rimuoverla. […] Con Five Car Stud (1969-72) si addentra nell’odio razziale, rappresentando le personalità multiple e diaboliche dei violentatori del ragazzo afroamericano al centro dell’opera. Una scena terrificante che riflette le contraddizioni di una società che professa l’uguaglianza e la libertà, ma che non accetta l’altro – prima gli indio-americani, poi gli afroamericani –, anzi li massacra e li evira. In Five Car Stud l’intreccio tra morte e sesso dissolve le forme delle persone e le rende materie putride e aberranti. I corpi di Five Car Stud sono mostruosi, circondati e illuminati da cinque macchine: gli esseri umani vi appaiono come masse vischiose e amorfe, dai volti orrendi e terrificanti, coperti da maschere di Halloween, che emergono per la loro bianchezza cadaverica, e li rendono angoscianti da vedere, in relazione all’azione di castrare l’afroamericano vigliaccamente bloccato a terra. In questi due “ambienti”, uno all’esterno in una landa deserta americana e l’altro all’interno del contesto urbano europeo, Kienholz cerca di spezzare la sicurezza e lo stato di controllo del pubblico dell’arte. Sollecita la disgregazione emotiva, invitando a una riflessione erotica e sessuale oppure sociale e nobile rispetto alla violenza razziale.

“Jody, Jody, Jody”

“The Rhinestone Beaver Peep Show Triptych”

“The Pool Hall”

“The Rhinestone Beaver Peep Show Triptych”

Di fatto tutta l’opera di Kienholz appare come un’intenzionale estensione della violenza reale, legata all’aggressione e all’uccisione professate dall’essere bianco e maschio, occidentale e religioso rispetto agli “altri” che sono irrimediabilmente diversi, perché apparentemente deboli. Soltanto che questa estensione serve a generare disagio e disgusto, cosicché il suo tableau «condensa arte, rabbia e angoscia» (1). Una scena da incubo che l’artista – affiancato nel 1972 dalla moglie Nancy Reddin, che da quel momento firma i lavori insieme a lui – cerca di ricreare sistematicamente anche in riferimento alla situazione socioeconomica e politica dell’America. […]

“Bout Round Eleven”

L’intenzione iconoclastica dei Kienholz non si rivolge solo al disfacimento delle personalità e dell’individualità umana, ma anche alla perdita totale dei valori sociali e democratici della cultura americana. In molte opere affrontano la decadenza e il disordine indotto dai protagonisti della politica nazionale nell’affrontare le crisi e lo fanno creando un luna park – come in The Caddy Court (1986-87) – in cui si denuncia la strada perversa ed erronea presa dalla politica americana. Creano un’orgia di luci e di colori, di personificazioni, dal Presidente ai Giudici della Suprema Corte che riflettono non una condizione nobile, ma una dimensione animale che comporta una fusione, quasi clownesca, del loro agire verso la società, il tutto inserito in un territorio laido, dove i volti dei rappresentanti della giustizia sono costituiti dai musi, impagliati e scheletrici, di cani e di lupi. La violenza dell’informazione, tramite la televisione, è invece rilevata dalla laidezza delle sue “deiezioni”, escrementizie e liquide. Gli schermi rinviano a una putrefazione, come a una prostituzione del monitor, che continua ad affascinare per i suoi getti immondi. La televisione è il luogo delle perversioni, come dei silenzi assoluti, essendosi trasformata in un apparato sessuale o in uno schermo di cemento.

“Useful Art No. 1”

“The Death Watch”

Altrove la bella apparenza dei corpi è violata dal loro rapporto con gli oggetti della seduzione, dal gioco ludico ed erotico sotteso nell’uso del flipper, in The Bronze Pinball Machine with Woman Affixed Also (1980), al potere di sovvertimento erotico connesso all’intreccio tra media e religione: situazioni che possono portare a un’estasi che dissolve ogni rispetto di sé, così da diventare veicolo di un piacere irreale. Il tema della religione come profanazione dell’essere umano ritorna in 76 J.C.s. Led the Big Charade (1992-94). Qui settantasei articolazioni della croce, che includono sellini di vecchi tricicli, comunicano l’abuso dell’iconografia sacra rispetto all’infanzia. Sottendono la violenza alla loro integrità giocosa, senza portare a una verità essenziale e incontaminata. Per i Kienholz tale uso della credenza altrui è un lavorare solo sulla parvenza della vita, per cui cinicamente e realisticamente ogni opera, che abbia o meno un contenuto religioso, è un tentativo di denudamento che porta alla caduta di ogni maschera. È la stessa spinta a spezzare la quieta e ingannevole rappresentazione della dimensione familiare, utilizzata in Jody Jody Jody (1993-94), dove il rapporto tra padre e figli si rivela universo di una perversione che porta all’uccisione e al martirio degli adolescenti.

(1) Citazione da E. Kienholz in Robert L. Pincus, “The Art of Edward and Nancy Reddin Kienholz”, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1990, p. 27

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