A Cannes con The Neon Demon, il regista danese da sempre divide il mondo della critica. Cultori e detrattori si rincorrono attorno agli irrisolti quesiti aperti dai suoi film. Ripercorriamo la carriera di un artista che comunque ha avuto il merito di fare di se stesso il primario oggetto di culto

Ci sono i registi che vogliono fare bei film, ci sono i registi che vogliono fare tanti soldi, e ci sono i registi che vogliono fare di se stessi degli oggetti di culto. Per quelli danesi, poi, dev’essere proprio una deformazione genetica, ancor prima che professionale. Dopo Lars von Trier (parlandone da vivo), a tenere alta la bandiera nazionale degli autori appunto di culto è arrivato Nicolas Winding Refn, veneratissimo da tempo immemore ed esploso presso le platee che hanno bisogno della certificazione Dop con Drive. Era il Festival di Cannes del 2011, e il «noir moderno» (così lo definì The Hollywood Reporter) con protagonista Ryan Gosling in bomber con scorpione anch’esso di culto riceveva incalcolabili ovazioni – e un gran premio della giuria.

THE NEON DEMON
Stati Uniti 2016, Horror
Regia Nicolas Winding Refn
Con Elle Fanning, Christina Hendricks, Keanu Reeves

Altro Festival di Cannes, altra corsa. Quest’anno fin dalla vigilia c’era gente sui social che minacciava: «Se non invitano NWR, m’incateno al Palais». (NWR per gli amici: i culti sono roba per cui bisogna parlarsi e capirsi tra iniziati.) L’hanno invece convocato con The Neon Demon, al momento in cui scriviamo non sappiamo se è stato Palma d’Oro («Se non vince manco stavolta, m’incateno al Palais»: pure questo si è letto) oppure è rimasto a bocca asciutta [è rimasto a bocca asciutta, ndr]. Esce in Italia l’8 giugno, la trama in breve: modelle cannibali sullo sfondo di una Los Angeles tutta fotografata come da titolo-manifesto. Se c’è una cosa che nei film di Nicolas Winding Refn non manca mai, sono appunto i neon.

Non diremo se stiamo dalla parte dei fedelissimi cultori o dei blasfemi detrattori, ma le litigate macinate lungo la strada parlando del danese «visionario» (altra etichetta obbligatoria) non si contano. La guerra si è risolta a favore dei secondi al Festival di Cannes di mezzo, anno 2013. Solo Dio perdona – Only God Forgives, sempre con Gosling quella volta a mietere vendetta-atroce-vendetta tra i bordelli thailandesi, fu accolto alla proiezione ufficiale da uno stuolo di fischi. Chi era in sala (noi) capì immediatamente che quello sarebbe stato il definitivo spartiacque: quelli che «è un genio incompreso» contro quelli che «finalmente si è capito che è una sòla». I primi tiravano fuori i film dell’inizio: Pusher e relativi seguiti, e poi Bleeder, Fear X. I secondi erano già stufi del manierismo di Bronson e Valhalla Rising, figurarsi tutte queste autocitazioni di neon (anche qui) e teste che spillano sangue.

Nicolas Winding Refn non ha ceduto agli uni o agli altri: sono un oggetto di culto a prescindere, sono io che traccio la mia strada. E così, esattamente come il predecessore Lars scherzava sui suoi vezzi (è humour danese) nel documentario che seguì Idioti e poi nelle Cinque variazioni, così il collega è stato protagonista un paio d’anni fa del documentario My Life Directed by Nicolas Winding Refn, regia di Liv Corfixen. L’autrice, per inciso, è sua moglie: si sa che, per diventare un oggetto di culto che si rispetti ad ogni nuovo festival che Thierry Frémaux manda in terra, prima di tutto devono crederci a casa.

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