A un anno dal suo lancio a Bruxelles, “Politico Europe” è diventato uno strumento indispensabile per la grande “bolla” all’interno della quale vivono e operano “policymakers” e appassionati di Unione europea. E aspira ad acquisire un ruolo simile a quello che a Washington ricopre “Politico”, che nel gennaio 2017 festeggerà il decennale

Per essere il fratellino appena nato di quello che in appena dieci anni è diventato un gigante dell’informazione negli Stati Uniti, Politico Europe può dire di essere sulla strada giusta per emulare il primogenito. A un anno dal suo lancio a Bruxelles, infatti, Politico Europe è diventato uno strumento indispensabile per la grande “bolla” all’interno della quale vivono e operano i policymakers e gli appassionati dell’Unione europea. E aspira ad acquisire un ruolo simile a quello che a Washington ricopre Politico, che nel gennaio 2017 festeggerà il decennale. «Siamo soddisfatti», spiega John Harris, uno dei fondatori di Politico e grande architetto dell’espansione editoriale in Europa, realizzata in joint venture con il colosso mediatico tedesco Alex Springer. «C’è l’entusiasmo della start-up. Mi ricorda i primi giorni di Politico. Ci stiamo divertendo un sacco».

L’executive editor Matthew Kaminski

I numeri confortano l’intuizione iniziale: sotto la superficie della triste, piovosa e noiosa Bruxelles, con i suoi palazzi dall’architettura discutibile del quartiere comunitario, ci sono «concentrazione di potere, drammi, persone interessanti, rivalità, conflitti, decisioni su soldi», dice Harris. L’Europa, Bruxelles e ciò che vi ruota attorno «sono dannatamente interessanti». Lo confermano il milione e mezzo di contatti mensili per il sito Politico.eu, i 50mila abbonati al “Brussels Playbook” di Ryan Heath che si ispira all’inimitabile Mike Allen, i più di 250 clienti (istituzioni e imprese) dei servizi a pagamento Politico Pro, i 30mila lettori del settimanale cartaceo distribuito gratuitamente dentro le istituzioni dell’Ue e nella catena di fast-food biologico Exki. Ed è soltanto l’inizio.

I due piani del palazzo di Rue de la Loi che attualmente ospitano Politico Europe presto potrebbero diventare quattro. Secondo Harris, «nel corso del tempo» quella che è già la più grande newsroom di Bruxelles (media belgi esclusi) potrebbe arrivare alle «stesse dimensioni» della sua creatura originale.

Nei primi dodici mesi di vita «siamo stati aiutati dalle notizie, non sempre buone per l’Europa», spiega Matthew Kaminski, l’executive editor di Politico Europe, che aveva iniziato come stringer a Kiev per l’Economist e il Financial Times, prima di una lunga carriera al Wall Street Journal.

Una riunione di redazione nella sede di Bruxelles

L’australiano Ryan Heath, con i consigli sui migliori caffè della città e le sintesi ragionate delle ultime ventiquattr’ore politiche, è diventato una star della “bolla”. Come l’americana Tara Palmeri, ex del New York Post, che in redazione racconta a tutti del belloccio tedesco che non cede alle sue lusinghe, mentre sul cartaceo spiffera gossip più istituzionali. All’ultimo conteggio di aprile, nella newsroom di Bruxelles ci sono cinquanta giornalisti di diciannove nazionalità (cinque italiani e undici italofoni). Politico Europe ha altre sei persone a Londra (guidate dall’ex del Wall Street Journal Francesco Guerrera), due a Parigi e due a Berlino. «Siamo i nerd della politica», dice Kaminski. Come tutti i secchioni, quelli di Politico sono presi di mira da critiche, invidie e recriminazioni. «Sta scadendo nel gossip: è più colore che altro e comincia a diventare prevedibile», spiega una diplomatica di un grande Paese europeo. Alcuni corrispondenti storici di testate famose, come Jean Quatremer di Libération, descrivono Politico come una pubblicazione “superficiale”, “sensazionalistica”, “arrogante”.

Florian Eder, managing editor e autore della newsletter “Morgen Europa”

La crisi economica con la minaccia di Grexit, la crisi dei migranti con un milione di rifugiati in Europa, la crisi di sicurezza con gli attentati di Parigi e Bruxelles, le crisi internazionali con le invasioni di Vladimir Putin a Est e la destabilizzazione ai confini mediorientali dell’Europa: sin dal primo giorno «abbiamo trovato molto su cui scrivere. Ciò che accade a Bruxelles è di interesse globale», dice Kaminski. L’Europa è diventata all’improvviso “sexy” grazie a Politico? Sicuramente, almeno per molte delle persone che lavorano dentro e attorno all’Unione europea. Più del 90 per cento dei commissari, degli europarlamentari, degli ambasciatori degli Stati membri e dei direttori generali della Commissione riceve tutte le mattine il “Brussels Playbook”, secondo i dati forniti da Politico.

Su Twitter quelli di Politico strombazzano un po’ troppo facilmente gli “scoop” e, benché abbiano una potenza di fuoco impareggiabile in termini numerici, le grandi esclusive dell’ultimo anno sono uscite soprattutto sul Financial Times. Merito soprattutto di Peter Spiegel, l’ex capo dell’ufficio di Bruxelles del quotidiano della City che si è da poco trasferito a Londra e che, non a caso, era stato contattato da John Harris per far parte della squadra di Politico Europe. «Ora che Spiegel se n’è andato, Politico potrà fare qualche grande scoop», dice ironicamente un insider brussellese. Per il giornalismo «ogni giorno è concorrenza, fa parte del divertimento», risponde Harris con fair play.

La managing director Shéhérazade Semsar-de Boisséson e Ryan Heath

Kaminski invece non ci sta e controbatte alle critiche elencando i «duecento scoop» realizzati in un anno: «Siamo diventati indispensabili alle persone che devono sapere le notizie il più presto possibile». Si alza e prende la pila delle ultime dieci edizioni cartacee per mostrare quanto approfondite siano le stories raccontate da Politico: «Non vedo altre pubblicazioni che lo facciano in modo non nazionale e non ideologico». Ed è ancor più convincente quando spiega che «il fallimento dei giornalisti di questa città è di non essere stati in grado di spiegare ai loro lettori perché ciò che accade qui conta e di metterlo nel contesto appropriato in modo da renderlo rilevante per i dibattiti in patria». Sistemati Quatremer e gli altri giornalisti storici della sala stampa europea («A Politico scriviamo di gente, gli altri scrivono di Bruxelles e di banane»), Kaminski riconosce che «in questa città non tutti ci amano. Ma non siamo qui per essere amati. Siamo qui per essere letti».

Effettivamente Politico ha allargato la bolla europea. Ci sono i lettori in California che seguono le vicende di Google perseguitata dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager. Ci sono gli esperti di commercio in Canada che vogliono capire che fine farà l’accordo di libero scambio con l’Unione europea. C’è soprattutto la grande Europa con i suoi 500 milioni di potenziali lettori. La Germania che, essendo la patria del co-editore Axel Springer e la prima potenza dell’Unione europea, ha il privilegio di una campagna acquisti linguistica: a marzo è stata lanciata “Morgen Europa” di Florian Eder (una newsletter stile “Playbook”), mentre a fine aprile è uscita con Die Welt la prima edizione cartacea di Politico in tedesco. Ma già ora, anche se sono costretti a confrontarsi con una pubblicazione anglofona, i “nerds della politica” francesi, italiani o polacchi non possono più fare a meno di leggere un aggregatore di notizie sull’Europa, con contenuti originali, scritti in modo brillante e divertente. «C’è un’ossessione assoluta per la bella scrittura», racconta Jacopo Barigazzi, che a Politico si occupa di immigrazione e che, come tutti gli altri, ha ricevuto istruzione da John Harris di «far suonare violini e trombe» nei suoi articoli su rifugiati, rimpatri, reinsediamenti, Dublino e Schengen.

Tara Palmeri

Tara Palmeri

Gli americani di Politico sono riusciti a creare un «germe di opinione pubblica europea», si spinge a dire Barigazzi. «Se “Morgen Europa” funziona» in termini di lettori e pubblicità, «con ogni probabilità lo duplicheremo, partendo dal francese», anticipa Shéhérazade Semsar-de Boisséson, managing director di Politico Europe. Ma il management punta soprattutto sul servizio a pagamento “Pro”, con le newsletter e gli articoli settoriali su energia, sanità, finanza, agricoltura e commercio. Il mercato della pubblicità su cui si regge il sito è troppo «volatile». Per contro, «Politico Pro è fondamentale per il nostro modello di business: ci permette di avere una struttura sostenibile, molti giornalisti e essere davvero indipendenti», dice Semsar-de Boisséson. Nell’era delle news generaliste gratis su Google e Facebook, «il giornalismo dovrebbe capire quanto siano grandi l’appetito per l’informazione e il mercato », spiega Kaminski. «È secondario il “come” fornire il contenuto: via giornale, email, sito o conferenze. È una questione tecnica non essenziale. L’essenza è produrre quel tipo di contenuti che abbiano un valore per un’audience di cui si abbia una chiara nozione». Come a dire che, anche nella Vecchia Europa, facendo del buon giornalismo si può trovare chi è pronto a pagare.

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