I grandi artisti hanno sempre avuto grandi pretese. E dovremmo averle tutti. Altrimenti non avremmo un’identità

C’è chi accusa il performer superstar d’essere “estremamente pretenzioso” nell’ambire a costanti riconoscimenti da parte del mondo dell’arte; c’è chi apostrofa con un sonante “pretenzioso” lo scrittore che sogna di riattivare alcuni barocchismi nella sua prosa. C’è chi incolpa d’irrinunciabile e indelebile “pretenziosità” l’inglese emigrato negli States che mantiene il proprio accento britannico; c’è chi ordina fish’n’chips imitando l’accento del proletariato, quel tipo di pretenziosità la vuole proprio addosso. Prima di leggere il saggio di Dan Fox, Pretentiousness: Why it Matters (Fitzcarraldo Editions), dedicato alla storia e al concetto di pretenziosità, pensavo che di questa opinabile virtù nessuno più parlasse. Immaginavo, forse un po’ pretenziosamente, che le accuse di pretenziosità fossero ormai diventate obsolete, che vivessimo nel mondo della libertà e della noncuranza, nel mondo del c’è posto per tutti. Forse lo pensavo perché a un superbo “pretentious” gli italiani preferiscono locuzioni più plebee, ma vaporose: al cospetto di un video-maker intento a illustrare un interminabile primo piano diciamo «Quante arie si dà», o con un gergale veneziano «Tiratea manco».

Dan Fox, l’autore del saggio, è co-editor di Frieze, il magazine d’arte contemporanea più importante in Europa; il solo fatto che Fox, immerso da capo a piedi nel mondo della cultura visiva, abbia sentito l’esigenza di scrivere su tutto ciò che viene chiamato “pretentious”, rivela quanto questa parola sia ancora viva. Uno dei meriti del libro di Fox è fare luce sulla tenebra di cui questo termine è carico.

Pretentiousness: Why it Matters è un riassunto sistematico in centosettanta pagine di tutto ciò che chi lavora nel campo dell’arte e della cultura contemporanea impara, vede, ascolta nei propri primi dieci anni di attività. È un compendio di storia del teatro, teorie gender, storia delle sottoculture, storia della musica da Bowie a Lady Gaga, storia del branding, delle religioni, dei cibi, di usi e costumi; si citano persino Cicerone e Quintiliano, ma in quel tono da paura che solo i saggisti dell’arte sanno tenere, al punto che per l’ammirazione ti tatueresti l’incipit dell’Institutio oratoria sull’avambraccio. Soprattutto Pretentiousness è un saggio su numerose storie identitarie, il vero sunto teorico proposto da Fox è che avere delle pretese e avere un’identità sono la stessa cosa.

Dan Fox sfoggia una notevole qualità letteraria. Dopo aver parlato per venti pagine della pretesa sessuale di rispecchiarsi in un’identità sessuale, Fox pone l’accento sulle pretese geo-nazional-topo-logistiche; a un certo punto, tra parentesi, scrive:

(In uno dei Whole Food [celebre catena statunitense di supermercati] di New York una volta vidi un asparago bianco e sopra di esso stava un cartellino: “Preferito dagli Europei”, come a suggerire che comprando l’asparago si sarebbero comprate anche determinate qualità nutrizionali e si sarebbe appoggiata una certa indistinta idea di Europa sofisticata).

Dan Fox ha ragionato su “Europeo” affibbiato all’asparago, laddove io mi sarei semplicemente precitata a comprarlo, anche se l’avessi letto in un Whole Food europeo. Ecco la differenza tra un grande intellettuale e una povera ragazza affamata.

È necessario sottolineare che, per Fox, “pretentiousness” si amplia ben oltre il proprio significato etimologico di prae tendere, stendere innanzi; di capitolo in capitolo il termine traduce: avanzare, fingere, recitare, pretendere (un trono, una carica politica, la mano di una ragazza), dissimulare, essere pretenzioso, pretendere d’essere, per arrivare infine a sostituire totalmente il verbo essere. Quel che è più conturbante nella lettura del testo di Fox è che l’autore non avverte mai l’esigenza di introdurre gli argomenti trattati specificando la valenza con cui intende utilizzare “to pretend; il verbo emerge adeguandosi al discorso cui il capitolo è dedicato, esaltando la propria estrema ambiguità lessicale, una luce sull’ambiguità di chi questa parola l’ha sempre in bocca.

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Se “to pretend” è tutto questo, qual è il suo opposto? Scrive Dan Fox:

L’anti-intellettualismo è snobismo al pari dell’anti-pretension; l’anti-intellettuale è spesso ansioso di non esser bollato come parte di una élite educata […]

Premetto che un po’ anti-intellettuale sono anch’io, un pochino, e ridacchio ogni volta che un pensatore anche geniale, uno scrittore, un filosofo, mi viene presentato come “intellettuale”; a quel punto immagino che da un momento all’altro un suo gemello sbuchi dalla porta e mi si presenti come “carnale”.

La brillante accusa di Fox è dedicata a coloro che ancora brandiscono la parola “pretenzioso” come un’offesa; la sua tesi è che i grandi uomini e le grandi donne, i grandi artisti, hanno sempre nutrito importanti pretese. Personalmente preferisco chiamarle “ambizioni”, parola assai più divertente, più negativamente connotata a livello storico e per questo più nobile e bella – ha origine da amb-ire, andare intorno: il volo del condor in cui, per ottenere cariche e uffici, gli antichi romani si esibivano danzando attorno ai loro patroni. Fatto sta che indubbiamente Fox ha ragione: «Che pretenzioso!» non è una critica, ma un’esclamazione che ribolle d’invidia (e di desiderio). Teniamo a mente: “pretentious” non può più essere usato come un insulto, perché avere pretese è bello. Quindi non possiamo dire a colui che detestiamo «You’re so pretentious», a meno che non intendiamo fargli un complimento.

Per Dan Fox il verbo “to pretend” è a tratti sinonimo di “to be”: snocciolando casi su casi, l’autore inscena il dramma identitario degli ultimi cinquant’anni. Per Dan Fox tutti hanno delle pretese. C’è chi ha la pretesa di essere felice quando il suo capo arriva in ufficio e, senza nemmeno saperlo, modula la propria identità; Barack Obama intona il suo accento a seconda del pubblico cui sta parlando, passando da un inglese vernacolare afro alla strascicata accentazione del Sud: nobile pretesa l’essere amico di tutti. Indossando una maglietta degli Strokes, c’è chi ha la pretesa di dire a tutti che gli piacciono gli Strokes, forse sarebbero piaciuti anche a Maria Stuarda che era una pretendente al trono d’Inghilterra. Coltivando relazioni omosessuali c’è chi ha la pretesa d’essere omosessuale, Andy Warhol sbandierava la pretesa d’essere amico di Bianca Jagger, e Viola era Cesario, e John Malkovich fingeva d’essere John Malkovich in Essere John Malkovich.

I nostri amici ed eroi, attori e musicisti, vivono in compagnia della propria maschera che, ben stretta al volto, è capace di farne persone gioiose o tristi, antipatiche, estroverse, intelligenti, potenti o deboli, di creare la femmina e il maschio, il maturo, l’infantile. La maschera è un’arma d’attacco e difesa, ma in alcuni casi è anche una dichiarazione di poetica. Ma cosa maschera la maschera? Un eccesso di pretenziosità? O il timore della pretenziosità d’esser troppo pretenziosa? 

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