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The News Report

 
IL 81 23.05.2016

Dallo sbarco in America di Blendle, l'iTunes olandese delle notizie, al boom dei tabloid giapponesi; dai pezzi scritti da algoritmi al “print editor” del “Wall Street Journal”: viaggio nel mondo dei giornali

Alexander Klöpping e Marten Blankesteijn, creatori di Blendle

Mark Horn

Il chiosco globale

 
Tra paywall, abbonamenti, contenuti premium per sottoscrittori e varie altre formule, il tentativo di convincere i lettori a pagare contenuti giornalistici online è una delle sfide più difficili per le società editoriali. L’applicazione pay-per-read Blendle – creata dagli olandesi Alexander Klöpping e Marten Blankesteijn, sperimentata con successo in patria e in Germania e da poco sbarcata anche negli Stati Uniti – offre un modo più semplice di accedere ai contenuti a pagamento. Blendle è una sorta di iTunes delle news, che riunisce su un’unica piattaforma i contenuti di diversi giornali. Gli utenti iscritti possono scegliere in una sola edicola digitale gli articoli che vogliono comprare, pagando con un solo portafogli virtuale. Blendle trattiene una quota del pagamento e gira il resto all’editore dell’articolo.

L’inchiostro indelebile

 
Nel contesto di una proteiforme attività giornalistica che si sviluppa in diversi canali informativi, il Wall Street Journal punta a mantenere l’alta qualità del suo tradizionale prodotto cartaceo e, di conseguenza, i robusti dati di vendita che può ancora vantare (poco meno di un milione e mezzo di copie). Per questo nella newsroom del Wall Street Journal è stata da poco creata una figura inedita: il print editor. Per questo incarico “cartaceo”, che sembra un notevole correttivo al dilagante mantra del digital first, è stato scelto Bob Rose, veterano della redazione ed ex capo dell’ufficio newyorchese del giornale.

Il NYT impara le lingue

 
Il New York Times destinerà 50 milioni di dollari in tre anni per un progetto di espansione globale in Europa e non soltanto. L’obiettivo è quello di intercettare lettori finora rimasti fuori dalla portata del NYT, utilizzando anche altre lingue oltre all’inglese. L’investimento accompagna il tentativo di crescita digitale del giornale americano che nel frattempo ha deciso di ridestinare 70 dei 113 dipendenti del suo ufficio di Parigi che è più incentrato sulla versione cartacea.

I guardiani dei social network

 
Il materiale postato sul web è sempre più spesso una fonte per i giornalisti (Facebook ha anche lanciato Signal per facilitarne il flusso). Riuscire a sottoporre a fact-checking questi contenuti è un nuovo modo (pagato) di fare giornalismo. La First Draft Coalition raccoglie sette realtà che si dedicano a questà attività (tra cui Storyful e Reported.ly) sostenute da Google News Lab. Il risultato è First Draft News: un sito che raccoglie storie e analisi del fenomeno.

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IncrediBild!

 
I fasti passati (4,5 milioni di copie) sono probabilmente irripetibili, ma il quotidiano popolare Bild – tabloid per vocazione ma non per formato di stampa – rimane un fuoriclasse in edicola, senza concorrenti in Germania e in Europa. Numeri da stampa asiatica: più di due milioni di copie cartacee al giorno.

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La nicchia identitaria

 
Negli ultimi anni la stampa catalana è stata effervescente. La Vanguardia, storica testata in castigliano, ha iniziato a stampare anche una versione in catalano e si è affermato un altro nuovo quotidiano nella stessa lingua: Ara. Si è mosso, online, anche Il País, varando la versione in catalano del suo sito.

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Scandalo al Sol Levante

 
L’Economist e il WSJ hanno raccontato le ragioni del crescente successo dei settimanali tabloid giapponesi, gli shukanshi. Il principale atout di questa peculiare stampa periodica è la “prudenza” dei pur vendutissimi quotidiani nipponici nel rivelare notizie sgradite a un establishment politico in cui sono essi stessi incastonati da quel dì. Laddove i fogli più seriosi ritraggono la mano arrivano i settimanali tabloid che si contendono gli scoop più scandalosi. Il risultato di questa spregiudicata competizione in edicola, fatta di titoli on steroids, è un genere giornalistico ibrido: sui settimanali giapponesi, le notizie che fanno traballare i ministri sono innestate in pagine che esibiscono una prevalente vocazione al deteriore tabloidismo scandalistico. Questo cortocircuito alto-basso piace ad almeno due milioni di lettori ogni settimana.

Finché c’è India c’è carta

 
Un mercato plurilingue ancora da esplorare (soprattutto per quanto riguarda gli idiomi con una tradizione scritta più fragile), un tasso di alfabetizzazione crescente, prezzi bassi, una democrazia tumultuosa che alimenta il desiderio di informarsi e, soprattutto, un’alta percentuale della popolazione sprovvista di accesso a internet. Questi sono gli ingredienti del boom della stampa in India. Secondo alcune proiezioni, le vendite complessive dei giornali in hindi, malayalam, telugu e nelle altre lingue indiane sono in predicato di crescere del 10-15 per cento all’anno.

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Un mensile, un brand

 
Quando nel 2014 Tyler Brûlé ha venduto una quota di Monocle a Nikkei, il valore della sua creatura ammontava a 115 milioni di dollari. Dalla nascita, nel 2007, il mensile di lifestyle e design ha lanciato sito, radio, tv, negozi e caffè. Ultimi nati, gli eventi Quality of Life Conference: a Vienna, quest’anno, la seconda., la seconda.

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Mic e Hyper insieme

 
Il sito di news per millennials fondato nel 2011 da Chris Altchek e Jake Horowitz – che si smarca da BuzzFeed e VICE a colpi di inchieste e interviste esclusive, ad esempio quella con Barack Obama l’anno scorso – si è appena comprato Hyper, «video magazine» digitale: il Flipboard dei video, ma scelti dalla redazione.

Asia campione di news

 
Altro che crisi dei giornali. In Asia, Africa e Sud America se ne stampano, se ne comprano e se ne leggono sempre di più. I dati mostrano la variazione nell’ultimo anno rilevato e negli ultimi cinque.

Fonte: WAN-IFRA 2015

I giornali più venduti

 
Nove dei dieci quotidiani più venduti al mondo sono asiatici. I dati sono in migliaia di copie vendute ogni giorno.

Fonte: WAN-IFRA 2015

Un link al dì. Punto

This. – fondato da Andrew Golis e da scrivere rigorosamente con il punto – è un po’ social network e un po’ media company. Obiettivo: creare un modello di condivisione più selettivo. Ogni utente può linkare un solo contenuto al giorno (un articolo, un blogpost, un podcast…) e può accompagnarlo con un commento stringatissimo. In due parole: pochissimi gattini.

Pezzi lunghi e pagare

A porre le basi dello slow journalism, all’inizio, fu Delayed Gratification, trimestrale britannico fondato nel 2011 da Rob Orchard. Sempre Oltremanica, Disegno, semestrale nato nel 2011 e dedicato al design, quest’anno ha annunciato la trasformazione in trimestrale. Sul web hanno invece trovato spazio le analisi tedesche di Piqd e le notizie italiane selezionate da Slow News.

Senza parole. O quasi

Polygraph.cool è un sito sperimentale curato da Matt Daniels che pubblica anche contenuti proposti da freelance. L’obiettivo è quello di raccontare con formule inedite storie ampie e degne di un saggio accademico di molte pagine. Qui, invece di lunghi testi, ci sono infografiche, data visualization, animazioni e ogni innovativa forma di narrazione per immagini.

Buongiorno magazine

Servus in Stadt & Land è un mensile lanciato nel 2010 dedicato al lifestyle in città e in campagna. Di base a Vienna, dichiara di vendere 130mila copie in Austria (e 88mila in Germania) e raggiunge anche Alto Adige e Svizzera. Un piccolo fenomeno, che ha già generato edizioni speciali su cucina e bimbi. Fa parte dei sei magazine editi da Red Bull, non più solo produttore di bibite energetiche.

Generatore di report

Wordsmith è una piattaforma di Automated Insights che consente di creare un testo a partire da una serie di dati. Da un paio d’anni è già usata da Yahoo News a Associated Press per le notizie finanziarie, in collaborazione con Zacks Investment Research: nel 2015 AP ha prodotto più di tremila report sui bilanci trimestrali delle aziende americane.

Prima il pubblico

Il Financial Times lo scorso anno ha assunto Renée Kaplan a capo di un nuovo team: audience engagement. Lettori al primo posto, da coinvolgere con ogni mezzo. Per la giornalista, con esperienza nel marketing, è una scelta in linea con i nuovi modelli di business legati ai contenuti a pagamento e non mossi soltanto dalla pubblicità.

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