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Saluti da Verona, New Jersey

di ALBERTO GIUFFRÈ
fotografie di COLE WILSON per IL
IL 81 19.05.2016

È una delle tante cittadine di provincia dove vivono gli italiani d’America. Case basse e a buon mercato a un’ora di autobus da Manhattan. Tanta nostalgia, l’inevitabile folklore degli emigranti di vecchia data. Ma di tornare ai paesi d’origine non se ne parla

Bloomfield Avenue e Mount Prospect Avenue. Le due vie si incontrano a Verona, New Jersey. All’ora di punta sono piene di pendolari che rotolano verso Manhattan o Newark. Ma nello stesso incrocio – invisibili – si possono incontrare, in ordine sparso, tracce di: 11 settembre, uomo sulla Luna, Iwo Jima e Macchia Valfortore, in provincia di Campobasso. Da questo paese del Molise di neanche mille abitanti arriva negli anni Sessanta una coppia di giovani sposi, Orazio e Franca Tanelli. Lui ricorda il protagonista di Up. Polo a maniche corte, pantaloni a vita altissima e un viso meno squadrato rispetto a quello del personaggio del cartone animato Pixar. Lei sembra Frida Kahlo. O almeno, Frida Kahlo come sarebbe stata se avesse passato i settanta. Vivono in una piccola casa al numero 32 di Mount Prospect Avenue. Dall’altra parte della strada, su Bloomfield Avenue, c’è un grosso edificio con mattoni rossi di quattro piani. Potrebbe sembrare una scuola ma è una fabbrica. Anzi, lo è stata fino al 2013, quando all’inizio dell’estate la Annin, la più grande e antica azienda produttrice di bandiere degli Stati Uniti, ha deciso di chiudere lo stabilimento. Una bandiera americana issata su un’asta davanti all’ingresso e un’altra con il logo dell’azienda che sventola sul tetto sono le uniche tracce del passato rimaste in piedi.

Franca ha lavorato lì per oltre trent’anni cucendo centinaia di bandiere al giorno. Non solo quella a stelle e strisce, ma di tutti i Paesi: «Anche se un tempo non facevamo mai quelle di Russia, Cina e Cuba», racconta in cucina, mentre avvita l’ennesima moka della giornata, circondata dalle foto dei figli e dei nipoti e dal calendario di Frate Indovino. È in questa stanza che, da una finestra divisa in nove quadrati, sbircia la fabbrica. Ogni giorno, più volte al giorno. Come se il caffè fosse un rito propiziatorio per farla riaprire. Già perché, nonostante l’età, Franca sarebbe pronta a uscire di casa, passare davanti al suo piccolo orto, attraversare la strada e rimettersi a cucire.

Da Verona sono uscite bandiere entrate nella storia. Come quella issata da sei militari americani sul monte Suribachi, sull’isola di Iwo Jima, dopo la vittoria sui giapponesi. Oggi il drappo è conservato a Quantico (in Virginia), nel National Museum of the Marine Corps. Non è rimasta traccia invece della bandiera piantata sulla Luna da Neil Armstrong e Buzz Aldrin durante la missione Apollo 11. Sono solo bandiere, certo. Pezzi di stoffa. Provate a dirlo a un qualsiasi americano. Anche il meno patriottico vi guarderà con sospetto.

Una sacralità rispettata anche dalla famiglia Tanelli che, accanto alla porta d’ingresso, tiene appese in formato mini la bandiera statunitense (sopra) e quella italiana (sotto), cucite insieme. Ancora più in alto, una scritta che con il tempo ha perso una lettera, dà il benvenuto a casa: «Tan lli». Dall’anonimato della macchina per cucire la signora Franca è uscita solo nel 2011, quando il suo volto è finito sulle tv e sulle prime pagine dei giornali locali. In quell’anno la monotonia della vita veronese è stata stravolta dall’arrivo in città di una bandiera speciale, o meglio: dei resti di una bandiera speciale. Quella che l’11 settembre 2001 si trovava a un isolato dalla torre Sud del World Trade Center. Che è stata travolta dai detriti del crollo ma è rimasta in piedi. Quasi a vegliare sui soccorritori e sui corpi nascosti sotto le macerie. Dieci anni dopo, la Annin ha messo in piedi una squadra di tre lavoratrici e ha affidato loro il compito di ricucire e rattoppare quel drappo pieno di buchi e bruciature. Franca era parte del team: «Avvertivamo la pressione da parte dei nostri superiori. Ogni giorno non facevamo altro che vedere bandiere, bandiere, bandiere. Ma questa era la più importante. Aveva un significato particolare per tutti i cittadini americani. E anche per noi». Emozionata ma non troppo. Come un chirurgo, che opera senza lasciarsi impressionare dalla gravità della situazione. Insieme alla cognata Incoronata DiIorio – anche lei per oltre trent’anni nella stessa fabbrica – e a un’altra collega taiwanese, ha lavorato per mesi al progetto.

Inevitabile chiedere a Franca e Orazio dove si trovassero il giorno in cui le torri crollavano e la bandiera restava in piedi. «Ero tornato da poco dall’Italia», racconta Orazio, con un inconfessabile sospiro di sollievo: «Fino a pochi mesi prima, al quarantanovesimo piano di una delle due torri lavorava nostro figlio Nicola. Per fortuna era stato trasferito». Nicola, classe 1963, ha fatto in tempo a nascere in Italia, all’Ospedale Villa Maria di Campobasso. Un mese dopo la nascita e due prima dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, anche per lui arriva il momento del trasloco negli Usa. Cresce a Verona. È bravo a basket anche se la sua vera passione è il calcio, che gioca anche a livello agonistico. Ma il suo obiettivo è studiare, e riesce a farlo in uno dei posti migliori di tutto il Paese: la Columbia University di New York. Da lì il lavoro: per quindici anni a Citigroup, con quel miracoloso trasloco dal World Trade Center. Poi la carriera come avvocato, alla Jp Morgan Chase. Fino alle vacanze di Natale del 2012, quando improvvisamente si ammala, viene ricoverato in ospedale e muore dopo tre giorni di terapia intensiva. H3N2 è la sigla dell’influenza che lo condanna a morte e lascia senza padre due figli e senza un marito Beth Holmes. Il sospiro di sollievo di undici anni prima evapora così da casa Tanelli dove – e adesso si capisce il perché – guardare la fabbrica nell’attesa che riapra è solo un modo per non fissare le foto di Nicola alla parete.

Di tornare in Italia non se ne parla. Vorrebbe dire allontanarsi dall’altro figlio e dai nipoti tutti. «In quel paese non ci stava niente», ammette Franca parlando di Macchia Valfortore. Il marito annuisce: «In Italia avevo vinto il concorso per segretario comunale ma sono andato via lo stesso. All’inizio ero un po’ scoraggiato, poi ho iniziato a insegnare lingue e letteratura in vari licei della zona». Insegnante, poeta, scrittore, musicista. Orazio si racconta e aneddoto dopo aneddoto si aggiunge una qualifica, certificata dalle condizioni del basement. Una sorta di ufficio pieno di ritagli di giornale, libri e scartoffie varie. È in questa stanza buia che scrive e coordina la rivista Il Ponte Italoamericano. Mostra commosso il numero monografico dedicato al figlio scomparso, con poesie, testimonianze e ricordi di ogni tipo ai quali è difficile non appassionarsi. Formidabile, se si pensa che dietro c’è il lavoro non di una redazione, ma di una sola persona attenta a ogni dettaglio. Come quelle due bandiere, italiana e americana, che si incrociano all’interno del nome della testata.

Sentire un accento italiano da queste parti non è una rarità. Dopo Rhode Island e Connecticut, il New Jersey è il terzo Stato con la più alta percentuale di cittadini italoamericani (il 17,9%). Per accorgersene, basta continuare a percorrere Bloomfield Avenue fino al cuore della città, il Verona Park: un lago artificiale con intorno viali alberati popolati da runner e pensionati. Come Joe Caputo, 72 anni, originario di Potenza: «Per anni ho fatto l’idraulico, come mio padre prima di me. Adesso vengo ogni mattina qui per una passeggiata». In qualche modo appare come un’eccezione tra i 13mila e passa abitanti di Verona. Si tratta per lo più di pendolari che qui trovano quiete, prezzi delle case abbordabili a un’ora di autobus da Manhattan e tasse leggermente più basse rispetto al resto della contea.

Davanti alla loro casa, Orazio e Franca Tanelli, originari di Macchia Valfortore, un piccolo paese in provincia di Campobasso

Una forte presenza italiana dunque, a partire dal nome. Che però nulla sembrerebbe avere a che fare con le ondate migratorie di fine Ottocento. «Inizialmente era stata battezzata Vernon», racconta Robert Williams, storico per passione e autore del libro Old Verona: «Quando però i primi abitanti hanno fatto la richiesta per registrare con questo nome l’ufficio postale, hanno scoperto che esisteva già un’altra Vernon nella vicina contea di Sussex. Allora, visto che alla fine dell’Ottocento era in voga lo stile architettonico Italianate, da Vernon a Verona il passo è stato breve. Non sono sicuro che all’epoca ci fossero molte persone di origini italiane nell’area, ma di sicuro poi avrebbero avuto un ruolo fondamentale in tutta la zona».

Decenni dopo, l’abbinamento tra il nome e la forte presenza italoamericana è diventato lo spunto per rivisitare in chiave moderna la storia di Giulietta e Romeo. Tra la comprensibile indifferenza degli appassionati di cinema, nel 2005 è uscito infatti un film per la tv chiamato Pizza My Heart. Una commedia romantica che racconta la storia d’amore travagliata tra il figlio e la figlia di due proprietari di pizzerie rivali, i Montebello e i Prestolani. Curiosamente il film, pur essendo ambientato a Verona, è stato girato in Louisiana. Al contrario, c’è un altro film che potrebbe essere ambientato ovunque ma è stato girato per gran parte nel vicino Essex County Hospital Center: Soffocare, tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk.

Al netto della criminalità, per avere al meglio un’idea di Verona, l’unica cosa da fare è immergersi nella serie tv I Soprano. La sigla, che introduce in ogni puntata le storie della famiglia mafiosa originaria di Avellino, mostra il protagonista – Tony Soprano – guidare per le strade del New Jersey. E passare dallo skyline di Manhattan che si staglia all’orizzonte alle insegne dei negozi alimentari made in Italy. Lo stesso panorama che può ammirare chiunque si avventuri in macchina fino a Verona. Qui sono ambientate e girate alcune delle scene andate in onda per otto anni. Basta percorrere verso Ovest la solita Bloomfield Avenue, non lontano dal parco, per svoltare a destra e trovarsi su Gould Street. Una serie di piccole case popolano entrambi i lati della strada con alberi e canestri per fare due tiri a basket. Tra le varie abitazioni c’è anche quella dove, nella serie, abita la madre di Tony Soprano, un personaggio chiave delle prime stagioni. Si presenta come una casa come le altre, senza targhe e altri segnali a uso e consumo dei fan. Percorrendo il breve viale di ingresso, fino ai tre scalini che conducono alla porta, sembra quasi che sia disabitata. Tutto intorno è il ritratto della tranquillità, raramente passa qualche macchina.

Pubblichiamo un estratto da “Un’altra America” (Marsilio editore, in libreria dal 26 maggio), resoconto del viaggio di Alberto Giuffrè (giornalista di SkyTg24) nelle città “italiane” degli Stati Uniti. Le altre tappe: Rome (Georgia), Milan (Ohio), Naples (Florida), Venice (California), Florence (Alabama), Palermo (North Dakota), Genoa (Nevada). Sul sito unaltramerica.it una mappa interattiva, foto e video

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