A fronte di una sempre più diffusa critica al sistema, evidenziata dai consensi fino a poco tempo fa impensabili per Trump e Grillo, torniamo a ragionare sul punto: ok, aumentano le diseguaglianze interne e tutto quanto, ma – di grazia – qual è l’alternativa alla globalizzazione?

Il modello politico, economico e sociale detto della “globalizzazione” ha dominato gli ultimi decenni, contribuendo a raddoppiare la ricchezza nel mondo, a far uscire dalla povertà estrema un miliardo e mezzo di persone e ad ampliare la sfera dei diritti su scala, appunto, globale. Ma adesso, nel 2016, la grande questione della nostra epoca è: il sistema della “globalizzazione neoliberista”, per usare la definizione cara ai suoi detrattori, regge ancora o è sotto attacco proprio perché arrivato al capolinea?

Questa è la settima copertina che IL dedica a un tema emerso con grande forza dopo la crisi finanziaria di otto anni fa: nel 2012 una nostra cover invocava l’avvento di «un governo di politecnici» e spiegava che «siamo un Paese di cultura umanistica che si affida agli economisti per tappare le falle della crisi. Non basta. Abbiamo bisogno di gente che immagini il progresso e progetti il futuro.  Geni civili, ingegneri, politecnici».

Quattro mesi dopo, l’immagine di una bandiera europea sbrindellata serviva a raccontare la nuova ondata populista contro le istituzioni continentali, e il titolo era: «Attacco all’Europa». A settembre del 2013, la copertina di IL mostrava un mappa con la geolocalizzazione dei problemi globali e un titolo pessimista, ma realista, che definiva il mondo «Ingovernabile». Qualche mese più tardi, sul numero di gennaio 2014, il titolo era: «Il mondo è più ricco», e il sommario diceva: «La crisi è drammatica, ma negli ultimi dieci anni la ricchezza globale è raddoppiata e un miliardo di persone è uscito dalla poverta estrema. Siamo sicuri che si stava meglio quando si stava peggio?». Nell’estate successiva abbiamo pubblicato il saggio dell’allora direttore dell’Economist con una copertina intitolata: «La quarta rivoluzione. Come si reinventa lo Stato, come si salva la democrazia liberale». Poi hanno scritto per noi Bill Clinton e Tony Blair, ovvero i padrini politici della globalizzazione, e i due più brillanti premier progressisti d’Europa Matteo Renzi e Manuel Valls: la copertina, in quel caso, diceva che una soluzione possibile alla crisi poteva essere un ritorno alla Terza Via degli anni Novanta, cioè alla filosofia di governo piu coerente ed efficace nel guidare la globalizzazione.

A fronte di una sempre più diffusa critica al sistema, evidenziata dai consensi fino a poco tempo fa impensabili per Trump e Grillo, per la destra nazionalista e la sinistra radicale, con questo numero di IL torniamo a ragionare sul punto: ok, per effetto della grande redistribuzione della ricchezza di questi anni, dal Nord al Sud del mondo, la classe media occidentale cresce meno di quella asiatica, anche se resta più ricca, e aumentano le diseguaglianze interne e tutto quanto, ma – di grazia – qual è l’alternativa alla globalizzazione?

È credibile una versione aggiornata del marxismo che nel secolo scorso ha creato fame e miseria e lo fa ancora dove continua a regnare? Oppure una sua versione di destra nazionalista e isolazionista alla Le Pen, Salvini e Ukip? O l’autoritarismo di Putin, Erdoğan e Orbán? E che dire della rivoluzione sciita degli ayatollah iraniani, o del califfato dell’Isis o del maoismo digitale della Casaleggio Associati che crede di rinnovare le istituzioni democratiche facendo cliccare il popolo sovrano su un server intitolato a Jean-Jacques Rousseau, ossia al filosofo che ha ispirato ghigliottina e totalitarismi? Siamo proprio sicuri che questi siano modelli migliori della società aperta e globalizzata e più efficaci nel limitare le ingiustizie e le diseguaglianze?

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