I populisti che propongono il «chiudiamoci dentro!» si disinnescano con una maggiore salvaguardia dei diritti del singolo in un mondo integrato

Il gioco d’azzardo è una cosa seria. A Las Vegas, i neon e le prostitute, i cocktail gratis e le limousine, Martin Scorsese e Nicholas Cage sono lì per salvare le apparenze. Alimentano il mito del vizio e della frontiera, l’oasi nel deserto e gli addii al celibato, Hunter Thompson e “What happens in Vegas stays in Vegas”.

In realtà anche lì, dietro il glamour, come al solito, ci sono i contabili e i pubblicitari, gli psicologi e gli analisti dei Big Data. Tutti i professionisti della noia che sono in grado di tradurre anche il più imprevedibile dei personaggi di Dostoevskij in un algoritmo perfettamente controllabile.

Studiando i giocatori, tutti questi noiosi si sono resi conto di un fatto sorprendente. Per quanto innamorati dell’azzardo, i frequentatori dei casinò amano anche il suo contrario. Chi gioca a dadi, per esempio, vuole tirarli da sé. Ed è disposto a fare scommesse molto più elevate prima che vengano lanciati, anziché dopo, nel caso in cui il risultato venga tenuto coperto. Lo stesso vale per tutti gli altri giochi. Chi compra un biglietto della lotteria vuole sceglierlo. Chi lancia in aria una monetina preferisce farlo di persona.

È l’importanza del controllo. Un istinto così profondo, nell’uomo, che non lo abbandona neppure quando gioca alla roulette.

In un contesto assai più tragico, Bruno Bettelheim ha scoperto, interrogando i superstiti dei campi di concentramento, che a sopravvivere erano stati soprattutto quelli che erano riusciti a stabilire un’area di controllo, anche soltanto immaginaria, sulle circostanze della loro vita quotidiana nei lager.

Più o meno la stessa conclusione alla quale sono arrivati gli psicologi che studiano gli anziani nelle case di riposo. Se viene data loro la possibilità anche soltanto di scegliere un quadro o di spostare un mobile, gli ospiti di queste strutture vivono meglio – e più a lungo – di quelli che devono sottostare a regole completamente sottratte alla loro volontà.

Nella sua essenza, la democrazia è questo. Un sistema che permette ai membri di una comunità di assumere il controllo del proprio destino. Di non sentirsi in balia degli eventi o di qualche forza superiore. Di assurgere alla dignità di individui autonomi, responsabili delle proprie scelte e delle loro conseguenze.

Per questo non si può far finta di nulla se, un po’ dappertutto, gli elettori hanno la sensazione di aver perduto il controllo sul proprio destino, a causa di correnti potentissime che minacciano il loro benessere senza che le classi dirigenti muovano un dito per aiutarli. La cosa che accomuna i nuovi populisti, di destra e di sinistra, è la promessa di restituire agli elettori un grado di controllo sulla loro vita.

EXODUS IV – Hong Kong, Cina (2010). I container soddisfano la formidabile crescita della domanda di merci che si registra nella cina meridionale

MARCUS LYON

E i mezzi che propongono per raggiungere l’obiettivo hanno sempre un elemento in comune: la chiusura.

Chiudere le frontiere, abolire i trattati di libero scambio, proteggere chi sta dentro, elevando un muro, metaforico o reale, rispetto all’esterno. In questo, Donald Trump va a braccetto con Bernie Sanders, e Nigel Farage non è poi troppo distante da Jeremy Corbyn, tanto per prendere esempi soltanto dai due Paesi che sono stati i principali motori della globalizzazione dalla fine del Diciannovesimo secolo a oggi.

Si fa presto a dire che le loro ricette sono velleitarie nel migliore dei casi, e potenzialmente catastrofiche nel peggiore. È la logica che sta alla base del ragionamento che va presa sul serio, al di là delle sparate e del folklore.

E la loro logica dice questo: soltanto la chiusura può permetterci di riappropriarci del nostro destino, di non essere in balia di decisioni prese altrove, passivi, vulnerabili.

Per quanto demenziali siano le ricette che propongono, l’intuizione dei nuovi populisti non è priva di senso. Come ha spiegato Maurizio Ferrera in un libro recente, i diritti nascono sempre in un ambito chiuso. Le due più grandi conquiste sociali del Ventesimo secolo, la democrazia e il welfare state, si sviluppano nell’ambito di comunità circoscritte: presuppongono una distinzione netta tra il dentro e il fuori, tra la cittadinanza e il mondo esterno.

Fino a quando i fautori dell’apertura non riusciranno a dimostrare che i diritti del singolo possono svilupparsi anche in un contesto aperto, anziché essere sempre più compressi com’è accaduto negli ultimi anni, sarà difficile riconciliare una quota crescente dell’opinione pubblica con qualsiasi tipo di integrazione sovranazionale, che sia l’Unione europea, il trattato transatlantico sul commercio o altro.

Non è, si badi bene, un problema puramente economico, altrimenti non si spiegherebbe il successo della destra populista in regioni come la Scandinavia o la Mitteleuropa. Il desiderio di controllo è molto più profondo. Passa per la dimensione materiale, certo, ma non si limita a quella.

Per questo i liberoscambisti che continuano a snocciolare dati e tabelle sulle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione ricordano un po’ i consiglieri dello Scià di Persia alla metà degli anni Settanta del secolo scorso. In termini astratti, avranno avuto pure ragione quando andavano in giro in giacca e cravatta e reclutavano starlette americane e inglesi per presentare programmi sulla televisione di Stato iraniana. Volevano modernizzare, far progredire, razionalizzare l’arcaico, venerabile impero persiano.

EXODUS IX – Liberty Road, Houston, Texas, Stati Uniti (2014). Ancora container, questa volta trasportati su treni merci attraverso una stazione del Texas

MARCUS LYON

In pratica, provocarono il più violento rigurgito di fondamentalismo medievale che si sia visto nella seconda metà del Ventesimo secolo: la rivoluzione degli ayatollah del 1979, un’ondata le cui conseguenze ci accompagnano tutt’ora.

Mai sottovalutare le capacità di reazione dell’ancestrale. Di tutto ciò che sembrava superato, periferico, dimenticato. I minatori del West Virginia sembravano condannati dalla storia. Con ogni probabilità lo sono davvero. Però intanto, insieme ad altri come loro, hanno dato vita a una tempesta perfetta che ha travolto l’establishment repubblicano e minaccia di andare oltre. Nella retorica delle elezioni presidenziali americane, il libero scambio è ormai morto e sepolto. Non soltanto Donald Trump e Bernie Sanders: anche Hillary Clinton ha dovuto fare retromarcia sul Trattato Trans-Pacifico che pure aveva impostato da Segretario di Stato.

Nella pratica le cose andranno poi magari diversamente, ma la differenza con gli anni Novanta e Duemila – quando la globalizzazione godeva sostanzialmente di un supporto bipartisan – non potrebbe essere più radicale.

Nel Vecchio Continente, i periferici di cui parla il geografo Christophe Guilluy, a furia di votare Marine Le Pen (e Geert Wilders, e Viktor Orbán, e Norbert Hofer), hanno prodotto un effetto analogo, mandando in tilt il processo di integrazione europea.

In un contesto del genere, perseverare nell’approccio dello Scià di Persia, per i fautori dell’apertura, significherebbe soltanto produrre nuovi ayatollah.

Nuovi Trump. Nuovi Corbyn. Nuovi Grillo. Chi vuole contrastare l’intolleranza e l’edificazione di nuovi muri deve in primo luogo riconoscere che il senso di comunità e quello di appartenenza continuano ad avere un ruolo centrale per gli elettori. E che il desiderio di avere il controllo del proprio destino è un bisogno fondamentale, per i singoli individui così come per le collettività.

Nessun progetto politico può prescindere oggi dall’esigenza di restituire ai cittadini un grado di controllo sulla direzione della loro vita.

Ecco perché ha forse ragione Régis Debray quando dice che l’unico modo di combattere i muri consiste nel riscoprire le frontiere. «La comunità degli umani non si costituirà mandando al macero le carte d’identità, ma procurando un passaporto a ciascuno», scrive Debray.

Le frontiere sono un vaccino contro i muri, perché permettono lo scambio, pur garantendo il rispetto dell’altro. Non sarà un progetto esaltante, ma potrebbe essere la chiave di una risposta convincente e civile per milioni di elettori che sono oggi tentati dalle ricette semplicistiche dei costruttori di muri.

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