La Biblioteca di Babele ci aiuta a capire il motore di ricerca, dalle ambizioni di onniscienza alle inevitabili imperfezioni

Il 14 giugno 1986 moriva Jorge Luis Borges. Trent’anni dopo, perché dovremmo ancora leggerlo? Una risposta la suggerisce il filosofo dei media John Durham Peters, nel suo ultimo saggio (The Marvelous Clouds, University of Chicago Press, 2015): «Borges è il santo patrono di Google». Non è una scoperta: «È la stessa retorica di Google nella sua autorappresentazione, a coltivare questo lignaggio», scrive il filosofo. Per esempio, nell’agosto del 2011 il motore di ricerca aveva onorato lo scrittore con un doodle celebrativo per il centododicesimo anniversario della nascita: un ritratto di Borges davanti a una biblioteca di Babele stilizzata. Il riferimento era a uno dei racconti più famosi (la prima versione è del 1941, ora si trova nella raccolta Finzioni) dello scrittore argentino, a partire dall’incipit:

L’universo (che altri chiama la biblioteca)

La biblioteca contiene tutti i possibili libri composti da tutte le possibili variazioni delle 25 lettere dell’alfabeto, disposti in gallerie esagonali composte da venti scaffali (cinque per lato, due lati sono liberi e danno su corridoi che conducono verso altre gallerie), ogni scaffale contiene 32 libri, ciascuno di 410 pagine, ogni pagina ha 40 righe, ogni riga 40 lettere. «La Biblioteca è totale», i suoi scaffali registrano ogni cosa:

Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilida, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

E invece, che cos’è Google? «Un bibliotecario con una completa padronanza dell’intero corpus della conoscenza umana», lo ha definito una volta Larry Page, uno dei fondatori. Nei primi anni Duemila poteva sembrare solo un proposito ambizioso, oggi l’idea che il motore di ricerca sia in grado di gestire tutta la conoscenza del mondo non ci sembra così distante. Si calcola che la capacità dei depositi di dati di Google sia pari a 15 exabyte, vale a dire 15.000.000.000.000.000 di bytes. L’obiettivo aziendale, la cosiddetta Corporate mission è così definita:

La mission di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili.

The world’s information. Le informazioni del mondo: possiamo intuire la mole di dati se pensiamo che l’umanità ha prodotto 150 exabyte di dati nel 2005, saliti a 1200 exabyte nel 2010, e si prevede che entro il 2016 il traffico dati globale solo su rete mobile raggiungerà i 10,8 exabyte mensili.

Dove potremmo mai trovare una biblioteca di queste dimensioni? Secondo Durham Peters gli scaffali in cui si muove il bibliotecario sognato da Page sono gli scaffali della Biblioteca di Babele descritta da Borges. Il matematico William Goldbloom Bloch, nel saggio The Unimaginable Mathematics of Borges Library of Babel (OUP, 2008), ha calcolato il numero di volumi che la biblioteca descritta da Borges dovrebbe custodire: si parla di 10 alla 1.834.097 libri. E se immaginiamo variazioni nella disposizione degli scaffali, il numero delle combinazioni diventa ancora più vertiginoso. Negli scaffali della biblioteca troveremmo appunto tutta la conoscenza, fianco a fianco con tutta la falsità, immerse in pagine e pagine di assoluti nonsense – ricorda qualcosa? E se fino a poco tempo fa potevamo considerare questa solo un utopia (o distopia) forgiata dalla mente immaginifica di Borges, ora abbiamo la possibilità di vedere concretamente com’è fatta la Biblioteca di Babele. Renato Giovannoli, bibliotecario e allievo di Umberto Eco, nel saggio Come costruire la Biblioteca di Babele (Medusa, 2015) propone una concreta visualizzazione architettonica della struttura. Mentre è sufficiente visitare il sito www.libraryofbabel.info, realizzato dallo scrittore e programmatore newyorkese Jonathan Basile per trovare il testo di ogni volume della Biblioteca. Consultando la pagina web a cura di Basile viene da pensare che internet – in un solo sito – è in grado di contenere l’intera Biblioteca di Babele.

Borges descrive la reazione alla scoperta del fatto che la biblioteca comprendesse tutti i libri possibili (quindi anche tutta la conoscenza): «La prima impressione fu di stravagante felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto». Ma poi le cose cambiarono: «Alla speranza smodata, com’è naturale, successe un’eccessiva depressione», aggiunge Borges. Una sensazione che dovrebbe esserci familiare. È «la maledizione dell’onniscienza», come la chiama James Gleick. La biblioteca di Babele finirà sempre col rivelarsi un incubo soffocante. Abbiamo a disposizione la risposta a tutte le nostre domande, ma selezionare ciò di cui abbiamo bisogno richiede lavoro. Dimenticare richiede ancora più lavoro. E in ogni caso continueremo a chiederci che cosa non sappiamo. La conoscenza non è una raccolta senza fine; conoscere vuol dire scegliere, liberarsi dell’inutile, sprecare informazioni. Comprendere significa scartare più che accumulare.

Google sa tutto, sa anche questo. Come scrive John Durham Peters, «Google si adatta a un universo lo-fi, un universo che richiede molti eccetera nel suo catalogo». Google non ha l’ansia di conoscere ciò che non è ancora stato segnalato in un pagina web. Qualsiasi cosa prima o poi verrà fuori in una ricerca su Google, se la gente crede che valga la pena notarla e taggarla. L’universo visto da Mountain View è abbastanza finito da essere schematizzato. «Se Google è Dio, è un Dio approssimativo», scrive il filosofo. La sua conoscenza non è infinitamente accurata, ma generica e pragmatica, è un dio che brancola tra le probabilità. Perché Dio dovrebbe intasare la sua mente con dettagli inutili quando l’intelligenza si muove per intuizioni e salti? Chi possiede il catalogo più ampio e profondo di tutti ha anche la necessità di un indice veloce. «Forse Dio non è nei dettagli», leggiamo in Marvelous Clouds. Di recente un portavoce di Google ha ribadito:

Il nostro obiettivo è essere utili. Siamo consapevoli che non saremo mai perfetti, esattamente come la conoscenza di una persona o di una biblioteca non è mai completa.

E anche questa è una caratteristica che Borges avrebbe apprezzato: «È un errore considerare la Biblioteca di Babele come una distopia: è un imperturbabile attestato di giubilo», scrive Durham Peters. «Le lacune nella biblioteca ci mostrano che l’universo è incompleto, cosparso di macchie di eccetera». Un’immagine dell’universo che fa pensare a Internet: c’è il dark e il deep web, le reti private, classificate, protette, quello che le password nascondono, i link morti, guasti, e tutto il resto. Internet contiene vasti deserti di irreperibilità. «Il web non sa che cosa ignora», ricorda Durham Peters. Internet, come la biblioteca borgesiana, è piena di lacune. Del resto una rete non è altro che una collezione di buchi tenuti insieme da uno spago. Questa prospettiva non deve essere scoraggiante, secondo il filosofo: «Un universo di lacune è un universo in cui abbiamo qualcosa da fare».

Chiudi