Società e mercati aperti hanno reso la ricchezza e il progresso atti dovuti, ma in realtà sono una precisa scelta politica

Cominciamo da che cos’è: la globalizzazione è l’integrazione dell’economia globale, ovvero la libera circolazione dei beni, dei capitali e anche delle persone e delle idee. C’è un altro modo per dirlo: la globalizzazione è la nostra vita quotidiana.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’integrazione economica globale è uno dei pilastri dell’ordine internazionale, motore di pace e creatore di maggiore ricchezza. L’Unione europea, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, il WTO, i trattati di libero scambio, gli investimenti esteri e il flusso di persone che attraversano i confini sono elementi dello stesso progetto politico, economico e sociale. L’obiettivo di questo sistema è rendere il mondo più vicino, addirittura piatto, e sempre più connesso per facilitare ulteriormente gli scambi di cose e di persone, avvicinare culture diverse e trovare soluzioni comuni ai problemi globali. Con il crollo del comunismo e l’avvento delle grandi innovazioni tecnologiche che hanno reso tutto ancora più facile, veloce e integrato, sono stati leader di sinistra come Bill Clinton e Tony Blair a razionalizzare la nuova filosofia di governo del mondo, avviata in anni più bui e difficili dai predecessori di destra Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Il bilancio di questi decenni è straordinario: sono finite le guerre tra le grandi potenze, gli standard e le aspettative di vita sono cresciute, la ricchezza si è diffusa, l’analfabetismo e la fame sono diminuiti, le donne e le minoranze hanno conquistato diritti, gli spostamenti sono più facili, le informazioni circolano in tempo reale e ora merci, strumenti e servizi, un tempo accessibili soltanto a pochi privilegiati, sono a disposizione di tutti a prezzi irrisori, se non gratuiti (Google, Facebook, Wikipedia, la musica).

L’Economist si è chiesto: meglio essere un monarca medievale o un umile impiegato in un ufficio moderno? Il Re ha un esercito di schiavi, veste le sete più pregiate e mangia il cibo più buono, ma non ha rimedi contro il mal di denti, impiega settimane per muoversi da un palazzo all’altro, può morire a causa di una banale infezione e non ne può più di sentire sempre gli stessi buffoni di corte. La vita dell’impiegato moderno improvvisamente appare straordinaria se si pensa a dentisti, antibiotici, aerei, smartphone e YouTube. La globalizzazione non è un’ingiustizia, è un’ingiustizia essere esclusi dalla globalizzazione.

Uno dei successi paradossali dell’apertura globale è stato l’aver reso fisiologico il progresso, quasi fosse un dato assodato, atteso e dovuto, invece che la conseguenza di una precisa strategia politica, come peraltro si dovrebbe intuire dalle condizioni di vita nei Paesi esclusi dalla “globalizzazione neoliberista” come la Corea del Nord, il Venezuela o il Sudan.

Dopo decenni di sviluppo economico e civile, di maggiore libertà diffusa, di ampliamento geografico dei confini della democrazia, di innovazioni incredibili che hanno cambiato il modo di vivere, di muoversi, di far circolare idee, persone e cose, di scambiare merci, ma anche esperienze e conoscenze, be’, dopo tutto questo progresso che ha arricchito tutti e portato un miliardo e mezzo di persone fuori dalla povertà estrema ci eravamo convinti che la storia fosse finita (Francis Fukuyama), che il mondo fosse piatto (Thomas Friedman) e che le sorti dell’umanità fossero inevitabilmente destinate a un futuro fulgido. Chi avrebbe mai fermato questo progresso formidabile e, soprattutto, perché mai qualcuno avrebbe dovuto fermarlo?

EXODUS III – Londra, Regno Unito (2010)

MARCUS LYON

E quindi abbiamo ironizzato sui movimenti no global, sulle sciccherie no logo di Naomi Klein, sugli antagonismi e sui protezionismi, sui Black Bloc e sulle camicie nere, sugli anti moderni e sui nostalgici delle antiche ideologie di sinistra e di destra sconfitte dalla storia ma ancora grottescamente intente a inscenare l’eterno e paradossale teatrino reazionario del «si stava meglio quando si stava peggio». E più recentemente sull’inadeguatezza culturale dei nuovi populismi. Ma c’era poco da ridere.

Il mondo occidentale, e non solo, assiste a una rivolta ampia e per la prima volta credibile contro la globalizzazione. A guidarla ci sono il nazionalismo isolazionista di Donald Trump e il vaffa di Beppe Grillo, l’estrema destra in Austria e Podemos in Spagna, il socialismo americano di Bernie Sanders, l’autoritarismo di Viktor Orbán in Ungheria, lo sciovinismo di Salvini e Le Pen in Italia e Francia, i referendum per uscire dall’Europa in Gran Bretagna, l’eterno immobilismo italiano, le tirate anticapitaliste e antimoderne del Papa e la maggioranza dei giovani americani che nella patria del capitalismo dichiara di non credere nel capitalismo. Con l’eccezione di Matteo Renzi, e del suo tenace ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda, e di Manuel Valls ed Emmanuel Macron in Francia, sembra che non ci sia nessun leader politico disposto a spiegare i vantaggi della globalizzazione. Nemmeno Hillary Clinton. Neanche adesso che la globalizzazione non è più solo un affare di governi, multinazionali e istituzioni finanziarie, ma grazie alle piattaforme digitali anche di piccoli imprenditori, artigiani e individui che possono parteciparvi direttamente.

È successo che la crisi finanziaria del 2008 ha creato vincitori e vinti, i salari della classe media si sono fermati, la torta da spartirsi è diventata più piccola e i populisti sono riusciti a sostituire la tradizionale divisione tra sinistra e destra con una battaglia tra élite cosmopolite e sciovinismo, ha spiegato Mark Leonard dell’European Council of Foreign Relations. Chiunque abbia perso un lavoro perché la fabbrica è stata delocalizzata, o per qualsiasi altra ragione, sa che la colpa è della globalizzazione, ma nessuno le riconosce che con gli stessi soldi di un tempo oggi si possano comprare più vestiti, più giocattoli, più tutto, ha scritto l’economista Larry Summers. E, ancora, la grande disponibilità globale di merci, beni e servizi non è solo merito di bravi e capaci imprenditori, ma dei trattati di libero commercio firmati per consentire una maggiore facilità di scambi.

La cosa certa è che il problema politico, istituzionale e ideologico c’è, non si può far finta di non vederlo. Il problema è che nessuno ha ancora elaborato una dottrina adeguata ai tempi e capace di parlare, per esempio, alla generazione dei «nativi globali» che oggi non si rende conto di quanto sia misera e ingiusta l’alternativa alla globalizzazione. Le democrazie di mercato non possono aspettare che il ciclo si inverta e che le classi medie occidentali tornino a prosperare ai ritmi degli anni passati, anche perché potrebbe non accadere. Devono riformare le istituzioni per prendere decisioni più veloci, pensare a un nuovo modo di calcolare il Pil, garantire che la globalizzazione non sia un espediente creato dalle élite per le élite, e far tornare cool l’ottimismo.

Chiudi