Magazine / Fogliettone

Confessioni di un neoassunto della “buona scuola”

di Mario Fillioley
illustrazioni di MARÍA CORTE
IL 82 17.06.2016

Un anno alle prese con il modello didattico collaborativo: bello e stimolante, per gli insegnanti. Ma forse per i ragazzi sarebbe più utile avere professori un po’ più stronzi

Sto per completare l’anno di prova come insegnante di una scuola pubblica, quindi diciamo che ho fatto più o meno nove mesi dentro un’aula, alle medie. Non sono tanti, per cui non è che abbia titolo per parlare di didattica, però il Miur ha voluto che su questi nove mesi ci riflettessi parecchio: ho riempito questionari on line, documentato le attività fatte in classe, partecipato a corsi di formazione e a due incontri all’ufficio scolastico provinciale, poi dieci ore di osservazioni peer-to-peer tra me e la «tutor accogliente», e vari altri obblighi previsti per i neoassunti della “buona scuola”, quindi vuoi o non vuoi un’idea ho dovuto farmela.
In sintesi, durante l’anno di prova ti viene ripetuto spesso quello che da anni Franco Lorenzoni o Giacomo Stella scrivono nei loro libri: se non sei un adulto in ricerca, la scuola non è il posto che fa per te. Alla scuola non servono detentori di chissà quale sapere, ma «facilitatori», intermediari fra gli studenti e le competenze che dovranno acquisire: in classe porrai delle questioni e assisterai gli studenti nel loro dipanarle. Questa cosa ti esalta, hai la sensazione di essere stato assunto al CNR e quando entri in aula vorresti tanto indossare un camice bianco: guiderai questo gruppo di giovani menti, ti dici, e lo farai tramite una didattica collaborativa, di gruppo, tra pari, abbandonando ciò che credevi di sapere e finendo con lo scoprire che il primo apprendimento è proprio il tuo. Bene, bello. Però a un certo punto ti devi per forza chiedere: ma sono un adulto in ricerca io? Be’, sì, mi sono risposto, è una vita che non ci capisco niente, quindi direi che sono abbastanza in ricerca, e in effetti, come credo accada da sempre a molti disadattati, dentro l’aula mi sento piuttosto a mio agio. Così la tesi del miur mi è sembrata ragionevole da subito: del resto bastano due ore per rendersi conto che qualunque restaurazione è utopica, che l’insegnante autoritario, dispensatore di lezioni frontali, è improponibile, nessuno può più pensare di farlo, indietro non si torna, e gli studenti di oggi ignorano perfino la possibilità che l’insegnante sia qualcuno da stare a sentire, perché questa presunta autorevolezza è scomparsa dovunque, a cominciare dalla famiglia, guidata più da fratelli maggiori che da genitori veri e propri, e quindi non si capisce per quale motivo dovrebbe sopravvivere a scuola. E allora mettiamoci a collaborare, poniamo questioni e proviamo ad assistere gli studenti nei loro tentativi di dipanarle, che la didattica sia il più «laboratoriale» possibile, come dicono le linee guida, cioè una specie di opuscolo dove le «competenze» che i ragazzi devono acquisire hanno nomi suggestivi come «imparare ad imparare». Perciò io tutte le mattine, per nove mesi, sono entrato in classe e ho cercato di «facilitare» gli studenti nel loro personale percorso di apprendimento, ho congegnato dei «compiti unitari di realtà», piccole prove, cioè, in cui i ragazzi fossero alle prese con un problema pratico, da risolvere trovando soluzioni adatte, verificando l’aderenza dei risultati agli obiettivi iniziali, modificando le strategie. Una cosa stimolante, che mi faceva sentire un adulto in ricerca. Certe volte restavo a bocca aperta: uno dei ragazzi più distratti o meno incline alla classica esposizione orale o scritta, se ne usciva con un’idea svelta, risolutiva. Che bel lavoro, ho pensato in quei momenti. In quei momenti. Quanti? Due, tre in un anno. Per la quasi totalità dei giorni questo bel modello cognitivo si è scontrato invece contro uno scoglio: difficilmente, e solo per dei brevi istanti durante la giornata, gli studenti sono «in ricerca». Ammesso che io insegnante lo sia (e certe volte è stato difficile liberarsi di quel poco che avevo studiato con fatica, perché la fatica è un imprinting da cui ci si libera solo con altra fatica), non è affatto detto che lo sia anche chi dovrebbe ricercare con me. Specie se ha dodici anni. A dodici anni, se ci pensi, più che in ricerca sei un po’ presuntuosetto: quel poco che sai, o che pensi di sapere, ti pare tutto ciò che c’è da sapere, e che Colombo sia partito con tre caravelle da Palos è assodato al punto che googlare Niña, Pinta e Santa Maria è superfluo. Si dirà che allora il compito dell’insegnante diventa mettere in questione il sapere acquisito, porre gli studenti di fronte all’evidenza che un conto è credere di sapere e un conto è sapere davvero, che la verità è una soglia irraggiungibile e che tutto ciò che si può fare è misurare le proprie conoscenze con la migliore approssimazione possibile. Certo. Ma come fai a mettere in questione qualcosa che ti viene dato per acquisito senza ricorrere al tuo bagaglio di nozioni acquisite? Se devo far sorgere il dubbio che le caravelle non fossero tre, perché ad esempio una delle tre in realtà era una caracca un po’ mascherata da caravella, come faccio a non palesare ai ragazzi di sapere qualcosa in più di loro? È vero, posso lanciare il sasso e nascondere la mano, istillare il dubbio e poi vedere se ne vengono a capo, ma non è un atteggiamento da maestre elementari primo Novecento? Quelle che per aiutarti ti dicevano le iniziali di una parola, tipo il poeta di Recanati è Leo… e tu andavi in confusione e dicevi Leonardo Da Vinci? So qualcosa in più rispetto allo studente, però non gliela dico: e mentre io li rallento con i miei sadici suggerimenti, c’è Google che se ne sta là, disponibile, pronto a dirgli tutto senza nessuna reticenza.

Finisce che più che essere un adulto in ricerca divento un adulto che gli fa le ricerche: va bene, chiediamo a Google, proviamo a scrivere «caracca», magari saltano fuori dei disegni, ecco venite qua, accendiamo la LIM, ma quanto era lungo lo scafo di una caracca? E quello di una caravella? Quanti alberi avevano? E delle tre qual era l’imbarcazione che affondò per prima? Su quale delle tre quel furbastro di Colombo preferiva viaggiare? Mi vedete? Vi siete accorti di come faccio io? Io sono in ricerca, fate come me, io non lo so cos’è una caracca, però sto riformulando le domande, così magari lo scopriamo insieme, il segreto è farsi le domande giuste, se puoi fare la domanda significa che da qualche parte c’è già la risposta: bella questa, prof, l’ha detta lei? ora la metto come status su WhatsApp.
Non è una lezione frontale, però io li guardo e mi sembrano annoiati lo stesso, tale e quale a come ero annoiato io quando il professore, il sabato all’una e venti, dieci minuti prima che suonasse l’ultima campanella della settimana, mi rifilava parola per parola tutto il commento del Sapegno. Come mai, mi chiedo in questi ultimi giorni di scuola: eppure stiamo montando un video su Colombo, abbiamo scoperto che non fu il primo ad andarci, che in alcuni dipinti molto antichi c’erano disegnati gli ananas, abbiamo inserito la foto di un’imbarcazione fenicia adatta agli oceani almeno quanto quella bagnarola della Pinta, caracca o caravella che fosse. Forse sono gli studenti che non sono in ricerca, dico alla mia tutor, la collega che mi affianca nell’anno di prova. «Mah», mi fa lei, «allora significa che lo devono diventare, e che devi farceli diventare tu». È vero, penso, sennò che io ci sto a fare qua? Il pozzo di scienza? Allora mi metto a stilare una casistica mentale: qualche adulto in ricerca lo conosco, magari pochi, però li conosco, altri non li conosco ma li leggo sui blog, sui giornali, sui libri, di adolescenti in ricerca invece non ne conosco manco uno, non ne ho conosciuti, non me ne vengono in mente, a parte qualche personaggio letterario un po’ inquietante, tipo Holden Caulfield, un disadattato che magari poi da adulto sarà finito a insegnare alle medie. Per la verità mi ricordo che una volta il mio compagno di banco chiese al professore di italiano che cosa significasse la parola “deissi”, e quello, poverino, in tutta onestà gli disse: «Senti, è qualcosa che ha che vedere con gli articoli determinativi o gli aggettivi dimostrativi, non mi ricordo, vai a prendere il vocabolario in aula studio, che lo cerchiamo insieme». Il mio compagno di banco si alzò, ma prima di andare mi disse all’orecchio: «Questo qua è una bestia, non sa niente».

A mensa tollero che i ragazzi usino il cellulare. Loro sono contenti, però io non mi sento la coscienza a posto, visto che per autorizzarli sfrutto un vulnus nel patto d’aula: il cellulare a scuola non si può usare, va bene, ma la mensa è scuola? La tutor m’ha detto: «Dipende, se cadono e si fanno male è scuola, se qualcuno si strozza col cibo è scuola, quindi insomma non è aula ma è comunque scuola». Boh, ho pensato io, comunque non è aula, quindi niente patto d’aula: che usino i cellulari, così almeno riesco a mangiarmi in pace i bastoncini di pesce. La controindicazione è che alcuni giocano a “4 immagini 1 parola”: sul display compaiono quattro foto con sotto delle lettere, alcune c’entrano con la parola che unisce tutt’e quattro le immagini, altre sono là solo per farti confondere. Non è facile, e poi loro urlano, si tirano le molliche di pane, strisciano le sedie per terra apposta per fare rumore, non ti puoi concentrare bene. Quando si arenano su un livello vengono da me e dicono: prof che parola è? Se non la trovo, loro ridono e pensano che rubo lo stipendio: questo qua è una bestia, non sa niente. Secondo me al preadolescente gli adulti in ricerca stanno un poco sul culo, penso mentre spremo il limone sui bastoncini di pesce: vuole sapere qual è la parola che unisce le quattro immagini, e non vuole perdere tanto tempo per capire se la Niña era una caravella o una caracca, preferirebbe che glielo dicesse l’insegnante, così a completare il PowerPoint potrebbe starci cinque minuti anziché due ore, e passare il resto del tempo a sparare palline di carta insalivata tra i ricci foltissimi di quella in secondo banco. «Tu in tutto questo come ti poni?», chiedo alla mia tutor. «Ah no», mi fa lei, «io se qualcuno usa la penna come una cerbottana lo mando in presidenza». Va bene, penso io, del resto siamo adulti in ricerca, e adesso la mia ricerca è trovare una mediazione tra questo loro bisogno di vedermi come una divinità onnisciente e il mio ruolo di traghettatore d’anime verso l’«imparare ad imparare». Quando non trovo subito la parola mi sento in imbarazzo, per uscirne faccio uno sguardo torvo, fisso lo studente dritto negli occhi e gli dico: ma tu lo sai che qui a mensa è esattamente come se fossimo in aula? Chi te l’ha dato il permesso di usare il cellulare? Dammelo che te lo sequestro! In quel momento mi percepiscono come ingiusto e borioso, e devo dire che a volte mi beo di questo loro giudizio: tiè, penso, beccati un po’ di bieco autoritarismo, visto che l’adulto in ricerca non ti piace. Non ne sono sicuro, però mi pare che quest’atteggiamento produca anche in loro un certo tipo di soddisfazione, quella di quando un nostro pregiudizio trova conferma: quindi è vero che tu in quanto adulto, in ricerca o no, sei comunque uno stronzo. Forse bisognerebbe fare sempre così, con coerenza, dal primo giorno di asilo fino alla tesi di dottorato, penso mentre provo a rispondere a uno dei questionari dell’Indire: «Quali sono le problematiche che hai pensato di affrontare?». Oddio, penso, che problematiche? Le mie? No, perché io, come insegnante neoassunto, mi sa che sono un po’ ondivago: didattica laboratoriale, cooperative learning, va bene, però certe volte ti aggrappi ai modelli che hai avuto, per quanto siano ormai in estinzione, non ne puoi fare a meno, ti scappa, e con un certo sconforto ti accorgi che sono i momenti in cui risulti più credibile, quelli in cui di colpo ti viene riconosciuto il ruolo di guida e di facilitatore che, quando indossi i panni dell’adulto in ricerca, fai fatica a mantenere. Ho fatto leggere questa risposta alla tutor: «Che hai scritto?», mi ha detto lei, «e poi a scuola non abbiamo bisogno di insegnanti ondivaghi, ci servono adulti in ricerca, sei in ricerca tu?». Forse no, ho pensato io, però non ho risposto, sono mesi che ho paura a rispondere alle domande dell’Indire: a quella sulle problematiche alla fine ho risposto che intendo avvalermi del quinto emendamento. «È che certe volte la parola di “4 immagini 1 parola” proprio non mi viene», dico alla mia tutor. «Che?», mi fa lei, «quale parola?». Mi sa che lei il vulnus non lo sfrutta, penso io. Comunque l’altro giorno sono tornato a casa stanco, ero stato a mensa: avevano finito i limoni e senza limone i bastoncini di pesce sono immangiabili, in più avevo faticato un sacco a trovare le parole di quel giochino, perciò al posto di aprire il sito dell’Indire ho aperto YouTube e ho visto che all’Università di Catania gli studenti avevano incontrato il ministro Boschi. Uno di loro aveva fatto un bell’intervento argomentato, ma anche compiaciuto: sapeva di sapere, ed era sicuro di sapere un sacco di cose. Il ministro gli aveva risposto da adulto in ricerca: hai detto cose interessanti, però adesso guarda, ti allargo un poco il quadro della questione, così magari ci accorgiamo che il problema è più complesso, bisogna tenere conto anche di altre variabili, per esempio queste, spostiamo il punto di vista, arricchiamolo. Non ha funzionato: lo studente aveva la verità in tasca, voleva continuare, dimostrare il suo preconcetto. È ancora adolescente, ho pensato, quindi forse non è tanto in ricerca. A un certo punto un docente dell’università gli si è rivolto chiamandolo per nome: senti Alessio, vedi di chiudere l’intervento. Quindi pure all’università sono un po’ ondivaghi, ho pensato io. Alessio però non chiudeva, allora è intervenuto il rettore, dandogli del lei: questo non è un dibattito tra pari, adesso stia zitto e ascolti la replica del ministro, così magari impara qualcosa. Mentre lo diceva, il rettore sembrava contento di farsi un po’ odiare. Lo studente invece ha risposto piccato: va bene rettore, prendo atto del suo atteggiamento. Magari Alessio non lo sa, ho pensato, però se un giorno dovesse diventare un adulto in ricerca lo dovrà un poco anche a quello stronzo del rettore.

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