Lo scrittore di origine russa ha condotto per anni giochi elusivi di finzione letteraria. Ha usato la satira e l’ironia come una corazza. Poi, nel 2014, si è messo a nudo nel memoir “Mi chiamavano piccolo fallimento”. E adesso?

Gli alter ego di Gary Shteyngart sono goffi ebrei alla ricerca – spesso frustrata – del piacere. Nell’esordio, Manuale del debuttante russo (2002), Vladimir (nome rivelatore per uno scrittore russo nato a Leningrado che ha scritto in inglese come Nabokov) si innamora di una ricca dal nome italiano, Francesca, e sfrutta il proprio esotismo di ebreo russo scampato al comunismo per fare strada nell’alta società newyorchese… In Absurdistan (2006), il figlio del 1.238esimo uomo più ricco di Russia si perde in una delle ex Repubbliche Sovietiche e – esperto di vizi – diventa ministro del Multiculturalismo… Infine, nel futuro prossimo in cui è ambientato Storia d’amore vera e supertriste (2010), Lenny, «uomo minuto con un viso grigio da corazzata affondata, occhi umidi e curiosi, un’enorme fronte lucida su cui una dozzina di cavernicoli avrebbero potuto dipingere qualcosa di bello, una falce di naso appollaiata in cima a una boccuccia imbronciata», si innamora di una giovanissima coreana americana e la corteggia disperatamente mentre l’America, indebitata fino al collo, rischia il default sotto la minaccia cinese del ritiro dei capitali.

Al netto della satira sociale con cui ha descritto gli arrivisti, gli arricchiti e gli schiavi del credito al consumo, e nonostante la comicità dei suoi romanzi faccia dei suoi protagonisti le vittime designate della commedia umana degli equivoci, le storie di Shteyngart lasciano sempre il ricordo del piacere, sia sognato che vissuto. In questo senso potrebbe essere divertente fare la posta all’autore russo-americano durante il suo sbarco a Capri per il festival Le Conversazioni. Vederlo mangiare e conversare a cena con l’alta società caprese, come il suo Vladimir.

Vederlo dal vivo potrebbe anche aiutarci a capire se il suo personaggio pubblico buffonesco, strampalato, edonista, molto simile ai suoi anti-eroi, è sopravvissuto all’uscita del suo memoir, Mi chiamavano piccolo fallimento (2014), con cui per la prima volta, al quarto libro, ha deciso di spogliarsi della corazza dell’ironia: «In molte occasioni, nei romanzi, mi sono avvicinato a una certa verità per poi distogliermene subito, indicarla con una risata e correre a mettermi in salvo. Avevo promesso a me stesso che in questo libro non avrei indicato niente. La mia risata sarebbe stata intermittente. Non ci sarebbe stata salvezza» (entrambi i brani citati sono tradotti da Katia Bagnoli per Guanda, editore italiano di tutta l’opera).

Gary Shteyngart a Piazzetta Tragara

Dopo le tappe di Bogotà, New York e Roma, Le Conversazioni, il festival letterario ideato da Antonio Monda e Davide Azzolini, approda come da consuetudine a Capri, a Piazzetta Tragara. Dialogheranno sul tema della diversità i protagonisti dei due weekend di incontri: la messicana newyorkese d’adozione Valeria Luiselli (24/6), il giallista Donato Carrisi (25/6), lo scrittore di origini russe Gary Shteyngart (26/6), la libanese Hanan Al-Shaykh e la saggista americana Erica Jong (1/7), l’autore di “Città in fiamme” Garth Risk Hallberg (2/7) e il jamaicano, vincitore del Man Booker Prize 2015, Marlon James (3/7).

Dal 24 giugno al 3 luglio
Capri (Na)

Le Conversazioni

leconversazioni.it

Prima del suo memoir, Shteyngart ha preso in giro in ogni modo possibile la figura dello scrittore americano. Lontano dalla purezza o il puritanesimo dei connazionali affermati dell’ultimo decennio, si è coperto di ridicolo in tanti modi. Per il terzo romanzo, ha girato un book-trailer con James Franco in cui relativizzava il proprio ruolo di insegnante di scrittura creativa. Negli anni ha scritto blurb sempre più strampalati per romanzi altrui (me incluso) e ha partecipato a un documentario demenziale sulla propria arte di scrivere blurb. Nella scena letteraria newyorchese è sempre parso una figura inafferrabile, persa in un gioco altrettanto letterario ed elusivo di quello – più signorile ma altrettanto russo e lost in translation – di Nabokov.

In Mi chiamavano piccolo fallimento si racconta la storia di un bambino dalla salute debolissima, adorato dai genitori, che cresce con ideali puri e la passione per i libri e l’arte, in una Leningrado sobria e piena di spifferi potenzialmente letali per la sua asma. Da lì, la sua famiglia russa ebrea riuscirà a partire per l’Occidente alla fine degli anni Settanta grazie a un accordo Usa-Urss che prevede uno scambio grano/ebrei russi tra le due superpotenze. Dopo un soggiorno intermedio a Roma, che comprende fantastici giretti del bambino per il mercato romano di Porta Portese a vendere souvenir sovietici comprati con entusiasmo dalla borghesia progressista italiana, Gary, vero nome Igor, arriva in America, dove scopre i supermercati, la mobilità sociale, il conformismo della scuola, i piaceri materiali.

È una storia che presenta occasioni di comicità a ogni passaggio, ma la verità sotterranea è seria ed è per questo forse che Shteyngart ha riconosciuto di doverla raccontare con sincerità: un bambino che ha visto sia l’Unione Sovietica che l’America di Reagan che immaginazione può avere? Non ha spauracchi e non ha ideali; ha visto i miti di una parte e dell’altra, in qualche modo ha creduto a entrambi. Ricostruendo seriamente e criticamente il suo amore per Lenin e quello per il capitalismo, Shteyngart forse ha spiegato ai suoi lettori perché gli è impossibile rimanere serio: ora è al bivio – diventerà serio o tornerà all’assurdo?

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