Il tennista australiano è geniale e scostante. Se a Wimbledon avesse davvero voglia di vincere, vedremmo qualcosa di speciale

Dal 2003 a oggi soltanto quattro giocatori hanno vinto il singolare maschile di Wimbledon: sette volte Roger Federer, tre Novak Djokovic, due Rafael Nadal e una Andy Murray. Sono i Big Four, che tra alti e bassi (il pessimo 2015 di Nadal, Federer che quest’anno ha saltato il Roland Garros per la prima volta nel XXI secolo) continuano a rimanere lassù. Djokovic li ha ormai staccati tutti, ma sotto loro quattro è difficile indovinare quale sarà l’erede al trono. Forse al prossimo torneo londinese (27 giugno – 10 luglio) qualcosa potrebbe cambiare, ma chi sarebbe il candidato a rovesciare l’ordine costituito?

Due anni fa un australiano di 19 anni, numero 144 del mondo, batteva Nadal in quattro set agli ottavi di finale di Wimbledon: si chiamava Nick Kyrgios, figlio di padre greco e madre malese, e dopo un quarto di finale sull’erba inglese e uno all’Australian Open, oggi è stabile tra i primi venti del mondo. Durante la partita contro Nadal, Kyrgios a un certo punto ha colpito una palla portando la racchetta in mezzo alle gambe, dietro la schiena, improvvisando nel trovarsi fuori posizione: ne è venuta una palla corta a tradimento che ha preso in contropiede Nadal, che non si è neanche mosso per provare a recuperarla. Dopo l’improbabile vincente, Kyrgios ha allargato le braccia con volto impassibile, annuendo diverse volte con il fare smargiasso di un rapper.

Sin da quella partita Kyrgios è stato celebrato, eletto a futuro padrone del tennis, odiato. Impreca, butta a mare le partite, poi ritorna geniale; non segue un pattern da promesso campione, come i vari teenager predestinati del passato. Allora lo si accusa di immaturità, presunzione, vanità: l’anno scorso è stato messo al rogo perché in una partita con Stanislas Wawrinka ha bofonchiato tra sé e sé, dimenticando che un campo da gioco è pieno di microfoni, che un altro tennista era andato a letto con l’attuale fidanzata dello svizzero; poche settimane fa ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di giocare fino a trent’anni, e che se potesse tornare indietro preferirebbe il basket.

LaPresse

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Non è la dolenza letteraria di Andre Agassi, che nella sua autobiografia Open confessava di aver sempre odiato il tennis, è l’arroganza acerba di un giovane atleta che nell’era della sovraesposizione mediatica cerca di crearsi la propria mitologia, con frasi a effetto e cuffie Beats By Dre all’ingresso in campo. «Play by your own rules», lo slogan con cui Nick fa campagna per l’azienda. «Non ce la faccio a rimanere concentrato a lungo, non riesco a prenderla sul serio», ha detto di recente. «Una settimana sono motivatissimo, l’altra per niente. A volte sono troppo creativo, quando dovrei solo fare cose semplici. Mi diverte, mi tiene viva la voglia di giocare».

Se Kyrgios fosse animato dall’agonismo ossessivo dei grandissimi atleti, da quella perenne fame di perfezione che pochi raggiungono, sarebbe già uno dei protagonisti assoluti del tennis mondiale. Entra in campo per sbaraccare una sfarzosa tavola apparecchiata, gioca per lasciare l’avversario immobile di fronte ai suoi colpi circensi, non per logorarlo con ore di scambi da fondo. Quando Kyrgios è in giornata il campo sembra avere misure diverse: tiene in mano la racchetta come uno strumento estraneo, ogni colpo per lui è un altro modo per rovinare il rito del tennis così come lo conosciamo. Forse a Wimbledon la sua voglia di vincere durerà più di uno o due giorni, e allora potremmo veder succedere qualcosa di diverso, qualcosa di molto speciale.
 

Dal 27 giugno al 10 luglio
Londra

Wimbledon

wimbledon.com
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