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Mugello, l’ultimo grande rave

di Daniele Rielli
fotografie di SIMONE DONATI
IL 82 16.06.2016

«Al Mugello non si dorme». È lo slogan del “popolo giallo”, i devoti di Valentino Rossi radunati per il MotoGp. Abbiamo passato una notte in tenda con loro, tra roghi e motoseghe

La pianificazione è andata avanti per mesi, attraverso un gruppo di WhatsApp. Correva via 3g una cospirazione di stampo motociclista finalizzata a presenziare al Gran Premio d’Italia 2016 del MotoGp, quello della possibile, grande rivincita di Valentino Rossi. Si trattava d’infilarsi nel centro esatto di quello che i giornali di solito liquidano come una specie di allegro sfondo colorato racchiuso nelle formule “grande atmosfera” o “popolo giallo”, oppure sintetizzano con un numero di quelli che non riescono a rappresentare nemmeno lontanamente ciò che indicano: centomila persone.

La prima cosa che penso una volta fuori dalla tenda con vista notturna sulle curve dell’Arrabbiata, è che sarebbe più corretto parlare di ultimo grande rave italiano. La notte prima del Mugello però non si suona house, techno, o drum and bass, ma motoseghe. O meglio: c’è anche musica, più o meno ovunque, ma la competizione fra dj con i muri di casse e le Husqvarna, la vincono a mani basse le seconde. Da qui si origina lo slogan ormai mitologico: «Al Mugello non si dorme» scandito ad ogni angolo, ad ogni ora: la promessa d’insonnia è la prima regola del fight club degli amici della miscela. Il biglietto d’ingresso è quello Night&Day per il prato, ovvero tutto ciò che circonda il circuito e non è né tribuna né paddock; le tende sono ovunque, anche fuori dai bagni, così come i camper.

Il pratone è una specie di anello incompleto, manca un lato, un accampamento lungo chilometri in cui gruppi di ragazzi camminano agitando le motoseghe, private della cinghia e della marmitta e spesso con l’aggiunta surrettizia di trombe d’amplificazione. Quando accelerano persone di tutte le età, e nell’ordine delle decine di migliaia, esultano. Alle volte le motoseghe crescono, diventano tosaerbe o veri e propri motori, di moto o di auto, smontati dai loro mezzi d’origine e uniti a scarichi lunghi un metro e mezzo, accrocchi che hanno due scopi: fare un rumore che attraversa la valle da pendice a pendice, ed emettere fiammate come draghi futuristi. Il rumore è il rumore, dotato quindi di un suo valore intrinseco, ma qui è anche la rappresentazione immobile della velocità.  Quando di giorno una moto sfreccia nella pista di sotto non si manifesta mai senza rumore, stridulo quello della Moto Tre, monotono quello della Moto Due, imperioso, grasso e per definizione più interessante, quello della MotoGp. E così ogni motosega è casino, ma è anche una preghiera e un riferimento alla sostanza divina e non replicabile della velocità. O almeno questo è quello che mi sembra perfettamente sensato al quarto vodka-tonic.

Sulla strada di servizio che circonda il circuito scorre una fiumana ininterrotta di persone, punteggiata di accenti toscani, veneti, emiliani, campani e frasi in inglese,  francese e tedesco, dentro il flusso si incuneano motorini, maxi scooter e moto, gruppi di due o tre amici sulla stessa sella, ragazze avvinghiate come zainetti al ragazzo con la moto da strada, tutti suonano i clacson e vanno veloci, i pedoni si spostano sempre in tempo. Con il passare delle ore, delle bottiglie, delle canne e degli ottani, questo levarsi infallibile di decine di migliaia di persone dalle traiettorie dei proiettili a due ruote assume per me il carattere del mistero della fede, così come la categoria di pedone che urla: «Slecca dai!» – o altre varianti regionali – invitando il motociclista che nel buio fende il pubblico ad accelerare ancora di più. Poi naturalmente ci sono le scritte, come il cartello stradale Tavullia fuori dall’accampamento del primo fan club di Vale e davanti al quale le persone si fotografano come di fronte alla grotta della natività.

Un settanta per cento buono del popolo notturno ha indosso qualcosa di giallo, gialli anche molti striscioni. Di fianco alla mia tenda: «Gallina vecchia fa buon brodo» (disponibile anche su t-shirt), ovunque preziosi aforismi contro i due spagnoli che fecero il biscotto: «Lorenzo quando cago ti penso», «Lorenzo boia, Marquez la sua troia», una gigantografia di Lorenzo dal titolo «uomo di merda 2015», striscioni e altre cose sempre sul genere vedo/non vedo. Ce ne sono anche a scopo sociale e ricreativo: «Pochi ma sbronzi», «non disturbare siamo ubriachi», o la scritta sulla strada di fronte all’accampamento «una birra per una palpata di tette».  La firma, quando c’è, è anch’essa insegnamento di vita, sebbene dei più classici: WLF. E poi ci sono i roghi.

La seconda caratteristica della notte del Mugello sono gli incendi attorno a cui si creano cerchi di gente che intona lo slogan non ufficiale sulle notti bianche o commenti sulla mamma di Lorenzo. Di giorno è stato bruciato anche un manichino di Marquez, ma di solito prendono fuoco motorini rubati, strutture dei bar, in generale qualsiasi cosa sia a tiro e anche solo vagamente combustibile. Ne sto osservando uno, di rogo, ascoltando le cose che si suppone facciano Marquez e Lorenzo le volte che si incontrano in luoghi appartati, quando dei ragazzi ci lanciano dentro un intero gazebo che prende immediatamente fuoco, una lunga lingua rossa si alza verso la luna piena.

Il simbolo del dio che si festeggia è il 46 giallo, onnipresente, sulle tende, sui camper, fuori da un accampamento di spagnoli, sui muri di casse dove dj con il cappuccio in testa mettono jungle e techno, nel  capannone dove la vocalist assicura a tempo sulla musica commerciale che «al Mugello tutto è possibile», davanti all’accampamento in cui un computer scandisce un elenco infinito di bestemmie lette da un simulatore vocale, al tavolo del camion che serve arrosticini d’Abruzzo come allo stand che versa gotti e ombre. Lo spirito di Vale è ovunque, un dio bonario facile da adorare, simpatico come di rado sono state le divinità e capace di unire perché la velocità è un tema che magari può non interessare, ma difficilmente fa incazzare, se non qualche sparuto ambientalista. Vale è una popstar, forse la più grande rimasta all’Italia e il Mugello è il suo rito sovrano, spontaneo perché non incentivato se non con il commercio di t-shirt, pratica che però il rave dell’asfalto travalica di molto.

Il messaggio del profeta di Tavullia è trasversale, nel senso che si può sposare più o meno con tutto ciò che è nazional popolare, come sembra dirmi un tizio che indossa una testa di cavallo e con le due mani regge due pali e uno striscione, la scritta, in stampatello è «W LA FIGA». I colori – blu il testo, giallo lo sfondo – sono quelli della chiesa del 46. Sotto le pendici dorme la pista, spazzata dai fari delle auto della sicurezza; nel centro esatto della valle la torre di luce della palazzina attorno al paddock sembra un’astronave aliena, indifferente al rito pagano che si celebra tutto attorno.

Incontro una coppia di ragazzi di Firenze, appena ventenni, loro Vale non l’hanno mai visto vincere al Mugello, non succede dal 2008, sperano sia la volta buona. Ross è un inglese che viene con suo fratello da un paesino a Sud di Londra, appositamente per Vale. Ama l’Italia, dice che è il posto migliore del mondo, ma in lingua per ora ha imparato a dire solo: «Al Mugello non si dorme». Marco, un meccanico di Brescia, è uno dei ducatisti, l’unico altro colore ammesso sebbene ultra minoritario. Corre con la moto da cross nel weekend, avrebbe preferito quelle da strada ma fra treni di gomme e il resto se ne sarebbero andati via 1.200 euro a domenica, insostenibile. Rifiuta una canna, il suo menu è più orientato alla sopravvivenza: «Domani mattina una stringa di cocaina e una scatola di Oki», e dice proprio «stringa».

Uno dei miei amici accasciato su una panca vomita e appena se ne accorgono dai tavoli di fianco parte il coro: «Al Mugello non si dorme/ al Mugello non si dorme», tengo il tempo con la mano e mi chiedo se Valentino Rossi abbia idea di che dimensioni abbia raggiunto il suo culto. Le pendici sono illuminate da roghi, luci, scoppi di marmitte echeggiano prima su un lato, poi sull’altro; si può camminare per un’ora buona intorno al circuito senza smettere mai di incontrare la massa compatta dei suoi fan in festa. Se sapesse cosa sono davvero i centomila, le speranze che ripongono in lui, la quantità di sbronze, d’incontri, di amicizie e di amori che nascono in suo onore, persino una popstar planetaria come lui sentirebbe un po’ la pressione, forse è un bene che la marea gialla rimanga indistinta sulle pendici.

Il mattino seguente mi sveglia l’elicottero della televisione, vola bassissimo sopra le tende, vira sulle curve dell’Arrabbiata, dopo 2-3 secondi arriva lo sciame di api incazzate delle Moto Tre. Scavalco un amico che dorme sull’erba vestito come la sera prima, occhiali da sole e braccia conserte, e mi guardo intorno alla vana ricerca del motore che ha funestato una delle mie quattro ore di sonno sgasando indefesso.

A Scarperia, il paese di fianco al circuito, stanno affluendo i tifosi da tribuna, fra loro una coppia sui quarant’anni di Reggio Emilia, lei ha regalato a lui il biglietto per il compleanno, ora chiede se dentro troveranno qualcosa da mangiare, nasconde dietro esigenze pratiche minime il timore di ritrovarsi in un covo di selvaggi. Al bar della piazza centrale sembra sia passato un reggimento di ussari, è finito quasi tutto, ma la maglietta della donna dietro il bancone illustra lo spirito: «Sta ‘harmo e Mugello MotoGp». Per la corsa ci posizioniamo sul pratone poco dopo la curva di Borgo San Lorenzo, pigiati fra le migliaia. Al warm up il promontorio si ricopre di una nebbia di fumogeni gialli, Vale saluta e le pendici, nonostante la notte in bianco, ruggiscono. Dopo otto giri, la fumata bianca della Yahama numero 46. Motore rotto. Mancano ancora quindici giri ma l’autodromo s’incomincia a svuotare. 153mila paganti il dato finale, ma la fenice oggi non risorgerà.

Il circuito del Mugello fu costruito nel 1972. Dalla seconda metà degli anni Ottanta è di proprietà della Ferrari, la prima gara del Mondiale di motociclismo fu nel 1976. È dagli anni Novanta che, una volta all’anno, ospita il Gran Premio motociclistico d’Italia. Qui, l’ultima vittoria di un italiano in MotoGp risale al 2008, quando Rossi si aggiudicò la gara per il settimo anno consecutivo. Il circuito è lungo cinque chilometri e 245 metri. I piloti fanno 23 giri, per un totale di 120 chilometri e 600 metri.
Le foto di questo servizio sono state scattate durante la realizzazione del progetto “Hotel immagine”, che documenta luoghi di aggregazione delle più disparate fedi italiane (terraproject.net). Il lavoro, realizzato dal 2009 al 2015, è stato pubblicato dal fotografo Simone Donati in un libro autoprodotto con la postfazione di Daniele Rielli.
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