“Throwing Rocks at the Google Bus” è un saggio contro la globalizzazione: rimpiange un mondo più disuguale di quello attuale

Senza equo canone il futuro fa schifo. C’è un certo numero di dipendenti di Google che ha scelto di vivere a San Francisco. Sempre attenta all’ambiente, Big G organizza per loro un servizio navetta, che ogni giorno li porta in azienda. A fine 2013, l’autobus finisce al centro di una contestazione di piazza. «L’arrivo dei “Googler” nei quartieri storici di San Francisco ha fatto aumentare gli affitti, facendo sloggiare i vecchi abitanti e gli esercenti che non partecipavano a tutta questa crescita economica. Gli autobus dotati di aria condizionata di Google ricordano l’immagine di un’invasione di trasporti spaziali che trasferiscono una razza aliena tra la Terra e la loro nave-madre».

Il nuovo libro di Douglas Rushkoff, Throwing Rocks at the Google Bus, è un saggio perfetto della fiorentissima letteratura sulle diseguaglianze. L’arrivo degli “alieni” ben plafonati di Google aveva messo in discussione uno dei più basilari diritti umani: il diritto di abitare in centro. L’imborghesirsi di interi quartieri gonfia i valori immobiliari. I proprietari alzano i canoni d’affitto o vendono, anziché accontentarsi delle vecchie pigioni. Traslocare alla ricerca di una casa alla nostra portata non è necessariamente piacevole, ma succede. Si capisce che vengano messe in discussione abitudini e modi di vita consolidati. E tuttavia per la sicurezza di quei quartieri, per l’attrattività di una città e quindi per la stessa possibilità che si creino nuovi posti di lavoro, dal barista al dog sitter, si può davvero dire che la “gentrificazione” nuoccia alla collettività? La questione è minuta, ma forse qui meglio che altrove si vede la differenza fra la lotta alla povertà, che vuol dire anche creare le condizioni per la crescita economica, e combattere le diseguaglianze, che vuol dire mettere le dita negli occhi ai ricchi.

Un saggio contro la globalizzazione

Douglas Rushkoff

Throwing Rocks at the Google Bus: How Growth Became the Enemy of Prosperity

Per Rushkoff, professore alla City University of New York e sociologo col pallino della futurologia, si rivela una metafora irresistibile. Il mondo nuovo che scalza il vecchio, i pochi privilegiati che inghiottono le case della classe media, le diseguaglianze esacerbate dal capitalismo «praticato per come è stato appreso nelle business school», scrive Rushkoff. «Stiamo utilizzando un sistema operativo economico estrattivo e finalizzato alla crescita, un sistema che ha raggiunto i limiti della capacità di essere utile a chicchessia, ricco o povero». Fermate la crescita, non ne abbiamo più bisogno! Ma che dire delle migliaia di persone che prendono un gommone rischiando la vita in mare alla ricerca di un po’ di benessere in più, pronte a tutto per comprarsi un biglietto per quel sistema “estrattivo”? Rushkoff non se ne occupa: la “crescita” è la sua bestia nera (crescita dei corsi azionari, crescita delle transazioni, crescita dei volumi di “likes” sulle grandi piattaforme) perché non leva lo sguardo dal cortile dell’Occidente.

Gratta il rivoluzionario e trovi il nostalgico. Rushkoff rimpiange l’epoca in cui «la gente poteva scambiare non solo beni, ma anche idee». Era il mondo prima della fabbrica, prima della rivoluzione industriale, prima degli abiti confezionati, dei biscotti in scatola, dell’automobile e dei telefoni. Da principio internet gli assomigliava: era una «economia peer-to-peer, qualcosa di simile a eBay o Etsy, nella quale l’attenzione ai rapporti umani e alla reputazione produceva attività economiche migliori».

Ecco la strada non presa: la Rete avrebbe potuto essere un gigantesco mercato del contadino, ora persino internet è tutta un supermercato.

EXODUS II – Dubai, Emirati Arabi Uniti (2010). I veicoli a motore rappresentano quella libertà individuale di movimento che proprio l’eventuale esaurimento delle risorse potrebbe condizionare. Qui, un fiume di auto in uno dei paesi che basano la loro economia proprio sul petrolio

MARCUS LYON

Questo è vero e non è vero, lo stesso Rushkoff non si è chiarito le idee, ogni tanto ci dice che il modello tradizionale d’impresa, alias l’impresa che vuol fare profitti, ha i giorni contati (e allora di che preoccuparsi?), ogni tanto intravede il precipizio in cui la nostra ossessione per la crescita ci starebbe trascinando. Da buon guru Rushkoff deve vendere un “modello”: ma la verità è che Amazon, che è il supermercato del mondo, coesiste con eBay, che è il mercatino del mondo, e lo stesso consumatore una volta va dall’uno e una dall’altro.

Per Rushkoff, la divisione del lavoro pre-industriale sarebbe in qualche modo “orizzontale”, equa: un mondo di artigiani, capaci cesellatori del proprio prodotto, che barattano l’uno con l’altro. L’industrializzazione sarebbe stata uno sforzo degli antichi feudatari per riaffermare il proprio potere: la fabbrica come nuovo luogo del nuovo servaggio. Che le cose siano andate così o meno, a Rushkoff interessa poco. La sua è una critica alla produzione di massa, alla divisione del lavoro per come si fa nella fabbrica degli spilli di Adam Smith, alla natura alienante di un mondo nel quale ciascuno contribuisce giusto un pezzettino del prodotto e non ha il piacere di realizzarlo da cima a fondo. Eppure il mondo pre-industriale era un mondo di poveretti. Negli attuali Paesi Ocse, l’aspettativa di vita alla nascita è passata da 30 anni nel 1700 a circa 77 anni oggi. Questo non è un fatto privo di correlazioni con quel terribile sistema “industriale” che Rushkoff attacca con tanto ardore. Immaginiamo se internet fosse davvero un gigantesco mercato del contadino. Quante transazioni avverrebbero? Quante merci troverebbero un compratore, quali richieste del consumatore otterrebbero soddisfazione?

Un saggio prudente sulla globalizzazione

Branko Milanović

Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization

Gli scambi aumentano quando diminuiscono i costi delle transazioni: tutti quei costi relativi, per esempio, all’informarsi sulla effettiva disponibilità di un certo bene. Pensiamo alla birra, uno dei simboli della riapparizione dell’artigianato a spese dell’industria. In una manciata di anni siamo passati da un mercato presidiato da poche grandi aziende a una cornucopia di micro-produttori. È il caso di celebrare il ritorno alla «produzione locale, su scala umana, che conduce a un inferiore sfruttamento dei lavoratori e produce prodotti migliori e più sani»?

Forse dovremmo chiederci perché le micro-breweries esplodono in piena globalizzazione. Oggi si trovano bionde artigianali italiane negli alberghi di Las Vegas, e Pale Ale dell’Oregon sul lago di Como. Non è che, a differenza della Peroni, la birra artigianale sia lecito aspettarsela dalla benevolenza del birraio. Essa ci viene da fenomeni complessi: un cambiamento nel gusto, e quindi nella domanda di mercato; l’aumento della disponibilità di spesa da parte dei consumatori (la terribile “crescita” economica); ma anche un drastico abbassamento dei costi di transazione. Non solo ormai informarsi sui prodotti di nicchia richiede giusto un clic: anche farli viaggiare costa una frazione di quello che costava in passato. La produzione “locale” ha trovato un mercato “globale”.

BRIC V – Shanghai, Cina (2009). All’inizio degli anni Novanta il Pudong District di Shanghai era ancora un terreno agricolo suburbano

MARCUS LYON

Rushkoff ricorda al lettore che, «celati dietro alla maschera della tutela del consumatore, gli <em>incumbent</em> creano regolamentazioni che rafforzano il loro monopolio». Giustissimo. Se anche il regolatore fosse un santo, la regolazione sarebbe fatta a misura degli attori “che ci sono”: non di quelli che devono ancora debuttare sul mercato.  Non c’è liberista vagamente in sé che creda che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Rushkoff punta il dito verso tutta una serie di fenomeni, a cominciare dall’inflazione di “likes” e strumenti simili che oggi contribuiscono a forgiare la percezione del valore di un’azienda, che suscitano perplessità: se non altro perché pochi di noi li comprendono. “Big Data” è una di quelle espressioni di cui l’uso andrebbe tassato severamente, l’impressione è che tanto più ce ne riempiamo la bocca tanto meno siamo sicuri di quello che vogliamo dire. Ma Throwing Rocks at the Google Bus, che è scritto decisamente con più garbo ed intelligenza del manifesto anti-neo-liberista tipo, sorprende per l’approccio, quello sì, “aristocratico”. La globalizzazione ha liberato centinaia di milioni di lavoratori cinesi dalla povertà: però è tutta gente che fabbrica capocchie di spillo 3.0, non pianoforti a coda. Chisseneimporta se nei Paesi in via di sviluppo trent’anni fa metà della popolazione viveva con meno di 1,25 dollari al giorno e ora siamo a meno di un quarto. Bisogna salvare l’identità del lavoratore occidentale, che dovrebbe essere in pieno controllo del processo di produzione e scambio: non un salariato al servizio di un progetto altrui. Ma siamo davvero sicuri che i nostri simili preferirebbero essere, ciascuno nel suo piccolo, un po’ come uno che scrive un articolo, e decide sia l’inizio sia la fine, e che invece non abbiano altre preoccupazioni? Non conta nulla poter comprare o meno beni e servizi, e se possibile beni e servizi di qualità crescente a prezzo calante?

Un saggio a favore della globalizzazione

Deirdre McCloskey

Bourgeois Equality: How Ideas, Not Capital or Institutions, Enriched the World

Per Rushkoff la distruzione creatrice può essere redenta solo “deindustrializzandola”, cioè levando di mezzo quel processo di continua sostituzione del lavoro umano con le macchine che mette a rischio la nostra società. Sono solo 250 anni che si annuncia la fine del lavoro. Bisognerebbe prendere atto che il mondo ha cominciato a cambiare quando Adam Smith ha potuto scrivere che «il fine di tutta la produzione è il consumo». Le necessità dei singoli si sono insediate al centro della vita economica. Possono andare al mercato del contadino o all’iper, ma i consumatori sempre persone sono. Persone che i produttori corteggiano incessantemente, per conquistarne la preferenza. Questo fa sì, per esempio, che pochi grandi artisti s’impongano nella competizione internazionale mentre altri fanno la fame, che alcuni prodotti “di massa” si vendano a milioni, quando manufatti artigianali, magari realizzati con più perizia, restano invenduti? C’è qualcosa di intrinsecamente ingiusto in una “distribuzione del successo” in cui la differenza la fanno i volumi?

Ci sono alla fin fine due modi per guardare il mondo. Quello di chi si scandalizza per i soldi che fa Lady Gaga, che rimpiange il fatto che tanti artisti emergenti non avranno mai un briciolo della sua fama, che vorrebbe ridistribuire i redditi e, se solo si potesse fare, il gradimento del pubblico. E quello di chi pensa che magari Lady Gaga non sarà Chopin ma se al mio vicino di casa piace tanto ascoltarla, chi sono io per impedirglielo?

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