Stiamo entrando in una nuova epoca: robotica, connessa, globale. Ragioniamoci un po’ su, ma senza toni da ultras

Siamo alle soglie di una nuova era dove bracci robotici serviranno patatine, assembleranno cellulari e faranno la spesa; con la spazzatura si costruirà il mondo; i popoli si sfameranno con cibo artificiale dagli aromi artificiali; ogni città senza un vero piano regolatore diventerà uno slum; il rapporto tra lavoro, guadagno, realizzazione e potere d’acquisto andrà completamente ripensato. E poi, le auto elettriche. E i chip sotto la pelle.
Siamo alla fine di un’altra era, quella della rivoluzione industriale, dei partiti di massa, del benessere diffuso, della lotta progressiva per i diritti, dell’obiettivo della piena occupazione, dei vaccini, del packaging, delle discariche.
Da un’epoca all’altra andremo non perché qualcuno sta “facendo male” qualcosa: non dipende dall’amministrazione pubblica corrotta, non dipende dalla mafia, non dipende da un singolo ministro incompetente, non dipende da un singolo licenziamento ingiusto: stiamo andando da un’altra parte e basta – ad alcuni fa una paura tremenda, per altri è elettrizzante.
Rieduca il corrotto, migliora il servizio pubblico, cancella l’evasione fiscale e il licenziamento ingiusto: siamo comunque diretti verso un mondo di robot intelligenti, il che vuol dire che il nostro mondo va completamente ripensato. L’accelerazione del processo industriale e dell’innovazione tecnologica, la messa in comune dei saperi, l’economia della condivisione non dipendono dalla malafede di alcuni ma da quello stesso processo che ci ha portati dai monasteri benedettini al rinascimento all’illuminismo al positivismo e ai diritti civili: un approccio razionale ai nostri bisogni e ai nostri desideri, alla ricerca di soluzioni per soddisfare i primi e realizzare i secondi.
Ora però a volte ci sembra troppo: il futuro fa paura. Stanno sparendo troppe cose a cui eravamo abituati e non ci va di pensare che tutto dipenda dall’economia e che l’economia dipenda dalla tecnologia cioè dagli Scienziati Pazzi. Ora forse vorremmo interrompere quel movimento che ci ha portati allo streaming e a pagare le bollette dal divano.
Parliamone. Condivido la paura di chi ha paura e la curiosità di chi vuole vedere dove stiamo andando.
Questo movimento verso il futuro richiede intellettuali e commentatori e un’opinione pubblica pronte a ragionare su come gestire il passaggio, come reinventare la società.
Per questo motivo, io voglio sconsigliare due atteggiamenti: il pessimismo e l’ottimismo.
L’ottimista dice: «È il futuro, bellezza». Ma non significa niente. Non mi serve a niente parlare con qualcuno così tranquillo da ridermi in faccia mentre mi pongo il problema di cosa comporterà, mettiamo, la riduzione del numero di ingegneri nel mondo, o di insegnanti, o di impiegati di banca. Non serve a niente uno che dice alla gente che se hai paura sei scemo.
Il pessimista dice: «Mi rifiuto di accettare che il valore sacro del lavoro, sancito dalla Costituzione, venga messo in discussione proprio ora che serve che tutti ci rimbocchiamo le maniche per costruire un futuro migliore e difendere i diritti conquistati…». Anche se tocca le mie corde, una frase del genere sottovaluta il fatto che l’umanità sta continuando sulla stessa scia di progresso che ci ha portato i vaccini, la stampa, la ferrovia e la pastorizzazione, quindi ciò che ci fa paura è la stessa cosa per cui ci definiamo progressisti: il progresso.
Non mi interessa accanirmi contro uno in particolare dei due assetti, quello del pessimista o quello dell’ottimista, perché io la vedo così: per pensare al futuro è necessario che la singola persona abbia dentro di sé la virtù del pessimista e quella dell’ottimista.
Secondo me, la virtù del pessimista si chiama paura. La virtù dell’ottimista si chiama curiosità. La paura non è sempre irrazionale; la curiosità non porta sempre all’inferno.
Ogni giorno la stampa internazionale ci rivela piccole chicche sul nostro futuro. Poco fa ho visto il filmato di un guanto che traduce il linguaggio dei segni in lingua parlata attraverso una voce robotica. Ecco, davanti a una notizia del genere non si può essere pessimisti o ottimisti: bisogna avere paura e curiosità. Che ci faremo con tutte queste mani bioniche, questi guanti pazzi, questi esoscheletri? Qualcosa di terribile – dei megasoldati? Qualcosa di buono? Forse qualcuno per via di quella mano perderà il lavoro. Però mettiti nei panni della persona muta…».
L’altro giorno ero nella mia banca, appena rimodernata in stile salotto minimalista, e ho provato imbarazzo davanti al commesso che per la prima volta mi aiutava seduto a una scrivania leggera invece che assiso dietro al solenne vecchio “sportello”: gli volevo chiedere se l’operazione che stavo perfezionando con lui di persona si potesse effettuare dalla app della banca, con cui mi trovo benissimo… Era imbarazzante, dovevo praticamente chiedergli: scusi, il suo lavoro è già completamente obsoleto? D’altronde che cosa vuoi fare, fingere che non esista l’app e conservare il posto di lavoro di quell’uomo? Avrei bisogno di un po’ di tempo per pensare a una risposta: non mi pare per niente chiaro quale sia la soluzione.

EXODUS VIII – Khayletisha, Cape Flats, Sudafrica (2011). Nei paesi in rapido sviluppo l’immigrazione dalle zone rurali a quelle urbane cambia il panorama delle città. Le Township del Western Cape sono luoghi molto poveri ma anche molto effervescenti

MARCUS LYON

Sembra che gli intellettuali, in quest’epoca, preferiscano scegliere tra una delle due posizioni: o fanno i rappresentanti di un pensiero novecentesco da opporre come uno scudo crociato alle bordate di novità che arrivano ogni giorno; oppure si disfano di quell’eredità per rivolgersi al futuro con l’intimità istantanea del disertore verso i nuovi alleati – innovazione!
Sto facendo un discorso caricaturale, ed è pieno così di intellettuali che riescono a conservare dentro sé entrambe le spinte. Ciononostante ho bisogno di mettere nero su bianco il problema dei due poli. Qualcosa mi dice che in futuro per generare una dialettica nell’opinione pubblica sarà necessario che chi partecipa al dibattito sviluppi quella dialettica in sé prima ancora di cominciare a litigare alla cieca con i propri avversari ideologici. Il problema ce l’abbiamo tutti e un gioco delle parti placa l’ansia, ma non contribuisce alla formazione di un discorso.
Perché quando ottimisti e pessimisti si parlano uno sull’altro a proposito del futuro prossimo, i primi diventano ancora più refrattari alla paura (se preferite, chiamatela “prudenza”), e i secondi rinunciano del tutto alla curiosità: il che penalizza la qualità della discussione pubblica, rende impossibile impostare un discorso che possa durare nel tempo e indicare la strada da intraprendere.
Mentre tecnologia ed economia accelerano le loro interazioni, la società deve imparare a esprimere inclinazioni forti, articolate, razionali e fondate. L’unico modo per creare un discorso pubblico che mantenga aperto l’esito della modernizzazione vertiginosa dell’economia è affrontare quello che sta arrivando in maniera non nevrotica, riflettendoci su quotidianamente.
Il punto non è se il drone di Amazon è cattivo o buono. Il punto è quale forma sociale e politica dobbiamo inventarci per far sì che l’esistenza del drone di Amazon non rappresenti l’impossibilità della libertà e del benessere per una fetta troppo grande della popolazione. Quell’organizzazione non è semplice da escogitare, e secondo me ci si può cominciare a ragionare solo sentendo dentro sé entrambi i poli, paura e curiosità.
Il fatto che esistano nuove tecnologie non scrive il futuro da solo. Ma se siamo nevrotici non potremo co-firmarlo insieme a Hal 9000.
Ottimisti e pessimisti stanno soltanto rifiutando la sfida più grande di quest’epoca: farsi un’idea del futuro a partire dalle informazioni contrastanti che ci arrivano.
Un altro esempio concreto dai giornali di questi giorni. Su BBC News ho letto che Foxconn, ditta cinese che produce componenti di cellulari per Samsung e Apple, ha sostituito sessantamila operai con dei robot, riducendo la forza lavoro da centodiecimila a cinquantamila persone. La Cina starebbe «investendo pesantemente nella forza lavoro robotica».
Sessantamila persone possono occupare un grande stadio di calcio per una partita: comprare il biglietto, fermarsi allo stand delle magliette e a quello dei panini e delle bibite, pagare parcheggio o mezzi pubblici. E ora ecco sessantamila persone in meno che possono comprare e tenere in movimento un sistema basato sulla produzione e la circolazione dei beni.
L’articolo spiega che «in una dichiarazione a BBC News, il Foxconn Technology Group ha confermato di star automatizzando “molti dei compiti di manufattura” negando però che ciò implichi la perdita di posti di lavoro nel lungo periodo». Dicono – e sa di grande utopia settecentesca – che intendono «rimpiazzare compiti ripetitivi già affidati agli impiegati, e mettere questi in condizione di concentrarsi su elementi di maggior valore nel processo manufatturiero, come ricerca e sviluppo, controllo dei processi e della qualità». Ma ai sogni utopisti di Foxconn l’articolo di BBC contrappone uno studio di Deloitte e Oxford University secondo cui l’automazione causerà «la perdita del 35 per cento dei lavori nei prossimi vent’anni».

BRIC VI – Cumballa Hill, Mumbai, India (2010). L’area metropolitana di una megalopoli in rapidissima crescita come mumbai avrà presto più abitanti dell’Australia o dell’intera Scandinavia

MARCUS LYON

Allora, mettiamoci a pensare a questa situazione: abbiamo sentito parlare delle condizioni di lavoro di chi fabbrica cellulari. Da un certo punto di vista è un bene se quel lavoro lo fa un robot invece che delle persone. Ma un’altra parte di noi sta pensando che non è mai bene quando una persona cede il suo lavoro a una macchina. Dove stiamo andando? Non è così ovvio. Dobbiamo difendere quei posti di lavoro? Vogliamo che Foxconn continui a campare quella gente senza farla più lavorare, magari attraverso le tasse? Parliamone: perché non è scritto, va ancora capito. I film di fantascienza ci hanno indicato che si tenderebbe a creare un mondo di megalopoli occupate quasi interamente da baraccopoli, con i ricchi nelle gated communities, o nei grattacieli ballardiani. Sarà così inevitabile? La cultura occidentale rinuncerà al mito del ceto medio per realizzare le previsioni degli scrittori di fantascienza? Può darsi, ma non è detto. È ancora da vedere.
Potrebbe essere la fine della civiltà, oppure l’inizio del mondo liberato dal lavoro. Non-lo-sappiamo.
C’è chi non vede l’ora che il mondo sia liberato dal lavoro, basterebbe fare a livello globale quel che fa la Norvegia ricca di petrolio con i suoi (peraltro pochi) abitanti: mantenerli. C’è chi ha paura che tanta gente con le mani in mano renderebbe la società troppo instabile. Quantomeno è un problema interessante e la risposta non è ovvia.
Io vivo in città in una zona tenuta insieme, moralmente e praticamente, da un forte comitato di quartiere. La mia parte curiosa e speranzosa sognerebbe un futuro in cui la gente è libera di dedicarsi al miglioramento della piazza e delle strade circostanti, della vita locale… Tendo a pensare che la persone stiano meglio quando si dedicano a cose a cui tengono piuttosto che parcheggiate in uffici pubblici a fingere di lavorare facendo refresh ai siti sportivi ogni minuto.
Il punto è che la ricchezza del mondo esiste, e che se le nazioni hanno affrontato l’asse Roma-Berlino-Tokyo possono affrontare l’asse dei droni. Almeno sarà lecito discuterne o è più consolante pensare che siamo già morti?
Dove stiamo andando c’è di tutto. Prendiamo l’architettura: pensi che siamo in piena era di trionfi barocco-brutali delle archistar che costruiscono centri commerciali a Dubai e di colpo il Pritzker Prize viene assegnato ad Alejandro Aravena, un principe azzurro che fa case popolari modulari sostenibili.
Ci sono tante cose che mi elettrizzano e mi spaventano: cosa succederà al rapporto tra moneta e mattone? Saremo sempre più sofisticati e sempre più poveri? Le case, come verranno costruite? La contrazione del welfare significherà nel medio periodo una diminuzione della popolazione? Sarà meglio così? Sarà terribile o non ci faremo caso? Il futuro è Detroit vuota o Roma strapiena?
Non esiste un pensiero dinamico sul futuro che non contenga paure e speranze insieme. Solo così il pensiero si muove con prudenza e al tempo stesso vitalità. Dobbiamo cercare di non privatizzare l’acqua, ma dobbiamo pure esaminare se la sharing economy crea più problemi di quelli che risolve. Dobbiamo capire se un giorno la cucina biologica per raffinati sarà considerata uno spreco di terreni coltivabili per le masse. Dobbiamo capire come gli anziani di Barcellona rientreranno in casa la sera se va in porto il progetto di impedire la circolazione delle auto nei quartieri; e se i cinesi realizzeranno quegli autobus-tram-catamarani che trasportano mille persone e scorrono sopra due corsie di automobili senza interferenze.
Nessuna epoca va verso il futuro con sicurezza. Oggi tutto ci sembra l’apocalisse perché sembra che solo con noi quel presente perfetto, quel lunghissimo secondo dopoguerra, stia davvero smettendo di funzionare. Ma la storia degli ultimi due secoli è questa: Rivoluzione francese, Terrore, Congresso di Vienna, moti del ’48, il caos di fare lo Stato italiano e quello tedesco, poi quarant’anni a sentirsi arrivati alla fine della storia ma la belle époque si squarcia nella Grande Guerra. Finita quella, la recessione e le dittature. Poi la Seconda guerra… Poi il terrorismo politico, Ronald Reagan, le torri gemelle, il Bataclan… E per concludere, come disse il poeta della spesa pubblica, nel lungo periodo siamo tutti morti.
Ne possiamo parlare con calma? Se ho un’emergenza personale cerco di inventare uno spazio di calma in cui ragionare. Se continuiamo a fare uno scontro umorale fra Wired e Pasolini come facciamo a pensare?
È l’ora di farsi un po’ di vecchie sane pippe mentali.

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