Genova, Milano, Bergamo, Firenze, Napoli. Autarchia!

DEAR BETTY: RUN FAST, BITE HARD!

Dal 14 maggio al 24 luglio 2016. GAMeC, Bergamo. A cura di Lucrezia Calabrò Visconti

La cara Betty che dà il titolo alla mostra è la cagnolina di Umberto Boccioni, ritratta su una tela del 1909 facente parte della Collezione Permanente della GAMeC. Betty, a zampe conserte, riposa su un pouf, prestandosi, immobile e a testolina alta, a perfetta musa per l’artista, avendone probabilmente colto le intenzioni ritrattistiche. Per citare una celebre mostra che lanciò molti pittori figurativi a inizio anni zero, sembra che la cagnetta stia sospirando: “Dear Painter, paint me…”. La curatrice Lucrezia Calabrò Visconti ricostruisce tramite dieci opere video di recente produzione il rapporto tra Boccioni e Betty fino a disintegrare pittore e cagnolina, astraendo e dipanando come teoria etico-politica la loro relazione uomo-animale, padrone-animale, amici-coinquilini, pittore-musa, cultura-natura, voce-verso. Sin dal titolo si coglie che del tenero sentimentalismo del quadro, mascherato con qualche svirgolata pennellata futurista, della tiepida e femminea passività cagnolinesca rimane ben poco; ‘Run fast, bite hard’ è infatti una citazione della cyberfemminista Donna Haraway che per formulare un proprio lessico d’attacco attingeva a un lessico da cani, quello del temibile gioco-addestramento Schutzhund per cani pastori. Non è insomma una mostra per cuori teneri, la maggior parte dei video esposti ripete autisticamente suoni e immagini molto crudi, e attua repentini scambi semantici che evocano con ritmo serrato la violenza di alcune malattie neurologiche.

gamec.it

Umberto Boccioni, La cara Betty, 1909

John Currin, The Lobster, 2001

John Currin, The Penitent, 2004

John Currin. Paintings

Dal 13 giugno al 2 ottobre 2016. Museo Stefano Bardini, Firenze. A cura di Antonella Nesi e Sergio Risaliti

Prima mostra personale di Currin in uno spazio pubblico italiano, un grande evento poiché si tratta di uno dei pittori più celebri della contemporaneità, uno che ha fatto scuola dieci, venti anni fa e che l’Italia finalmente accoglie. Lode al Museo Bardini. Currin ha un immaginario figurativo prepotente fatto di donne magrissime, bianchissime, ricchissime, fortemente sessualizzate (testa piccola, seno grande, ventre gigante), spesso impellicciate, spesso un po’ cretine, passate ai raggi X da uno sguardo chiaramente maschile e stereotipatamente perverso. La sfida per il pubblico di Currin è riuscire a leggere quella che sembrerebbe pura figurazione sotto un occhio astrattista, solo e, ripeto, solo in tal modo si può cogliere il valore della sua pittura, che altrimenti si ridurrebbe a feticismo figurativo finto-tecnicista. Se invece si sa guardare al di là dell’immagine, si colgono le molteplici vie con cui l’artista ricrea un finto post-Rinascimento da East Coast con le fronti alte e le labbra strette del Parmigianino, i festoni fioriti del manierismo italiano, le pingui cosce di Fragonard, l’azzurro perlaceo di Tiepolo, il tutto tinto con un contorno illustrativo à la Norman Rockwell. La mia opinione su Currin è sempre incerta, ci sono giorni in cui mi sembra che la fusione tra le nostre sproporzionate, sorridenti madonne secentesche e le sue miss porno-aristocratiche trovi senso in questa pittura, altri in cui ascolto le parole di un cattolicissimo pittore cileno, Humberto Poblete-Bustamante, che si ostina a dire: «Currin applica Botero al contrario, sono tutte smilze e sexy. Ma Botero è colombiano, si nutre di un immaginario cattolico e parla di vita, Currin è newyorkese, sguazza in un immaginario protestante e professa la morte. E la pittura si occupa di vita, esistono altri media per rappresentare la morte».

museicivicifiorentini.comune.fi.it

Morgan Mandalay, Mixed reviews

COURTESY THE ARTIST AND YAUTEPEC - CONTEMPORARY ART GALLERY, MEXICO CITY

Leon Eisermann, Keyhole 1.0, 2016

COURTESY THE ARTIST AND GILLMEIER RECH, BERLIN

Le domaine enchanté

Dal 15 luglio al 10 ottobre 2016. Galleria Acappella, Napoli. A cura di Domenico de Chirico

Nel 1953 si affidò a René Magritte la decorazione muraria dell’immenso salone danzante del Casino di Knokke-le-Zoute, il più grande del Belgio. Magritte, il pittore dei rebus, ipersurrealista traditore del surrealismo nel Period Vache e poi surrealista monumentale; un Magritte osservato nel mezzo degli anni Ottanta è diverso dallo stesso Magritte osservato a inizio Duemila, il quadro si trasforma cozzando e combaciando con l’immaginario di chi lo guarda, un immaginario che cambia nel tempo. Nel proprio repertorio visivo Magritte sintetizza e mescola elementi che la pittura più attuale sta ancora elaborando. Nei murales di Knokke, guardando le foglie zoomorfe dipinte, la ghirlanda di fiori rosa, il leone che la indossa, ci si domanda per la prima volta se quei fiori siano di plastica, se siano tatuaggi di fiori, immagini di fiori incollate dall’artista, simboli, attivatori di genere, se le foglie a forma di rapace siano effigi del potere, scarti onirici, residui da horror movie. E le donne di Magritte? Assomigliano alla Statua della Libertà, ma anche alle pin-up dipinte in quegli stessi anni da Picabia, e poi ricordano le donne di trent’anni prima, gli scolpiti corpi dei totalitarismi. E i suoi cieli illusionistici? Oggi sono diventati decorativi, li ritroviamo texturizzati su miriadi di magliette, vestiti, tessuti, tessuti che a propria volta ispirano nuove generazioni di artisti. Tutte le porte della pittura, fittizie, trompe-l’œil o sin troppo reali, si spalancano sui murales di Magritte. Gli otto artisti esposti a Le domaine enchanté fanno altrettanto: Zoé de Soumagnat eredita la sensuale sibillinità dell’artista belga tra toni d’inchiostro spanto e lampi di luce; Orion Martin quel gusto illusionistico che trasforma gli animali in macchine e le macchine in vegetali; Leon Eisermann l’autoironia, unica sorgente d’eterna giovinezza per il medium pittorico; Morgan Mandalay la capacità di spingere il dipinto fino al punto estremo e magari di buttarlo giù dal precipizio, non curandosi di mantenere o coltivare un solo stile, ma cento sì. Tutti grandi artisti quelli di Le domaine enchanté, feroci nel pensiero, arditi nella pittura.

museoapparente.eu

Shinique Smith, From Wild Seeds (study), 2012

Courtesy Brand New Gallery and the artist

Ruth Root, Untitled (2016)

COURTESY BRAND NEW GALLERY MILAN, MARTA CERVERA MADRID AND THE ARTIST

Life Eraser

Dal 30 giugno al 10 settembre 2016. Brand New Gallery, Milano. A cura di Domenico de Chirico

Imperdibili le mostre che nascono dalla collaborazione tra Brand New Gallery e il curatore Domenico de Chirico: presentano opere che vivono interamente della propria superficie visiva, senza domandare alcun apparato narrativo o sovrastruttura concettuale; opere che si aggirano per territori lontani da quelli della pura manualità, dell’espressione, del sentimento, spesso avvicinandosi alla sintesi digitale della realtà. In riferimento a Life Eraser de Chirico parla in toni quasi ossimorici delle teorie relative alla ‘Manipulation of Corporeality’: c’è un corpo, c’è una realtà, ci sono dunque elementi governati da forze su cui l’artista non può avere completo controllo; ma c’è anche una manipolazione che, pur contenendo la parola ‘mani’, noi tutti riconduciamo senza troppo pensarci a una forma di abilità tecnico-digitale. La nostra percezione e rappresentazione dei corpi umani e pittorici si avvicina sempre più a quella proposta dall’estetiche digitali. Si osservino per esempio le pennellate acriliche di Cornelia Baltes: i segni tracciati sono tutto fuorché retti o ortogonali o paralleli, sono piuttosto segni tremuli, più grossi all’inizio, più magri alla fine, ma attenzione perché simulano la spontaneità, simulano l’intervento del caso, simulano la manualità e la mano. Al contrario le ceramiche dipinte da Jennie Jieun Lee, disomogenee, frammentarie, biomorfe, sembrano frutto della più sfrenata, libera e inconscia manipolazione della materia, sfrenata a tal punto da far apparire gli elementi ceramici come combinati dalle paradossali logicità algoritmiche di un computer più che da mente umana, giungendo infine a un prodotto di stranianza pari a quello di Baltes. Ci vuole molto coraggio a importare opere di tale sovrumana, a volte beffarda, concertazione in un paese in fondo ancora dominato da una morale ragionevolezza, formale razionalità delle opere d’arte, ma questo binomio galleria-curatore ci sta riuscendo in modo eccezionale.

brandnew-gallery.com

Ultraterra. Alis/Filliol

Dal 27 maggio al 1 settembre 2016. pinksummer, Genova

Penso spesso a quando è stata l’ultima volta che ho pronunciato la parola ‘scultura’; la risposta è sempre la stessa: tanto tempo fa, forse a un esame universitario, uno di quegli esami intitolati “Da Vincenzo Gemito a Leoncillo: la forma della materia” o “Da Leoncillo a Vincenzo Gemito: la materia della forma” o “Da Picasso a Pino Pascali: materia e materiale” o “Pino Pascali e gli altri: l’idea del materiale, la forma della materia”. Poi penso a tutte le parole con cui si cerca indefessamente di sostituire ‘scultura’: la scultura può essere un’installazione e allora chiamiamola installazione; può essere un ambiente e, suvvia, chiamiamolo ambiente; può essere… un ‘lavoro pittorico di matrice tridimensionale’! Chi ha paura della scultura? E chi ha paura della scultura, cosa teme realmente? Teme la terra che sfugge di mano e non risponde all’idea? Teme il monumento? Teme l’informe e il non finito? Negli anni della scultura formato soprammobile, la scultura a tinte tenui che fa tanta mockery e poco Sturm, invadendo così le gallerie di mezzo mondo, la scultura che apprezziamo come un romanzo di quelli che si fanno voler bene d’estate, l’Italia è fortunata perché conta un duo artistico che, al contrario, sa ancora trattare materia forte, ridondante, barocca, zoobioantropomorfa ma anche no, e trattarla superbamente: Alis/Filliol, ovvero Davide Gennarino e Andrea Respino. I due artisti non temono esplosioni e implosioni e lavorano con l’accettazione dei grandi scultori: conservano in studio i propri scarti, gli esperimenti, lasciano tempo allo sguardo di adattarsi alla materia, sanno che non è la materia a doversi adattare al loro sguardo. Così nasce la mostra Ultraterra, da un esperimento lasciato ‘stagionare’ fino all’esplosione e all’assunzione di una nuova forma. Gli artisti espongono il tempo.

pinksummer.com

Alis/Filliol, The Family (La coperta), 2016

Ph. Alice Moschin, courtesy pinksummer, Genova

Chiudi